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La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

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Giorgio Bassani, "L’Airone"

Marina Monego
(29.03.2010)

“L’airone” è il romanzo del dolore definitivo, di un malessere esistenziale onnicomprensivo che pervade ogni aspetto della realtà: l’individuo, i suoi affetti, le cose, la natura. Soltanto dopo essere scesi nell’abisso più profondo sarà possibile risalire e progettare di nuovo. Bassani stesso dichiarerà di essersi sentito liberato dopo aver concluso quest’opera.

Edgardo Limentani, il protagonista, è un avvocato di quarantacinque anni, ebreo, sposato con la Nives, la sua ex-mantenuta, e padre di una bambina. Vive a Ferrara con la famiglia e sua madre, apparentemente non gli manca nulla. Una mattina d’inverno del 1948 si sveglia all’alba “risalendo non senza fatica dal pozzo dell’incoscienza” per recarsi a Volano sul Po per una partita di caccia in botte.

Fin dall’inizio è chiaro il suo senso di estraneità, si percepisce assurdo e meschino, avvilito, si osserva allo specchio e si trova antipatico, “ogni oggetto che gli cadeva sott’occhio, lo urtava, lo infastidiva”.

Edgardo sembra riassumere su di sé le caratteristiche dei precedenti personaggi bassaniani, portate a una dimensione esistenziale non rimediabile.
Il romanzo – in terza persona – accompagna Edgardo nei suoi spostamenti in quella che è l’ultima giornata della sua esistenza, indugiando nel descrivere con tecnica cinematografica i suoi gesti, anche minimi, accentuando la sua fisicità più prosaica, che contribuisce a sottolineare il senso di pesantezza che l’essere nel mondo gli trasmette. È la vita a risultargli insopportabile, fastidiosa.

“Bastava guardare le faccende della vita da una certa distanza per concludere che valevano tutte quante per quello che valevano, e cioè niente, o quasi”.

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Marina Monego
Giorgio Bassani, "L’Airone"

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Opera di Christiane Apprieux, 2009, acrilico su tavola, dittico, particolare

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30.07.2017