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Giorgio Bassani, "L’odore del fieno"

Marina Monego
(26.04.2010)

“L’odore del fieno” (1972) conclude “Il romanzo di Ferrara”, il lungo ciclo di storie dedicate da Bassani alla sua città e alla comunità ebraica quale emblema di una condizione esistenziale.

Dopo la lettura de “L’airone”ci si aspettava un romanzo nuovo, arioso, forte della catarsi ormai realizzata, ci si ritrova invece una sorta di miscellanea di scritti, che ripropongono i consueti temi autoriali, ma in modo frammentario e discontinuo.

La sensazione è di aver di fronte un esempio di mestiere ma niente di più, forse qualche esercizio di stile qua e là. Vi era la necessità di non chiudere “il romanzo di Ferrara” con il suicidio di Limentani, che avrebbe potuto indicare la fine della stessa possibilità di scrittura, si è scelta questa via sinceramente piuttosto infelice e deludente, specie dopo i vertici de “Il giardino dei Finzi-Contini”.

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Opera di Christiane Apprieux

L’io qui appare liberato dagli angosciosi interrogativi dei romanzi precedenti e si abbandona ai ricordi con serenità e ironia, ha un diverso spirito senza approdare a esiti soddisfacenti dal punto di vista narrativo, ha molto mestiere, ma la potenza dell’ispirazione appare esaurita.

Il libro è composto da una serie di scritti differenti, meglio analizzarli brevemente uno per uno.

“Due fiabe” contiene due brevi racconti. Il primo vede al centro la comunità ebraica e una signorina che sembra destinata allo zitellaggio. L’arrivo di un giovane ucraino con la sua famiglia cambierà la sorte. Su tutto, come di consueto, il fantasma della deportazione, resa meno amara dall’eredità di un figlio, che apre alla speranza e al futuro.


“La vita è sogno”.

“Altre notizie su Bruno Lattes”. Ritorna questo personaggio che già si era visto nelle opere precedenti. Ancora una volta Bassani apre il racconto con l’immagine del cimitero ebraico di Ferrara, stavolta descritto in modo meno cupo. Durante il funerale di uno zio di Bruno, quel che colpisce è “un odore acuto di fieno tagliato che sopraggiunse a rianimare il corteo oppresso dal caldo”. Il cimitero è un luogo comunque vitale, nel quale i falciatori vanno a tagliare l’erba, che cresce con “forza selvaggia” ad indicare come dalla morte scaturisca la vita.

Bruno Lattes è un ebreo, ma vive la sua condizione in modo non drammatico, anzi si sente più ariano che ebreo: “Niente di instabile, di eccitabile, di morboso, in lui, niente di così tipicamente ebraico. Il suo carattere era molto più vicino, così almeno gli sembrava, a quello forte e schietto di tanti suoi amici cattolici, e non per nulla la mamma, nata cattolica, cattolicissima, si chiamava Marchi”.

Anche fisicamente è bruno, tarchiato e non alto e con gli occhi azzurri come i parenti della cosiddetta “tribù Lattes”, cui guarda con una certa ironia.

Bruno esce con l’Adriana Trentin, una ragazza non ebrea e si reca a trovarla in Istria, dove trascorre le vacanze estive con la famiglia. Siamo nel ’39, sono state promulgate le leggi razziali e la situazione per gli ebrei si sta facendo difficile, Bruno è piuttosto sfiduciato e diffidente verso chi non appartiene alla sua stirpe, teme per il futuro. Risuona come una minaccia, un presagio di tragedia, quella bandierina con la svastica che Cesarino, il fratello più piccolo dell’Adriana, tiene appesa al manubrio della bicicletta. Cesarino mostra a Bruno “in un sorriso i denti forti e bianchissimi da cane giovane”.

Bruno è consapevole del dramma, ma tutto è attenuato, velato d’ironia, lontano.

“Ravenna”: storia del rapporto tra il narratore e questa città da sempre frequentata. I ricordi si snodano in un lungo arco di tempo dall’infanzia alla maturità, fluiscono chiari e tranquilli con aperture liriche.

“Le neiges d’antan”: Ferrara quasi come Rimini dei “vitelloni” felliniani. Sfilano le figure dei cosiddetti “sfatti cittadini”, rispetto ai quali il narratore provava un senso di diversità e d’inferiorità. In seguito si è sposato, ha lasciato Ferrara, ha avuto figli, pubblicato libri, si è costruito una vita altrove e ora osserva quell’ambiente pittoresco che si è lasciato alle spalle senza rimpianti. L’atmosfera più leggera viene sottolineata anche dall’uso del dialetto.

Piuttosto banale la conclusione della vicenda del “Pelandra”, una sfatto che si è sposato, sembra aver messo la testa a posto e, un bel giorno, esce di casa per andare a comperare le sigarette (ma non aveva mai fumato!) e scompare piantando tutti.

“Tre apologhi”. Il primo è un ricordo famigliare: l’Autore e sua moglie stanno rientrando da Ferrara a Roma in auto e devono decidere se prendere la Flaminia o la Tiberina, se passare per Rimini o per Cesena. Da un lato vi è il fascino della vita di provincia, dall’altro l’angoscia della grande città, Roma.

Il secondo narra un ritorno a Napoli nel dopoguerra, alla ricerca della casa di C., sottosegretario alle Finanze. É un tornare al passato nell’incontro con un compagno d’università, militante nello stesso partito.

Nel terzo apologo l’Autore riceve una telefonata da un’amica redattrice, che gli chiede di scorrere una ventina di foto d’attualità e di dirle quale gli interessa di più e perché, allo scopo di realizzare un’inchiesta tra gli scrittori. ne esce una storiella ambientata in questura su un tizio che si è spacciato per Medaglia d’Oro.

“La felicità”: suggestioni da un organo di Barberia. “Mi figuravo che bastasse poco, assai poco, per raggiungere la felicità”.

“Laggiù in fondo al corridoio”: Bassani spiega la genesi delle “Cinque storie ferraresi”, illustra la sua poetica. Le pagine sono interessanti perché forniscono notizie e particolari.

Scrive l’Autore su “La passeggiata prima di cena”.”Il passato non è morto – asseriva a suo modo la struttura medesima del racconto -, non muore mai. Si allontana, bensì: ad ogni istante. Recuperare il passato dunque è possibile. Bisogna, tuttavia, se proprio si ha voglia di recuperarlo, percorrere una specie di corridoio ad ogni instante più lungo. Laggiù, in fondo al remoto, soleggiato punto di convergenza delle nere pareti del corridoio, sta la vita, vivida e palpitante come una volta, quando primamente si produsse. Eterna, allora? Eterna. E nondimeno sempre più lontana, sempre più sfuggente, sempre più restia a lasciarsi di nuovo possedere.”

Se “La passeggiata prima di cena” ha l’andamento di una carrellata cinematografica, in “Una lapide in via Mazzini” Bassani pensa a una coppia di sfere di uguale dimensione, sospese in aria ad altezza uguale, ruotanti lentamente intorno ai rispettivi assi l’una in un senso e l’altra in quello opposto.
“Due universi prossimi ma separati. L’accordo fra essi non sarebbe mai stato possibile.”

Ne “Gli ultimi anni di Clelia Trotti” invece Bassani immaginava “quattro rigidi elementi verticali di una materia opaca e traslucida, più vicina alla carta o alla stoffa che non alla pietra o al metallo: larghi e piatti, tutti e quattro questi elementi, divisi ma paralleli”.

“Una notte del ‘43” torna ad ispirarsi al cerchio: tanti cerchi concentrici, l’ultimo dei quali, il più piccolo, coincidente col punto del centro generale, era la camera di Barilari.

Una volta delineata Ferrara nelle “Storie”, l’obiettivo doveva spostarsi sull’Autore con la domanda: “Chi ero, io, in fondo?”

Di qui i successivi sviluppi.



EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Giorgio Bassani, (Bologna 1916- Roma 2000) letterato, poeta, romanziere e sceneggiatore italiano.

Giorgio Bassani, L’odore del fieno, Milano, Oscar Mondadori 2009, nel secondo volume de “Il romanzo di Ferrara”.



Bassani in lankelot.eu: qui

Links: http://fondazionegiorgiobassani.it/biografia.htm

http://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Bassani

http://www.italialibri.net/autori/bassanig.html

http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/bassani.htm



Marina Monego, marzo 2010


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19.05.2017