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La nuova scienza

Giancarlo Calciolari
(24.05.2010)

Leggendo l’archivio di Aby Warburg ci si imbatte nella scienza dell’arte come progetto e in quella che lui stesso chiama una scienza senza nome. In molti testi troviamo l’esigenza di un’altra teoria, di un’altra cultura; e persistendo nella vecchia cultura, nelle vecchie teorie non viene dato nessun seguito a questa esigenza, anzi questa esigenza comporta una complicazione, più che una complessità del linguaggio, la stessa che porta a nozioni che richiedono ben altre letture, che non vanno da sé, come quella per rimanere nell’esempio di Aby Warburg di Nachleben tradotto come sopravvivenza dopo la vita…e di Pathosformel, tradotto in francese con formule o forme di pathos, come qualche cosa di originario, quasi archetipi del pathos. Così ci si ritrova con la sopravvivenza e non la vivenza. Sulla vivenza originaria nulla viene enunciato da Aby Warburg, che cerca di leggere la schizofrenia della cultura occidentale senza mai menzionare la questione ebraica, anche il suo mentore, oggi Georges Didi-Huberman, non tocca la questione ebraica…ma non l’analizza, non la legge, non entra nella questione, e non viene data nessuna lettura del riscorso al paganesimo da parte di Warburg, della survivence, Nachleben, del primitivo, questo primitivo non viene mai menzionato anche come istanza ebraica, della cultura ebraica se non del monoteismo, se non della religione. E quindi, ci si ritrova con la sopravvivenza, il pathos, non la pulsione, infatti Didi-Huberman li usa come sinonimi, pathos e pulsione, lui parla di pulsione di aggressività tranquillamente; ciascun termine problematico è “calmo” nel testo di Didi-Huberman, è più inquieto e più increspato nell’originario Aby Warburg, nel senso che trae la sua carriera sociale, la sua carriera universitaria oltre che il suo viaggio intellettuale gravato da questa carriera universitaria, Monsieur Georges Didi-Huberman.

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Christiane Apprieux, "La battaglia dell’immagine", 2010, olio e acrilico su tela

Occorrerebbe reperire nuovamente, ma non l’avevamo notato in margine, le esigenze di una nuova teoria, di una nuova scienza, per non parlare poi all’interno di ciascuna disciplina universitaria, la disciplina è solo universitaria, l’esigenza di una nuova psicologia, di una nuova sociologia, di una nuova psicanalisi, visto che la psicanalisi è andata all’università, più o meno malcelata, come teoria psicodinamica ed altro.


Che cosa comporta l’assenza di abuso linguistico, di catacresi? In tanto comporta l’abuso dell’uomo sull’uomo, le genealogie di potere non sono altro. E comporta la permanenza in metafore delle metafore e in metonimie delle metonimie…ovvero in presunti archivi del sapere e del senso come verità, verità come meta senso, la verità come meta sapere e la verità non verrebbe più dall’intersezione del senso e del sapere, del simbolo e della lettera, ma verrebbe dai saputi, dai sapienti, dalla genealogia dei sapienti e dalla genealogia dei senzienti, la trasmissione sarebbe sociale.


Per quanto concerne la nostra lettura costante del testo di Armando Verdiglione, notiamo un gesto dell’ebreo cattolico Verdiglione, cristico, ed è quello che mentre ognuno annuncia la scienza che non c’è, Verdiglione porta a compimento la legge, non la sospende. Tecnicamente nella teoria di Verdiglione dovremmo dire che forse lascia la legge giungere al suo compimento, la legge inconscia, la legge della vita, e dà per abuso linguistico, lo stesso termine lo è come lo è la “psicanalisi”, come lo è l’“inconscio”, il compimento, la scienza della parola. Non è più la scienza senza nome di Warburg ma è la cifrematica, la scienza di vita, che non è da leggere come una nuova scienza del discorso scientifico. La scienza della parola non è il discorso scientifico della parola che è quanto di più comune si trovi in ogni disciplina, e poi in ogni angolo delle università; e dei licei prima, visto che basta una formazione liceale per essere schizofrenici, secondo la definizione di Warburg.


La schizofrenia occidentale non è solo non detta in Warburg, quella tra cristianesimo e paganesimo, questa è la formazione liceale, il compromesso tra religione cristiana e paganesimo che nel Veneto è patente, e distribuisce patenti ad ogni fiera settoriale. Intendo la religiosità cattolica e la mentalità pagana che ci sono nella provincia di Verona, anche in Verona città, come provincia. Se questa scienza di vita è quella senza nome, verso cui spinge la ricerca di Pierre Legendre, sui fondamenti dell’occidente e che ritrova nell’istanza che chiama giudeo o romano cristiana per quanto riguarda le fonti del diritto e della teologia, noi questo preambolo, infatti, è nel preambolo che si agita la psicotizzazione di Warburg, che possiamo leggerla in un altro modo, e la leggiamo tra poco, è giudeo-greco-romano-cristiana, in che senso? Anche nel senso che questa formazione greca dispensata dai licei e in minima parte dalle altre scuole forma il modo di pensare, questo appunto in modo chiaro e non implicito e non sfiorato, non avvertito appena appena, l’abbiamo trovato solamente in Jacob Taubes, che si accorge proprio essendo professore d’università della grecità della formazione di ognuno. Al punto che al neo-greco che domanda in che lingua leggere la Bibbia, gli risponde non certo in quella originale ma qualsiasi lingua va bene , qualsiasi traduzione va bene… Certamente era disperato sulla questione della grecità del pensiero occidentale, molto di più della sua cristianità che comunque discute proprio con la sua lettura di Paolo, dell’Epistola ai Romani, poi ripresa ne Il tempo che resta da Agamben, che tra altro ritiene anche lui di avere il bandolo della matassa, che insomma a pieno diritto dovrebbe chiamarsi anche la sua: “scienza di vita”.


La grande pretesa per noi irrisoria e non derisoria di Pierre Legendre è quella di una antropologia dogmatica; già la prima parte della definizione è problematicissisima, è sempre una logìa dell’uomo, un discorso dell’uomo, è sempre la grecità, che non è un caso è quell’elemento che manca nella ricerca di Legendre che è giudeo-romano-cristiana, guarda caso.


Il discorso sull’uomo che può scivolare nel discorso sull’animale (Agamben), che può scivolare nel discorso sul vegetale, sul minerale, sul divino, sul diabolico. Questo è il continuum, l’esacontinuo greco, con tutta l’algebra e la letteratura sulla questione in ogni casi eccellentissima, da Ovidio a Kafka: l’uomo pianta, Mirra, l’uomo animale, Gregor Samsa … e tante altre metamorfosi.

Ecco, la nozione di metamorfosi è sulla soglia della scienza di vita, è nella scienza di vita. La letteratura di Kafka è una esplorazione originaria, non era un fantasma, la copia, il duplicato dell’esplorazione di un altro, certo non teorizza apparentemente, ma quando nel Processo dice la “logica è sì incrollabile ma non resiste a un uomo che vuole vivere”, per quanto formulata ancora una volta in questa lingua complicata di chi giunge alla metamorfosi ma non c’è più morfosi, c’è qualche cosa di già impensabile per tutti gli studi e per la logica come disciplina; è poca cosa, va bene, ma per il pianeta della logica è un’enormità la frase di Kafka.


E non viene presa come un’enormità la notazione di Leonardo, non è letta dai matematici, solo da un ingegnere, normalmente folle come me, come Cantor, che si chiama Alessandro Atti, che è anche cifrematico, che talvolta capisce tutto e altre volte non capisce nulla, ma ha dei lampi sintomatici di scienza della parola che fanno l’interesse del ricercatore, in questo caso il nostro. Leonardo dice che è una bufala quella di Euclide, del punto, della linea come serie di punti, della superficie come serie di linee … Dice quello non è il punto. Quello è il para-punto, il meta-punto, è il fantasma del punto, è la copia del punto. E con la copia viene cercata la scienza che non c’è, il metapunto d’origine. In effetti arriva al metazero quel genio di Brian Rotman sulla questione della matematica.


La matematica come scienza di vita non c’è, è scienza del Nachleben, scienza della sopravvivenza la matematica dei matematici, quando invece la matematica è di vita lo zero funziona nella parola, è il non-A preso nel funzionamento, è il rimosso di Freud.


Qual è la scienza psicanalitica? Verdiglione, dopo 30 anni di letture arriva a intendere la psicanalisi come un teorema: non c’è più soluzione; come abuso linguistico direbbero gli antichi non è male, ovvero dovremo dire noi, non c’è più la rottura dell’intero, per esempio in psiche e corpo, in farfalla e cadavere, giacché il soma come ciascuno grecista sa è il cadavere, non è il corpo dell’uomo ma del cadavere. La psiche, farfalla. Una formulazione alla Warburg, sarebbe stato inseguire la pneumo-analisi, distinguendo tra la grecità della psiche e il pneuma, il ruah, il respiro nella Bibbia. Certo, talvolta tradotto con soffio, in modo interessante, e tante volte tradotto con anim, anima che diventa psiche nel pensiero greco. Certo c’erano i pneumatici prima dell’arrivo dei produttori di paracerchi, ma oggi questa parola non spinge più all’abuso, ma è andata in disuso linguistico. Solo un teologo accenna, e anche errabondo se non eretico, accenna al pneuma.


Sulla breccia del rinascimento, e quindi avremo di nuovo l’emergenza, l’insorgenza, la seconda nascita, e potrebbe essere letto come sintomo il rinascimento della cultura, come il risorgimento (ai tempi di Leopardi si diceva risorgimento e non rinascimento), ma sarebbe ancora un modo del discorso scientifico, della medicina come discorso scientifico e non della medicina scientifica, non del modo della vita. Il modo del discorso della vita non è il modo, ma la sua caricatura ed elusione.


Lungo la via originaria, e non come sintomo del discorso occidentale, Freud inventa la logica particolare, non collettiva, che chiama inconscio. Esplora la logica della vita; quanto alla parte della sua industria, della sua costruzione, della sua tecnica, della sua scienza non arriva alla politica. Verdiglione ha svolto e svolge una ricerca rispetto alla politica del tempo, rispetto alla madre come indice del tempo, come mito, mito della madre come mito del tempo, e indaga l’altra faccia della logica che è appunto l’industria della parola. L’aspetto del fare. La logica e la politica, l’assiomatica e la poematica. La questione di come le cose si fanno, mentre per l’ontologia le cose stanno, giacciono immobili, sub-stanno, sono sostanziali. Stanno sotto a cosa? Stanno sotto alla scienza della parola. Qualora diventassero insepolte, sopravviventi, sarebbe quindi nella circolarità. La psicostoria di Warburg, la psicostoria di altri, la sociostoria (a proposito della mia lettura c’è chi ha parlato di psico-socio-antropo-analisi proprio non cogliendo la novità di una ricerca libera, che in Verdiglione prende nome, e nel nostro caso non l’ho prende, ma non abbiamo neanche bisogno di parlare di una scienza senza nome: senza nome non c’è scienza. La scienza della parola si presta all’equivoco di una metascienza, ma la scienza è solo la divisione, il taglio; per un verso il taglio del tempo, il tempo come taglio, taglio anche della crosta del pensiero comune, nella logica del fantasma spacciata per l’unica logica, quindi come logica fondamentale, a ognuno il suo fantasma, e ognuno sarebbe invischiato nel fantasma, nella copia della vita, nella sopravivenza.


La scienza della parola è la scienza del significante? È la scienza del nome? È la scienza del tempo? Non è la scienza del soggetto. La cifrematica non è la scienza del soggetto Armando Verdiglione, qualora lo diventasse sarebbe una disciplina tra le discipline, un discorso tra discorsi, e sarà quello che avverrà nei prossimi 50 anni nell’università, prima italiana poi francese e poi a spasso per il pianeta come per l’insegnamento di Peirce. Cifrematica che attenderà i suoi rarissimi lettori, liberi, che si attengono alla libertà della parola. La libertà non è del soggetto, non è dei lettori.


Quei lettori che attenendosi alla libertà della parola si imbattono in un testo dove qualche cosa - tra il sogno e la dimenticanza - può trasmettersi, corrono il rischio della verità. Ma non è automatico, non c’è nessun automaticismo, neanche quello ereditario.



Giancarlo Calciolari, direttore di Transfinito.eu e di Transfinito Edizioni


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