Transfinito edizioni

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La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

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Giancarlo Calciolari
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Imago. Non ti farai idoli

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Angolo di Gibilterra

Lucia Guidorizzi
(29.03.2010)

Non era Gibilterra e neppure l’Amazzonia. Era solo un lacerto dimenticato della città. Accanto ad una chiesa segreta e bellissima, che mai nessuno visita, San Nicolò dei Mendicoli, una tra le più antiche chiese di Venezia, già esistente nel VII secolo, situata in una contrada in cui le condizioni di vita degli artigiani e dei pescatori erano modestissime e per l’appunto prendeva il nome da loro, i mendicoli, i mendicanti, sorgeva una casa délabrée, con un giardino circondato da alte mura.

Una casa qualunque, un giardino qualunque, non fosse stato per la rete che si ergeva alta, cingendone tutto il perimetro che ne faceva una sorta di gabbia gigante.

Se passavi di là, e alzavi gli occhi in direzione degli alberi che spuntavano dalle mura, ti accorgevi di un’incogrua stranezza.: tra quei rami saltellavano innumerevoli scimmie.

Credevi di aver avuto un’allucinazione, un abbaglio, e invece no, era tutto vero, verissimo. Non una, ma colonie di scimmie si dondolavano tra i rami di quegli alberi, entravano ed uscivano dalle finestre spalancate del primo e del secondo piano dell’abitazione, camminando su ballatoi improvvisati, stridevano con le loro voci roche e sguaiate, battibeccando tra loro. Scimmie dalle lunghe code, dai volti corrucciati e dispettosi si spulciavano a crocchi, si dondolavano sui davanzali delle finestre. Allora, dopo un attimo d’incredulità, capivi che non si trattava d’un sogno assurdo, ma che stavi passando sotto la casa del celeberrimo Rico delle Scimmie.

Rico era stato un marinaio, un vero lupo di mare, aveva battuto tutti gli oceani e toccato tutti i porti, conoscendo ogni latitudine, ma più di tutto, dei luoghi esotici in cui era stato, gli erano piaciute le scimmie, al punto di portarsene a casa da ogni viaggio.

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Opera di Christiane Apprieux

Incominciò con una: si trattava di una scimmietta apparentemente inoffensiva dalla vocetta becera e selvaggia che berciava acutissima non appena si vedeva contrastata in qualche suo desiderio. Questo esseruncolo capriccioso e volubile, guazzabuglio d’umano e demoniaco, gli combinò parecchi guai. Un giorno, dopo essere stata rimproverata, per un suo comportamento scorretto, si vendicò subitaneamente: aprì l’armadio e gettò fuori dalla finestra tutti gli indumenti e gli effetti personali di Rico, non prima di averci pisciato sopra a lungo. Rico, più che infastidito, fu affascinato dal comportamento volitivo della scimmia, e quando, parlando con gli amici, ricordava l’aneddoto, s’illuminava tutto, come un padre, che pur parlando delle malefatte del figlio, alla fin fine se ne compiace.

Ma una non gli bastò: ne portò a casa un’altra, e poi un’altra ancora, e poi ancora una: le scimmie erano diventate una legione e ormai Rico era totalmente soggetto alla loro volontà, ai loro temperamenti lunatici ed irascibili.

Aveva attrezzato la casa unicamente ad uso e consumo dei primati : essa era stata svuotata d’ogni oggetto andato distrutto, per vezzo o per capriccio, dalle loro manine avide e malaccorte, il divano sfondato, la tavola lorda ed escrementizia, in quanto era il luogo dove le scimmie banchettavano ed evacuavano liberamente, le finestre costantemente aperte di giorno e di notte, d’estate e d’inverno, per permettere ad esse di entrare ed uscire con facilità.

La vita di Rico era ormai tutta in funzione di scimmieschi bisogni: consacrava il suo tempo ad alimentarle, ad attrezzarne gli spazi, a curarle e ad assecondarle in ogni loro capriccio. Non poteva più ricevere amici in casa, perchè questi, infastiditi da quel berciare continuo, preferivano starsene al baccaro a bersi lo spritz e a farsi una partita a carte; non poteva più assentarsi per un giorno, in quanto ogni responsabilità dell’accudimento delle bestie gravava sulla sua persona: nessuno aveva il fegato e la voglia di entrare in quel lurido caravanserraglio correndo il rischio di essere aggredito da quegli animali viziati.

Così il povero Rico, che aveva viaggiato per tutta la vita per mare, fu inchiodato ad una sedentarietà coatta che lo fece intristire ed invecchiare rapidamente. Ormai viveva solo in funzione delle scimmie: si era trasformato nel mendico guardiano di uno zoo che non visitava nessuno. Ad essere in gabbia era proprio lui, prigioniero per sempre in quell’angolo impervio di Gibilterra in una città splendida che lo ignorava.

Quando la gente sotto le sue finestre, sogghignava con sufficienza, pensando al vecchio eccentrico e solitario, circondato dalla sue scimmie.

Dopo qualche anno Rico morì e le scimmie sparirono: non ho idea di dove possano essere andate a finire.

Certo è che ora, ogni volta che mi capita di passare da quelle parti (peraltro raramente), a fianco della chiesa dei Mendicoli, un riflesso condizionato mi porta ad alzare lo sguardo verso quella casa, un tempo un fatiscente tugurio, ora un’intonacato confetto spirante un’aura asettica di rispettabilità, cercando le scimmie che non ci sono più, e, quando me ne rendo conto, resto sempre un po’ triste e un po’ delusa.


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30.07.2017