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Due bustarelle in un sacco

Paolo Pianigiani
(26.04.2010)

Per una volta non si tratta di uno dei tanti casi di corruzione nella pubblica amministrazione e il sacco non è quello di qualche potente che arrotonda lo stipendio, magari già esagerato di suo: il sacco di cui qui si parla, non proprio d’attualità, è quello che accadde ad Empoli, nel rapido volgere di tre giorni, dal venerdì 27 alla domenica del 29 maggio. Correva l’anno 1530.


Due sono i punti di vista a proposito di questa storia. Il primo proviene da sponde imperiali e papaline (storici legati alla famiglia dei Medici), mentre il secondo ci viene da fonti indigene e nostre, empolesi insomma, anche se anonime o quasi. Il castello era rimasto uno dei pochi centri in grado di difendere le sorti della repubblica di Firenze, che finì e per sempre di sventolare le sue insegne dopo la battaglia di Gavinana, che si combatterà due mesi dopo, il 3 Agosto.

Francesco Guicciardini, storico di parte medicea, nella sua Storia d’Italia, parla di conquista di Empoli con le armi: quindi, a sentir lui, il saccheggio sarebbe avvenuto e a ragione, da parte degli assedianti. L’altra versione, che a noi, anche perché siamo un po’ di parte, ci sembra più convincente, parla invece di conquista di Empoli in seguito a tradimento e a patti più o meno segreti. E quindi, come logica conseguenza, di passaggio di probabilissime bustarelle, finite nelle tasche di chi era stato lasciato a comandare e aveva il potere.

La fonte anonima è un empolese, che in età di 14 anni era presente dentro le mura, durante l’assedio, e che scrisse diversi anni dopo quei fatti, una "storietta" di Empoli, finita chissà come in copia manoscritta da altri, fra le carte del Marchese Riccardi e quindi nella Biblioteca Riccardiana, in quel di Firenze. La scovò e la rese nota al mondo il santacrocese ed erudito Giovanni Lami, direttore di quella biblioteca, nel 1741. Su queste carte, citate da storici illustri, ci mise le mani per la sua tesi di laurea anche l’amico Mauro Guerrini, dandone una versione critica e provando a scoprire il nome dell’anonimo, che dovrebbe essere un canonico della nostra Collegiata, tale Jacopo Zeffi.

Francesco Ferrucci, all’alba del 27 Aprile del 1530, era partito per Volterra, a riconquistare quella città alla parte repubblicana. Appena informato il principe d’Orange, che aveva il comando di tutte le operazioni da parte imperiale, pensò bene di togliersi di mezzo il castello fortificato di Empoli. Voleva eliminare uno dei pochi punti di forza rimasti ai fiorentini, sia per le azioni di guerriglia che da lì partivano, sia per la riserva di grano e altre vettovaglie di cui era stato fornito. Inviò quindi, il 15 Maggio, don Diego Sarmiento, al comando di truppe spagnole e Alessandro Vitelli, che aveva ai propri ordini mercenari italiani. Gli spagnoli misero il campo dalle parti dell’Orme, e piazzarono una fila di 14 cannoni di fronte a Porta d’Arno, alla distanza dalle mura di 100 braccia (60 metri circa) dalla parte di tramontana, in direzione dell’attuale via Salvagnoli. Il Vitelli invece si accampò nei pressi della chiesa di Santa Maria a Ripa e posizionò quattro bocche da fuoco a ponente: dalla parte corrispondente all’attuale via Chimenti. Queste artiglierie erano in grado di sparare palle di bronzo di almeno 60 libbre (una libbra toscana corrispondeva a 348 grammi: gingilli da una ventina di chili ciascheduno).

A presidiare il castello di Empoli, su consiglio dello stesso Ferrucci, era stato nominato il commissario Andrea Giugni il quale, per motivi misteriosi (sembra proprio che fosse uno sfaticato e un inetto ai fatti di guerra), lasciò in pratica il comando al capitano Piero Orlandini. Il Ferrucci si fidava molto anche di lui; infatti, in occasione dell’azione militare contro Pirro Colonna, avvenuta il 13 Dicembre 1529, in quel di Palaia, aveva comunicato solo a lui i piani d’attacco. Ecco come andò, nella descrizione che lo stesso Commissario fece ai Dieci della Guerra: ….Subito che io seppi…..anticipai il tempo…… a ore V di notte feci uscire le bande e li cavalli……...né sapevano nessuno dei nostri capitani quel s’andavano a fare, salvo che Piero Orlandini nostro.

Il Colonna, sorpreso in un agguato, fu sbaragliato e solo a stento riuscì a salvarsi. Gli imperiali, in quell’occasione, persero fra morti e prigionieri, 200 soldati.

Dopo che i cannoni ebbero fatto il loro lavoro di distruzione di parte delle mura, che furon “battute” dalla mezzanotte di venerdì 27 Maggio fino al mezzogiorno del giorno dopo, il sabato, ci fu il primo inutile assalto degli spagnoli, respinto dagli assediati. Si pensò bene allora di cercare altre strade, quelle dei trattati segreti, per arrivare alla conquista del castello.

E il nostro anonimo, nella sua Storietta, ci racconta come andarono in effetti le cose.

Gli spagnoli, respinti con gravi perdite, chiesero una tregua, che ottennero subito, per poter seppellire i loro soldati caduti. Furono nella notte attivate le trattative, facilitate anche dal fatto che l’Orlandini aveva un fratello (o uno zio) nel campo imperiale. Fu stabilito che il castello sarebbe stato dato agli assedianti in cambio della vita salva di tutti i difensori e che non ci sarebbe stato il tanto temuto “sacco”. Sarebbe stata accolta una piccola guarnigione imperiale, in sostituzione di quella fiorentina. La domenica mattina l’Orlandini ordinò a tutti, pena la forca, di recarsi in piazza della Chiesa, per accogliere pacificamente il presidio degli imperiali. Furono abbandonate così le mura. Gli spagnoli, vedendole indifese dalla parte dove era stata fatta una breccia con le cannonate (all’incirca nella direzione indicata da una lapide in via Salvagnoli) entrarono in tutta fretta, urlando “Sacco! Sacco!”. E ad un empolese che si permise di protestare, che si stavano tradendo i patti, fu risposto, più o meno: “Credete che siam venuti da tanto lontano per non ottenere nulla?” La preda fu grande, e tutti i difensori del castello furono fatti prigionieri.

Ma nella stessa giornata arrivò da Firenze il Marchese del Vasto, inviato dal Principe d’Orange ad impedire il sacco. E fece il possibile, a cose ormai fatte, per liberare i prigionieri e rendere meno dura ai difensori la situazione. Fu ammazzato solo un tale, che si era ostinato a difender casa da un lanzo deciso a entrare. Ma, ci racconta l’anonimo in diretta, vide lui stesso quel tedesco spenzolare, quella sera stessa, proprio da una finestra di quella casa, impiccato come esempio agli altri. Insomma, era intenzione degli imperiali di mantenere i patti; diciamo che la situazione sfuggì loro un po’ dalle mani.

Così ci ha lasciato scritto il nostro Anonimo e ci pare che ci si possa fidare di quanto ha detto, in quanto testimone diretto.

Ma, in chiusura, mi vien da fare una riflessione, magari contro la corrente comune dei proclami risorgimentali rimasti nell’aria e ancora imperanti. Questo Piero Orlandini, tanto disprezzato e inviso a tutti, in fondo non l’aveva vista proprio del tutto sbagliata. Le sorti della guerra, considerando a palle ferme le forze in campo, erano destinate.

Da una parte l’intero esercito imperiale di Carlo V, rinforzato se ce ne fosse stato bisogno dalle truppe del Pontefice, e dall’altra la piccola Repubblica Fiorentina, retta dal coraggio, ai limiti del fanatismo, dei discendenti del partito del Savonarola, i Piagnoni, che avevano eletto Cristo Re come loro patrono e salvatore. Il re di Francia, che all’inizio dava qualche speranza d’aiuto, si era defilato, dopo aver avuto indietro i figli dati in ostaggio a Carlo V. Con la resa, siano corse o meno le bustarelle, fu evitata una sicura strage: come accadde in esempio per i castelli di Lastra a Signa e di San Miniato.

E, come si dice ancora oggi, finché c’è la vita, c’è la speranza!

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L’assedio di Firenze. Sala di Clemente VII, Quartiere di Leone X, Palazzo Vecchio, Firenze

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19.05.2017