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Il diritto senza più teologia

Giancarlo Calciolari
(15.03.2010)

Il diritto al lavoro indica anche la disoccupazione inoccultabile. Il diritto al salario per il lavoro indica la schiavitù e il sale come compenso. E oggi il salariato non ha neanche più diritto al salario, ma solo al compenso ideale, quello che non arriverà più. In altre parole, l’anno scorso non ci hanno pagato diverse mensilità di lavoro. Attraverso la Direzione provinciale del lavoro abbiamo ottenuto delle cambiali dal datore di lavoro, accettando una rateizzazione più che annuale. Le cambiali sono lasciate andare in protesto. I pignoramenti sono fatti quando non ci sono soldi in cassa. I beni pignorati rimangono invenduti. Intanto paghiamo le spese per gli effetti che tornano protestati. Tanto per dire che non ci sarà nessun rispetto della legge. L’azienda impunita continua a lavorare, lasciando dietro di sé una scia di insoluti e di impagati.
Questa, la nostra, è vanità, polvere di diritto. Il diritto alla vita è sbeffeggiato in ogni piazza e in ogni angolo del pianeta. E il culmine è dato dalle strenue battaglie per il diritto di morire. E per essere più chiari: il diritto alla vita si mostra sopra tutto come obbligo a morire, e non è solo il caso dei nascituri di sesso femminile in Cina. La Cina è qui, dentro ognuno di noi, direbbe un filosofo, non riconosciuto come mistico, come Louis Althusser. La strage degli psicofarmaci nell’occidente, l’obbligo all’idiozia dell’educazione scolastica nei suoi vari gradi. Ci sono infiniti modi della pseudo vita e degli pseudo diritti.

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Opera di Christiane Apprieux

Che ci fosse qualcosa di errato sin nel cuore del diritto c’era anche nella ricerca di Jacob Taubes, che si era meravigliato che il nascente stato di Israele – tutt’oggi senza costituzione – avesse cercato nell’opera di Carl Schmitt, giurista e filosofo nazista, l’occorrente per scrivere la costituzione. E Taubes, è il caso di dirlo, rispettava la costruzione teologico politica del diritto di Schmitt, che chiamava “controrivoluzionaria”, utilizzandola in modo diametralmente opposto, come Walter Benjamin, che chiamava “rivoluzionario”. In effetti, per quanto sia sentita la necessità di un altro diritto, di una parola giusta, la cui giustizia non sia a portata di mano degli umani, che ne farebbero subito un’ingiustizia, non ci risulta che qualcuno abbia dissolto l’inghippo della connessione tra il diritto e quello che la blasfemia chiama tranquillamente “Dio”. Anche l’ateismo, che per questo aspetto è il resto diurno e secolare del teismo, richiede Dio. Perlomeno da Hegel in poi, lo Stato è il nome laico di Dio. Se aspetto dallo Stato il rispetto dei miei diritti è chiaro perché non sarò mai più pagato per mesi e mesi. E altri invece lo saranno. Perché?



Perché tutte le teorie del diritto procedono da uno e si fanno in due. Il diritto dell’uno e il diritto dei molti (oggi diritti dei bambini, diritti degli animali…) sono un risultato gnostico, ossia della credenza nell’albero della conoscenza del bene e del male. Il diritto che procede dall’albero della vita è ancora da inventare. Ecco perché la profezia sembra quasi facile e ovvia per chi intende la natura doppia del diritto occidentale. Cosa che non è nemmeno sfiorata dal ricercatore più acuto e complesso del diritto che è Pierre Legendre. L’altra Bibbia dell’occidente, la chiama Legendre: il monumento romano canonico.



In breve, il diritto al bene, inseguito anche come bene supremo dalla filosofia, implica la parte maledetta, come la chiama Georges Bataille. E queste cose sono affermate in modo razzista e sprezzante proprio dall’oligarchia di potere, anche culturale, che tra l’altro si manifesta come antirazzista. C’è chi ha affermato per giustificare la condanna al silenzio degli intellettuali che non hanno accesso agli editori e ai media, che se ci fosse un genio di provincia loro lo saprebbero. E ovviamente era per dire che non c’è nessun genio in provincia. È la stessa cosa che devono aver pensato Soffici e Papini quando “non” hanno ri-conosciuto Dino Campana, che oggi studiano i nostri ragazzi all’università. E inutile risulta per gli invisibili, anche come noi, assumere disperatamente lo statuto impossibile di “genio di provincia” sperando nella promozione alla visibilità. L’albero della vita non è visibile. Mentre ognuno vede davanti a sé l’albero della conoscenza del bene e del male, e sa leggere i suoi diritti e farli rispettare, perché ci vede benissimo e distingue il bene dal male. Eppure in questo caso comune e universale, l’albero di fronte è lo sbarramento.



Diritto, diretto, dirigere, regere, reg radice che indica un movimento in linea dritta. La diritta via smarrita da Dante. E in regere fines c’è anche il senso di tracciare le frontiere. La via diritta e la traccia. E poi la parola giusta, la giustizia della parola. Non la parola buona e la parola cattiva, entrambe ingiuste. Quale parola, quale traccia, ossia quale scrittura. Il diritto: come si scrive la parola giusta. E questo riguarda ciascuno, e non solo il sovrano di Schmitt, che decide nello stato di emergenza, perché la sua mano, come nella mistica iraniana, è la mano stessa di Dio.



Nella versione latina di ius il diritto era la formula religiosa che aveva forza di legge. Ed era per l’appunto data dalla gerarchia sacrale, dall’amministrazione gnostica, i pontefici, come insegna Cicerone.
Quindi, per sfiorare anche la favola dei nostri soldi che non avremo mai, noi proseguiamo come l’ebreo cristiano Paolo, che dà per compiuta la Legge con Gesù: facciamo ciò che non vogliamo, e prendiamo ciò che non vogliamo come la spia della direzione, che è anche quella del diritto che procede dall’albero della vita.




Giancarlo Calciolari, 8 marzo 2010

Scritto per la rivista Helios


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