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"Il paradosso del monoteismo" di Henri Corbin

Giancarlo Calciolari
(12.04.2010)

“Il paradosso del monoteismo” è forse il testo teorico centrale di Henri Corbin. La ricerca sull’islam, sulla sua mistica iraniana, sulla sua teosofia, a partire da Avicenna, giunge a precisarsi non semplicemente come un interesse storico, ma come un interesse vitale e non semplicemente professionale, come quello di uno storico delle religioni o di un filosofo delle religioni, e perché no, anche quello di un teologo, che può essere un ricercatore oppure un laureato in teologia. Questa è anche l’occasione per precisare che le università non dispensano altro che attestati di microscopiche gnosi, la ricerca è un’altra cosa, infatti i ricercatori risultano erranti, asimmetrici, erronei, diversi, dalla schiera universitaria dei dotti.

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Opera di Christiane Apprieux, 2009, dittico, acrilico su tavola, dettaglio

Noi potremo, come faremo, entrare nel cuore della teoria di Henri Corbin, che è per l’appunto quella di una certa teologia esoterica islamica, ma indichiamo prima qualcosa di una tendenza che si nota sin dalla presentazione della libro, Il paradosso della monoteismo, e dalle dichiarazioni e dalla vita stessa di Henri Corbin, che racchiude la sua questione di vita nella filosofia stessa, in una sua specie di aristocrazia del sapere esoterico, che non gli ha impedito l’essoterismo, la sua pratica infaticabile di insegnante e di conferenziere.


Il paradosso della monoteismo è in effetti il testo di una conferenza preparata come è in uso fare. Questo movimento, questa tendenza è quella di una indipendenza dalla struttura secolare del cristianesimo che è chiamata Chiesa. E la Chiesa è stata sempre attenta, è noto anche in modo poliziesco, totalitario e annientatore, com’è stato il caso dei catari, alle varie gnosi, che percepisce con una grande paura, e questo perché potrebbe rivelarsi per l’appunto una gnosi. Sicuramente per Henri Corbin lo è, eppure negativa, non affermativa, chiusa nel paradosso del monoteismo, quello che se Dio è l’essere supremo in quanto ente, non ci potrebbe essere nessun ente (che può increarsi solo dall’essere). E quindi non più le nostre mani come mani di Dio, secondo la teoria dell’emanazioni giunta sino alla teologia politica, ma la mano del potere sterminatore per affermare l’uomo contro tutti. L’ultima ruota del carro delle cosmogonie viene presa come prima ruota, primo motore.


Non è messa in discussione l’ontologia fondamentale che diventa una ontologia integrale, che racchiude sia l’essere in atto creatore di ogni ente, qualificato da un nome (sono questi i “nomi” di Dio), e da un attributo che sarebbe integrale nella visione che vede sia il principio generatore innominabile, inaccessibile, nascosto, che sta al centro del cerchio, delle sfere, della cosmogonia, e tutta la serie delle teofanie, delle apparizioni di Dio in ciascun ente.


Si tratta per Henri Corbin di non incappare in due problemi fondamentali che costituiscono un’acquisizione logica, analitica della questione, sebbene poi sia tutt’altra la strada di Henri Corbin che ha bisogno della stessa gnosi che sta per vanificare. Di che cosa si tratta? Dell’antropomorfismo e dell’agnosticismo. Se Dio è l’ente supremo, cioè è l’essere supremo ma in quanto ente, allora è fatto a immagine e a somiglianza delle impossibili sue manifestazioni perché non potrebbe crearne.


E quel Dio lì, che non è essere ma ente supremo, non può che essere fatto a immagine e somiglianza dell’ultimo degli esseri, che è l’essere umano, e quindi sarebbe un dio antropomorfo, un dio padre, un dio madre, un dio con tanti attributi, mentre Dio non ha attributi, non ha nomi se non come apparizioni del suo principio creatore che è fuori dalla moltitudine degli enti: non può essere ente supremo e creatore del cielo e della terra.


È curioso come il dogma dell’incarnazione venga dissolto da Henri Corbin perché se Dio si mescola alla storia degli umani appunto sarebbe antropomorfo, oppure questa inconoscibilità diventa una inconoscibilità anche delle sue manifestazioni e sarebbe questo l’altro rischio, quello del agnosticismo. Ma non c’è gnosi, non c’è conoscenza neanche degli enti.


La necessità del Dio creatore che non è l’uno generativo dell’uno più uno più uno della moltitudine, richiede i suoi nomi con i loro attributi e quindi la struttura gerarchica, l’angelologia sino all’ultima creazione dell’ultimo arcangelo, qualificato come Adamo, Adamo metafisico, e Cristo sarebbe l’incarnazione, un profeta del Adamo metafisico, e quindi sarebbe consustanziale non al monoteismo assoluto e astratto della Chiesa ma al teomonismo mistico iraniano che richiede appunto la struttura ieratica. Al punto che l’imam ha le mani di Dio.


Il tentativo di Henri Corbin di sfuggire all’impero dell’Ecclesia per la struttura teorica dell’islamismo, che avrebbe per lui solo una posizione simbolica, appunto priva della sua realtà secolare, nella realtà gli impone l’associazione degli amici teosofi, che non mirano né alla Chiesa né allo Stato politico. Rimarrebbero da leggere il paradosso della seconda Chiesa, per sfuggire alla prima, e il paradosso della compagnia, quello della psicotizzazione, che è anche quello che l’autonomia del soggetto lo rende robot sociale, perfetto. Certamente, leggere la teologia politica più spettacolare oggi, quella islamica, è sempre un compito interessante. Peraltro la lettura della teologia politicamente corretta, quella americana, tentata anche da Giorgio Agamben, forse oggi il suo più lucido lettore, è sempre foriera d’insegnamenti.


Chi si accontenta gode, questo è motto di Shakespeare, che è il nome d’arte di John Florio, che nella sua impresa ha avuto la necessità dell’angelo superiore, di suo padre, Michelangelo. E tra l’altro entrambi non hanno scosso la teocrazia anglicana. Occorre non accontentarsi.


Noi potremo prendere - è quel che cominciamo a fare - la meccanica, la struttura, la macchina, il corpo, l’ossatura, e tante altre metafore del pensiero di Henri Corbin e dell’esoterismo islamico iraniano citato da Henri Corbin, e evidenziare e leggere i paradossi del teomorfismo.


Se la struttura è ontologica integrale, il male come situarlo teoricamente? È la negazione? E perché nella negazione si sarebbe il successo sociale? Come può dal negazione della mano di Dio riuscire? Come negare la mano di Dio per sostenere che il male non è fatto da Dio? Tutto sarebbe imputabile a Dio, ed è questo il processo a Dio, che non ha bisogno di manifestarsi i tutti i suoi paradossi e contraddizioni e quindi basta metà della questione per proseguire la guerra contro il Dio dell’altro, contro l’altro Dio, contro il Dio del male, per realizzare il bene supremo, che sta sotto agli occhi di tutti e sono i massacri della storia. Ma c’è un’altra questione, il mistico citato da Henri Corbin, Sohravardî, afferma di avere inventato i suoi diagrammi circolari che permettono di intendere la struttura ontologica delle cose.

Tutto parte da un centro che non appartiene al cerchio, perché da quel centro il cerchio è generato, il centro è atto, non è una parte aritmetica del cerchio, e poi via via la gerarchia degli angeli, invocata anche da Rainer Maria Rilke, perché dice “chi mi udrebbe dalla schiera degli angeli?” E quindi i il primo anello, il secondo anello, il terzo anello: abbiamo queste strutture che si ritrovano sia nella angelologia dei neoplatonici, sia in quella della mistica ebraica, dalla quale tutto è mutuato nella mistica islamica, tutto è tradotto, questa traduzione giunge all’abduzione ed è per quello che l’islam è un’altra cosa, che si intende con le sue radici ebraiche e cristiane anche nei loro aspetti di gnosi. Non che non lo riconosca Henri Corbin, ha percezione esatta che quella è la struttura dell’emergenza della mistica islamica, ma non l’analizza più di tanto, cita questo parallelismo da analizzare, in particolare con la cabala, ma non lo affronta nemmeno con un rigo nel Paradosso del monoteismo.


Tutto regge il cerchio, se regge il centro, ma il centro è vuoto, e Dio è creatore, è operatore, è punto vuoto non è punto pieno. Non solo il centro è vuoto, ma tutta quella circolazione che arriva sino alla definizione di circo-ambulazione, molto precisa del resto, è quella di una topologia impensabile all’epoca, ovvero che quel vortice, che quel vuoto, non è altro che una sezione di una bottiglia di Klein, ed è per questo che anche Dio nella teosofia circola, proprio in quanto l’essere stesso è circolare, come se n’è ben accorto, senza capire niente, Heidegger.




Henry Corbin, Le paradoxe du monothéisme, Paris, L’Herne, 1981 (2003), pp. 258, € 23.



12 aprile 2010


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