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Dove

Giancarlo Calciolari
(5.04.2010)

Dove si scrivono le cose? Il dove risulta illocalizzabile, inspazializzabile, intopologico nella cifrematica, la teoria di Armando Verdiglione. Non-spazializzabilità del dove perché lo spazio della parola non è pianificabile. Le cose non vanno da A a B. Da dove vengono le cose? Rispondono il corpo, il sembiante. Dove vanno le cose? Rispondono la scena, il tempo. Corpo e scena della parola. Non è ancora una risposta, la non locabilizzabilità del dove; e non lo sarà mai nel senso della logica dell’interrogazione.


Verdiglione si è accorto che la nozione di traccia mnestica è problematica, anche in Freud; traccia che mantiene l’ipotesi di un’istituzione collettiva della memoria, ovvero un’ipotesi che comprende anche quella di Jung, e non vice versa, e quindi, Verdiglione sospende questa credenza enunciando una non localizzabilità. Il dove non è localizzabile e non c’è traccia di questo dove in una memoria che possa dirsi dentro l’uomo. Per altro si può leggere in questo modo il testo di Freud sulle afasie, del 1891, ovvero cinque anni prima dell’invenzione della parola “psicanalisi”. E già il “dove” pur non avendo nessuna corrispondenza biunivoca con il cervello, è dato come qualche cosa da leggere. Se noi valutiamo che il dove non viene da un altro, e non viene dagli altri e non viene dal fuori, non viene dalla parola degli altri e non viene dagli scritti degli altri, oltre a dissolvere la questione dell’educazione non risolviamo per tanto la questione che noi non abbiamo memoria dell’esperienza dell’altro, senza che l’altro non parli o non scriva o in un altro modo comunichi. Potrebbe comunicare con i gesti, comunicare con le opere d’arte, con gli scritti, con la voce.

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Opera di Hiko Yoshitaka, 2008

Freud ha enunciato che non c’è corrispondenza biunivoca tra la psiche e il cervello. E poi Verdiglione afferma che non c’è più tale corrispondenza biunivoca, perché non c’è mai stata.


La questione è ancora più radicale e concerne l’intero, indivisibile in mente e corpo. Tentativo di far indossare la divisione all’intero che è specifico della filosofia, mentre la teologia sviluppa un’altra algebra impossibile, tra trinità maschile e verginità femminile.


L’uomo, il figlio, la terza persona consustanziale della trinità: questo è l’enigma uomo, nel senso che Verdiglione formula l’enigma donna come non più risolubile (per intendere: la santa e la strega si ottengono dal tentativo impossibile di “rompere” la donna, togliendo l’enigma). L’enigma uomo è l’enigma dell’intero, dell’integrale, dell’integro, mentre le genealogie del potere sono i sistemi di dissacrazione e disintegrazione della terra, dell’umanità, dell’uomo e della donna.


C’è qualche cosa del “da dove” e del “verso dove” nella parola, perché uscendo di casa stamattina siamo in condizione di tornarci la sera. Che memoria è in gioco? La risposta è nel progetto e nel programma di vita. Chiedersi dove risieda questa traccia intracciabile, traccia che non è una traccia, traccia che non è un segno nell’inconscio, Zeichen, non è un segno identico a sé, comporta lo smarrimento nella stessa spazializzazione tentata. Giunto al nodo borromeo come punta impossibile della topologia dell’inconscio, Lacan cerca l’uscita matematizzabile dal cerchio.


Freud in una lettera a Fliess del 1896 dice che non c’è segno di realtà nell’inconscio. In un modo differente se n’era anche accorto Peirce molto prima, ma non viene letto come precursore della psicanalisi. Charles Sanders è quasi della stessa epoca di Freud, un poco prima. Non viene letta la sua “terzità” funzionale, e le sue dodici tripartizioni del segno. Di certo non c’è segno di realtà per Peirce, ma molteplicità sensoriale, Manifold of Sense; non c’è significazione stabilita, non c’è la Bedeutung. Peirce distingue sin dall’inizio del suo insegnamento tra denotazione e connotazione. Non a caso tale questione giunge a Lacan con Sinn und Bedeutung di Frege. Questione ancora oggi aperta.


Il senso in Freud è il contro senso, il quiproquo del sintomo, non è il senso sociale, la connotazione, la significazione del fallo. E per altro, Logica del senso di Deleuze è il tentativo di leggere Freud rispetto al sintomo. Freud non abbocca alle teorie sociali della significazione e del senso e con il sintomo indaga un’altra via. Tale è l’inconscio.


Freud legge e teorizza varie strutture mobili, contraddittorie della memoria. E come metodo di ricerca, tale è anche il contrito fallibilismo di Peirce. Il pericolo è quello di non leggere e quindi di fare l’abecedario, la lista, l’enciclopedia. È questo che provoca la vertigine in Umberto Eco, semiologo e non semiotico, traiteur impossibile du savoir de Peirce.


La questione rimane aperta e non chiusa, con la non localizzabilità del dove; da dove vengono e dove vanno le cose, e dove si scrivono queste cose che vanno e vengono. La parola agisce, la parola scrive, lo scrittore sintattico è lo specchio, lo scrittore frastico è lo sguardo e lo scrittore pragmatico è la voce. La scrittura non è solo dalla parte della lettera, della letteratura; la scrittura non è solo frastica, ma anche sintattica e pragmatica. Mentre nell’errore tecnico, nei contrappassi, nei contraccolpi, i tentativi impossibili di economia della parola, abbiamo la scrittura paratassica, parafrastica e parapragmatica. Una parassitassi rispetto al nome, il padre, lo zero; una parafrastica rispetto al figlio, l’uno, il significante; e una parapragmatica rispetto all’Altro, al tempo, all’automa. Paratassica è la scrittura aforistica di Nietzsche, mentre parafrastica è la scrittura disseminante di Derrida. E ogni marionetta sociale scrive parapragmaticamente, ossia come se fosse un altro. Tale è anche la scrittura del discorso universitario. Assenza di scrittura. Per accettare la carriera universitaria occorre l’acefalia, la rinuncia al nome, per il nome del nome, in nome dell’università, dei buoni insegnamenti, per il posto fisso, del sapere certo e tante barzellette dell’epoca relative al campus.


Freud parla di traccia mnestica e parla di rappresentazione di cose e di rappresentazione di parole, che si trasporranno in Verdiglione nei termini del nome e del significante, dissolvendo la credenza dell’ontologia, ovvero nell’ente, nell’ente vicino, nell’avvicinarci dell’ente della presentazione. Non c’è nessuna presentazione né rappresentazione delle cose: tale è l’insegnamento dell’Esodo. Freud porta al paradosso l’ontologia della parola, e giunge all’oggetto della pulsione come Vorstellung-repräsentant che è il rappresentante della rappresentazione, come a dire: io sarò colui che sarò (Ehieh Asher Ehieh), cioè ragazzi disperdetevi nel pianeta. È la questione del potere: gli uomini cercano di farsi un nome e vengono dispersi. Dalla paura di essere dispersi si fanno il nome, costruiscono Babele e sono dispersi, vagabondi della lingua, senza memoria, senza traccia. Invece l’ebraismo conserva gli indici della traccia, e il cristianesimo e l’islamismo non sono altro che innesti sulla sua pianta. E il fratricidio cesserà quando ritorneremo fratelli. Leggere Gerusalemme è un’altra cosa dalla lettura di Roma che fa Pierre Legendre, che omette Atene, forse per una non lettura della logica.


Quando Freud insegue lo statuto dell’oggetto della pulsione s’imbatte nel rappresentante della rappresentazione, nell’impossibile ponte tra la cosa mentale e le cose. Sartre insegue lo stesso ponte tra il corpo e la scena con la nozione di analogon: c’è qualche cosa che intesse la relazione tra la presunta traccia della memoria e la traccia delle cose, anche tra l’immagine e la cosa. Nel caso dell’immagine, che non è una fotografia in un archivio fotografico, la percezione del senso è decisa dagli umani per via gerarchica. E questa è anche la spiegazione del perché la maggior parte dei ricercatori sia delirante, anche per ammissione di Lacan.


All’inizio della sua ricerca anche Verdiglione si confronta con il ponte, che per lui è nodo: il nome annoda. Poi il nome procederà dal nodo, come apertura. Mentre per la società le cose procedono dal nome del nome, dalla relazione fallica, che invisibilmente divide e impera. Ma non c’è il dualismo di chi nasce con sette camicie e di chi nasce senza mutande. Il nome procedendo dal due, trovando la sua condizione nel sembiante, che non ha nulla dell’analogon di Sartre, non autorizza nessun dualismo. Le cose, i nomi, i significanti e le cifre: dalla quantità alla qualità. Nella parola. Non nella sostanza comune del così fan tutti e tutte. Sostanza comune anche in Platone, anche nella cicuta di Socrate, anche nell’erotica di Diotima. Sostanza che sta già nell’immaginazione (che ovviamente è sempre al potere): Platone invita a immaginare gli uomini prigionieri in una caverna. La memoria immaginata – il ricordo della caverna - nega la traccia, allora la memoria senza più immaginazione qual è? Verdiglione ha risposto: è la memoria di quel che si fa.


Jean-Michel Vappereau, psicanalista e matematico, offre una via topologica alla questione, che possiamo formulare con la città e la sua mappa. L’irriducidibilità della città alla mappa e della mappa alla città è un indice del due. È cosi che diciamo che l’elaborazione di Vappereau procede dal due, dall’apertura. E giungere ciascun giorno al posto di lavoro è una questione di cifratura, di scrittura dell’esperienza. Nessun automa, nessun robot, nessuna marionetta scriva se non in modo parapragmatico.


Qual è la mappa della vita, qual è la mappatura della vita, e chi è il mappatore del caso? La mappa non è genetica, personale, sociale; e non è neanche chimica. Veniamo all’obiezione alla vita della medicina e della psichiatria che in modo mondiale spronano l’uso di psicofarmaci sotto qualsiasi sole e sotto qualsiasi cielo e sotto qualsiasi luna, realizzando così una pseudo vita; mentre dall’altra parte il luogo comune fa la caricatura del discorso medico e psichiatrico e sprona l’uso di droghe. Non diciamo che bere alcool sia senza effetti, non diciamo che mandare giù una pasticca sia senza effetti, ma quel “mandare giù” è nell’immaginazione degli uomini. È l’errore tecnico, è la tentazione non intellettuale. Tali sono anche le tentazioni di Gesù nel deserto, dopo quaranta giorni di digiuno; e in effetti sono le tentazioni di Satana.


La questione non viene più colta dagli umani che ingurgitano psicofarmaci e psicodroghe. Questi umani sono nel sistema genealogico, che in Platone si chiama “caverna”, e hanno la memoria che spetta loro, personale e sociale, e quindi sono telecomandabili anche con la chimica e non solo con i media. Sono uomini connotabili, anche quando sono notabili o “dupes”, zimbelli senza dignità di notazione.


Il discorso medico crede non nella metafisica né nella teologia, ma nella metachimica: gli umani sarebbero telediretti dall’alchimista, dalla metachimica. Una questione di vita emerge con il mal di testa? Prendiamo l’aspirina, che telecomanda la dipartita del mal di testa, che viene da un palinsesto linguistico in tensione, contradditorio, oscillante, instabile, che non è letto.


Qualsiasi pseudo scienza, qualsiasi “scienza” che non sia scienza della parola è un discorso che si presume causa (è l’immaginazione), determinante l’umano, come la metachimica della droga e dello psicofarmaco, che è controllo e padronanza impossibili della parola, edificazione mancata del nome del nome, del significante del significante, della cifra della cifra, la “decifra” operata dai decifratori, dagli gnostici al potere e all’impotenza, appunto.


Non funzionano la padronanza e il controllo della vita, malgrado la pubblicità dei servi delle genealogie di potere, e infatti, quello che esplorano i migliori non è la teoria originaria, la scienza della parola, ma i paradossi in un discorso, di un altro, e di un altro ancora… E questi migliori sono i rari geni a spasso per l’università e qualche raro genio di provincia. Non immaginatevi gli altri.


Quindi sembra una grande questione quella dei paradossi della metachimica, i suicidi dovuti agli antidepressivi, gli effetti collaterali che sono poi nient’altro che gli unici effetti, la menzogna degli ubriachi spacciata come in vino veritas, gli squilibri di coloro che vincono la sostanza alla lotteria…


La questione intellettuale è quasi tolta con l’intervento dell’alchimista. E per questo è più difficile riprendere la retta via dopo l’abbuffata di sostanza e di liquidi.


Quindi, ciascuna volta, la lettura ci riporta anche alle acquisizioni della cifrematica, la teoria di Armando Verdiglione, e noi proseguiamo in questa avventura in cui non diamo per scontato neanche la cifrematica, in nessun dettaglio.




4 aprile 2010


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