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Anni Settanta

Paolo Pianigiani
(15.03.2010)

Ma potrebbero essere altri, prima o dopo: è un caso che siano i 70. Quando ancora si pensava di poter fare, forse, un mondo con una qualche giustizia, e un mondo più bello. Abbiamo fatto questo, nel bene e nel male. Ci è venuto così. Ma l’arte non ha colpa, l’arte registra e mantiene i nostri sogni, nel tempo. Magari può dare nelle sue forme più alte indicazioni e stimoli. Ma siamo troppo distratti per vederli e seguirli. Andiamo come sempre dietro alle cose. E’ comunque un ricordo ed è memoria, quando la pittura diventa superficie e visione.

Sono cinque artisti, che insieme ci riportano a quegli anni, nel loro fare pittura di allora, in quello che hanno lasciato dipinto, o inciso, o disegnato. Perché quello era il loro mestiere e il loro respirare l’aria, gli umori, i pensieri. Nella diversità dei loro percorsi, così diversi e lontani. Tenuti insieme per questo scorrere di sguardi, da uno spazio del tempo simile od uguale. Uguale almeno era quello che succedeva d’intorno, lo scorrere e il divenire della storia. Ciascuno con dentro il suo mondo, ancora qui a stupirci.

E Treccani ha questo suo paesaggio di mare, disperso nel nulla, appena un passaggio accennato di colore e di sogno. O il ritratto sospeso al cielo di Piero Santi, che ha attraversato l’epoca e gli anni come un sole oscuro. Fu Piero a parlarmi di Dino Campana come la migliore strada per arrivare alla poesia, quella vera, quella che ti corrode il cuore. Fra i pochi lo aveva capito, già negli anni lontani.
I volti di Ernesto Treccani: sono grumi vivi, appena rimasti a vibrare nella musica di un ricordo.

Sergio Vacchi è presente con alcuni suoi quadri rari; forse mai visti: semplici e sorprendenti. Son nature morte stese al sole della vita, sotto un cielo grigio piombo come le strade. Risorto dal disfarsi ansioso dell’informale, di cui ha assaporato ogni ricchezza, e le profondità più inesplorate, ha stabilito regole sue di una figurazione sospesa, preziosa, senza raffronti con il presente.
Ed ecco allora, come ora, i racconti ricchi di mito, visionari, senza l’insulto del tempo. E quella firma così impressa ed espressa, quasi un suggello, prezioso simbolo di vita.

Luigi Guerricchio ci porta nel suo mondo, aperto a un dialogo solo in apparenza semplice; ma quegli sguardi sospesi e quegli spazi ci arrivano filtrati da una riflessione di chi è andato oltre il visibile e oltre la storia, e ha compreso che ovunque vibra il linguaggio unico e antico della poesia.
Enzo Giani è qui una continua sorpresa. Appare da poco nel mondo visibile delle esposizioni d’arte come un prezioso pittore a lungo sconosciuto. E ogni suo lavoro sta lì a dirci di quanto invece sa raccontare, di quali mezzi dispone. Sono per lui continue strade, le superfici dipinte, incupite dai grigi, appena emergenti in qualche brano di colore. Ogni quadro è una esperienza nuova, i richiami appigli lontani a memorie e conoscenze condivise. E a qualcuno, forse, dovremo un giorno chiedere il perché, un artista così sia rimasto al margine di una conoscenza più diffusa.

Gabrio Ciampalini ha qui alcune opere legate da una vibrante ricerca di racconto: e sono forme ancora dichiaratamente umane, non ancora sfumate negli esiti così diversi che si aggiunsero negli anni più vicini, fino alla nuova pittura, se ancora vogliamo usare questo sacro nome, recentissima. Per lui quegli anni furono di importante lavoro, di allontanamento concluso dalla figura, e dettero esiti maturi e consapevoli. Come questi, che conservano tutta la loro capacità di riempire lo spazio con visioni definite dall’incontro instabile di cromie e forme oblique.

È sempre un rischio mettere insieme i lavori di artisti diversi. Spesso le opere si allontanano fra di loro come gatti randagi, o si respingono come poli magnetici dello stesso segno. Qui, legate a un periodo preciso, raccontano insieme quegli anni lontani, di come erano i sogni e di come si inseguivano e si spandevano gli orizzonti. Mi si chiederà se erano tempi migliori per l’arte, quelli.

L’arte non cresce né torna indietro. È stabile nel suo farsi reagente e fragile supporto agli umori della storia degli uomini. Posso dire che quello che si trova in queste opere non ha ancora subito gli inganni e le rassegnazioni. È ancora urlo e desiderio. Adesso, qui intorno, è solo silenzio.

Paolo Pianigiani

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Leggere il testo integrale con le opere degli artisti
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I Navicelli, luogo dell’esposizione

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26.04.2017