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La lezione di Yeshayahu Leibowitz

Giancarlo Calciolari
(1.03.2010)

Uno dei riferimenti, uno dei maestri di Gérard Haddad è Yeshayahu Leibowitz. Incuriositi dalla rarità di un intellettuale che situa come maestri altri due intellettuali, l’altro citato da Gérard Haddad è Jacques Lacan, siamo andati a leggere uno dei testi di base di Leibowitz, che non a caso porta in titolo I fondamenti del giudaismo. Lettura delle sentenze dei padri e di Maimonide. Leibowitz appartiene a quella schiera intellettuale, che vorremmo anche più consistente, di coloro che hanno lasciato una testimonianza orale, raccolta poi da alcuni testimoni, da alcuni allievi, e passata così allo scritto. In questo caso, nel caso di Leibowitz, che era la lettore della Torà e del Talmud, si trattava di una serie di registrazioni a una radio israeliana e della trascrizione di queste conversazioni che costituisce questo testo. Ecco perché c’è una certa semplicità espositiva per qualcuno che faceva dei distinguo incredibili sulla lettera, con quella maestria dei maestri talmudisti che ha impressionato anche lo psicanalista Jacques Lacan, ed è questo testo semplice che siamo andati a leggere per poi proseguire nella lettura delle opere di Gérard Haddad, e forse qualche breccia essenziale per il proseguimento della questione ebraica, che la questione ebraica che pone alla cultura, c’è stata.

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Opera di Christiane Apprieux, 2009, argilla, dettaglio

Capita di leggere un testo e di annotarlo, di scrivere delle note a margine, sviluppare aforismi e pensieri, e poi connetterlo con altri testi, aprire vie di ricerca, annotarsi dei libri essenziali da leggere, dello stesso autore e di altri autori da questo autore citati, e capita pure di chiudere questo libro, di non avere la disponibilità per mestiere di riaprire il libro, riaprire le note e scrivere come talvolta capita un testo di lettura di questo libro, che può ampliando le note porre con estrema puntualità le questioni.

In questo caso riprendiamo ciò che del libro di Leibowitz per noi resta, certamente se riapriamo le note del libro siamo in condizione di scrivere tutt’altro testo, ma proprio l’occasione, la contingenza, di dettare in uno strumento di registrazione acustico queste note, si avvicina molto alla tecnica di conversazione radiofonica, senza l’ausilio di dizionari, di altri libri, della verifica delle citazioni, permette di dire con brevità conclusiva qual è l’apporto essenziale per il nostro itinerario di Leibowitz.

I fondamenti del giudaismo, conversazioni sui detti dei padri, è un libro editorialmente pubblicato con un’interfaccia, da una parte il dibattito interno alla religione ebraica e dall’altra il dibattito esterno alla religione ebraica, dato appunto da un testo che si inscrive nella religione ebraica, e per questo aspetto è per lo più informativo. Un apporto in tal senso è dato da un glossario conclusivo, che ricorda non solo le festività del calendario ebraico, ma lo specifico della tradizione della lettura della Torà e della scrittura dei commenti successivi, ovvero il Talmud, che esiste in due versioni, quello di Gerusalemme e quello di Babilonia, entrambi divisi in Michna e Guemara, a loro volta divise in una parte narrativa e in una parte prescrittiva, Haggada e Halakha.

Resta la questione essenziale: la lettura e l’insegnamento della Torà, del Talmud e l’arte della lettura ebraica, il Midrash, sono l’appannaggio di un gruppo di lettori pagati dalla comunità e che hanno come altra faccia, come altro aspetto, il fatto che il resto della comunità in buona parte si sente esentato da questa pratica, oppure ciascuno è in causa nella lettura e nell’insegnamento dei testi fondatori, e quindi occorre che esso stesso adempia lavorando al suo sostentamento? In effetti per qualcuno di formazione cattolica, come noi, c’è un aspetto laico della pratica del rabbinato. Quando incontriamo un rabbino non c’è nulla del simbolico sacerdotale che ritroviamo invece nella Chiesa cattolica incontrando i sacerdoti. Solo chi ha qualche sacerdote amico, conosciuto sui banchi di scuola, o per qualche altra rarissima occasione per cui l’incontro non è stato nei luoghi per la Chiesa sacri, può avere nell’occidente cristiano un tale incontro con un sacerdote, ovvero un incontro per il suo aspetto intellettuale.

Tale questione sembra semplice e lo è. Sono le implicazioni ad essere immense. Comparando la pratica della Chiesa cattolica romano apostolica e quella implicata da Leibowitz viene messa in causa tutta la struttura, ed ecco perché non è così fondamentale il libro per questo popolo derivato dal Libro che sono i cristiani, in questo innesto sull’albero originario ebraico che è il cristianesimo. Non a torto da Taubes e pochi altri c’è la rivalutazione dell’ebraicità di Gesù e dei suoi apostoli, anche di Paolo. L’ebraismo non è mai giunto come il cristianesimo a proibire la lettura della Bibbia e a inquisire queste letture. Certo l’ebraismo, con le prescrizioni che danno i riti, ha posto le condizioni affinché non si scivoli nella lettura individuale, che dovremo qualificare di autonoma, che è quella che anche l’ebraismo non apprezza; ma un conto è inquisirla e un altro è porre le condizioni affinché ci sia lettura.

Per inciso è una struttura a tre, non a caso ripresa dalla teoria della clinica in psicanalisi, in quella che l’ortodossia chiama supervisione, è una struttura a tre oggetti in cui c’è un maestro, un ricercatore e un compagno, qualcuno che ha l’età dell’allievo e non del maestro.


Questo dibattito tocca anche la questione convenzionale tutt’oggi esistente e applicata della distinzione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale; e facciamo qualche esempio, per intendere brevemente. Pochi artisti vivono della loro arte, nel senso della vendita delle loro opere artistiche. La maggior parte degli artisti fanno un lavoro. Abbiamo incontrato artisti enologi, giardinieri, casalinghe, medici, cuochi, impiegati, operai.
Anche nella scrittura rarissimi sono gli scrittori che vivono di scrittura, che vivono delle loro opere, dei loro romanzi, dei loro saggi, e svolgono quindi un secondo lavoro, che socialmente è il primo, e sono per lo più insegnanti, giornalisti, medici e altri mestieri. Abbiamo conosciuto scrittori di entrambe queste vie.

Questa è la parte nodale della questione affrontata da Leibowitz, che è a favore dell’approccio di ciascuno al Testo nei modi che la tradizione ebraica ha lasciato. L’altra questione importante nel proseguimento della lettura della questione ebraica, che a noi viene dalla formazione psicanalitica è quella dell’identificazione di due correnti importanti dell’ebraismo: una che si rifà a Maimonide e l’altra che si rifà alla cabala. Abbiamo la lettura senza segreti e senza misteri di Maimonide, che impropriamente si può chiamare corrente illuministica (noi non abbiamo la lettura corrente dell’illuminismo, che nel terrore è stata la forma eminente dell’oscurantism) e l’altra che è la lettura con segreti e con misteri, così è percepita anche nell’opinione comune, che quella della cabala.

Ora emerge proprio dall’opera di Leibowitz, che noi leggiamo con l’opera del suo traduttore Gérard Haddad, non a caso traduttore, che l’ebraismo dell’intellighenzia occidentale è quello che si è formato sui testi della cabala, veicolati da Scholem, Benjamin, Taubes e altri.

Jacques Lacan era stato impressionato dal testo di Elia Benamozegh, scritto verso la fine del 1800, lasciato incompleto, più di un migliaio di pagine, e messo in forma editoriale da un suo allievo, Aimé Pallière, che ha fatto dire a Jacques Lacan che se si fosse convertito all’ebraismo sarebbe stato a causa della lettura di questo libro dal titolo L’ebraismo e l’umanità. Ora questo libro è basato sulla cabala. La lettura della cabala è fondamentale per questo approccio. Che cosa distingue queste due correnti, in particolare rispetto a un’impossibile, ovvero al presunto rapporto con Dio, presunto anche da Giobbe: è che Dio intervenga nella Storia oppure no. Maimonide lascia nell’inconoscibile assoluto la questione Dio e coglie qualsiasi figura umana di Dio, soprattutto legata al padre, ma potrebbe anche essere legata alla madre nel cristianesimo o in altre gnosi, mentre per l’approccio della cabala Dio è quel Dio che interviene nella Storia. E che come racconto picaresco, come ha chiamato la Torà, uno psicanalista francese, Charles Melman, una certa “durezza” di Dio è ciò che ha provocato la gnosi, che ha stabilito che il Dio dell’Antico testamento sia il demiurgo, e distingue quindi tra Dio del bene e del male.

Quindi dalla lettura di Yeshayahu Leibowitz abbiamo tratto, tra l’altro, una ricerca intellettuale non più gnostica, un’obiezione radicale all’edificazione di gruppi che leggano i testi sacri a spese della comunità, l’indicazione verso l’invenzione ciascuna volta di dispositivi di lettura, l’impossibilità per ciascuno d’astenersi dalla lettura, e l’emergenza di Dio come enigma assoluto.





Yeshayahu Leibowitz, Les fondements du judaïsme. Causeries sur les Pirqé Avot (Aphorismes des Pères) et sur Maïmonide, 2007, Paris, Les Éditions du Cerf, pp. 182, € 29 .



1 marzo 2010


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