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Carawagner

Maria Cristina Faccanoni
(22.03.2010)

Note su Wagner e Caravaggio, complice il treno tra Roma e Venezia



La straordinaria mostra di Caravaggio così come le sue grandi tele romane, da me immancabilmente visitate ad ogni sosta nella capitale, scorrono sul vetro del finestrino sul fondale della campagna romana. Per resettarle nella mente, decido di ascoltare un po’ di musica. Infilato l’i-Pod, sento le note di Parsifal, ed eccomi avvolta dalla melodia infinita che impercettibilmente mi porta ’fuori’. Macché fuori, sono più dentro di prima. Caravaggio cui Wagner si sovrappone, non mi molla più. Stupisco per le assonanze e dissonanze che rilevo fra i due. Le annoto, cerco di precisarle.

Due filibustieri, due geni entrambi. Spregiudicato profittatore della benevolenza e generosità altrui il primo, guitto amorale ed irrefrenabile contenzioso il secondo: Wagner con il suo imporsi nella vita e nell’arte, il Merisi nella sola pittura, intesa come opera salvifica di un’esistenza perennemente border line, che si snoda puntando verso il buco nero in cui sprofonderà la sua esistenza.

Questi due artisti ben rappresentano, la scissione tra vissuto, in cui prevale la costante ricerca dell’appagamento di una esigente corporeità, e arte, intesa come sublimazione delle pulsioni terrene anche le più degradate e degradanti in una tensione infinita verso il divino. Tensione mai rettilinea né pura, ma tormentata ed impedita dall’irrefrenabile irrompere delle esigenze carnali. In Wagner, ad esempio, con i leitmotiv della notte di Valpurga in Tannhauser e quello delle fanciulle fiore o della tentazione demoniaca di Klingsor in Parsifal; con il richiamo del celato, le sinuosità maschili o, l’inquietudine del buio, esempi tentanti e insidiosi nel Merisi. Questi, seppur violenti e parossistici, sempre devianti dal retto cammino, vengono di volta in volta assordati, annullati e oltrepassati, schiacciati quasi (Klingsor), o tranciati (Golia) nel loro percorso a spire che conduce i due artisti a trionfare: Wagner nella vita come nella musica, il Merisi nella luce ora prorompente ora solo radente le tenebre della sua pittura.

La tensione verso il divino, comune ai due, progredendo lenta, con ripensamenti, talora, ma inesorabile verso la meta, nel suo moto a spirale, si fa in Wagner via via più solare sino all’appagamento estatico nella contemplazione abbagliante della luce irradiantesi dal Sacro Graal, vortice sonoro ove confluiscono tutte le possibilità del sistema tonale che, nel serrato intreccio dei temi, risucchia in esso anche l’ascoltatore più distratto - se mai con Wagner lo si può essere -. Avviluppato in questo ora armonico ora disarmonico reticolo, egli ne seguirà estatico il percorso sino all’ebbrezza mistica in Parsifal o sino all’annientamento di Eros e di Thanatos nel Tristano e Isotta. Chi assiste al rito, in questa commozione catarsica, trascende l’umano nella ripetizione ritmica di questi mantra sonori, varcando la soglia della consonanza universale.

Diverso l’esito del percorso catarsico di Caravaggio.

Nelle sue tele l’oscurità è sempre in agguato. Se si osservano le prime opere, questa ammicca nelle foglie del paniere in cui pare celarsi qualche minaccia, nelle ombre dei volti paffuti, ma già promessi a rapida corruzione, nelle pose voluttuose dei suoi modelli, che da pacate si fanno mosse. Ma è poi, nelle prime opere a carattere religioso commissionategli, che il buio irrompe prorompente. Ne sono una riprova le tele del ciclo di S. Luigi dei Francesi a Roma.

Messi da parte i soggetti profani, Caravaggio si concentra sulla estesa superficie delle tre grandi tele raffiguranti le storie di San Matteo, santo eponimo del defunto committente, Mathieu Cointrel, santo che uscirà anch’egli redento dall’oscurità esistenziale.

L’esattore di tributi, intento a controllare l’incasso quotidiano nella fumosa e cupa taverna, sente la chiamata che fa di lui, Levi, Matteo che vede la via , segnalata da un misterioso riflettore divino fuori campo. Dopo il martirio, caotica scena in cui urla e gesti teatrali, rumor di ferraglia, stridor di tormenti, si figgono in un tableau vivant di convulse figure attraversate dalla luce radente come in un fotogramma espressionista, S. Matteo appare, improvvisamente invecchiato, in veste di Evangelista al centro del trittico.

Ancora permane un residuo di tenebre, meno dense rispetto a quelle vicine, ma la via per uscirne è indicata. L’angelo, su cui piove dall’alto la luce, avvolto in bianche spirali, addita a Matteo l’Uno e il Tre: il cerchio, l’UNO e l’Uno, il TRINO. E Matteo risponde anche a questa seconda chiamata.

La torsione del corpo, il gioco dei semicerchi del gesto e dei volumi corporei del santo tendono verso l’ondeggiare del non-corpo dell’angelo, in un mirabile mottetto, già di forme barocche. In esso le due figure, come voci, si avvitano una sull’altra in mistiche volute di luce che si espandono, spumeggiando, ben oltre la tela.

D’ora in poi, per Caravaggio, l’oscurità, sempre dilagante nella sua pittura come nella vita, seppur con qualche pausa, andrà infittendosi e, sempre più rischiosi, alla fine vani, si faranno i tentativi per sottrarsi ad essa. La sua esistenza si farà sempre più tortuosa e tenebrosa , raffigurata nella testa mozza di Golia, la sua ultima tela, sino alla morte che lo coglierà, solo, dissanguandolo sulla rena del litorale laziale.

Wagner, invece, trapasserà, attorniato dai suoi affetti, nella quiete lagunare della città che, anni addietro, gli aveva sussurrato liquida l’estasi del secondo atto del Tristano, morirà fra morbide trine e fulgidi broccati marcandoli con un’ultima nota di sangue (1).


Maria Cristina Faccanoni

15 marzo 2010


(1) Su un tendaggio della stanza in cui morì il compositore tedesco a Ca’ Vendramin Calergi a Venezia, fino a poco tempo fa esisteva una macchia che , secondo la tradizione, sarebbe stata la traccia dell’ultimo respiro esalato dal maestro nella sua agonia.


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