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L’intrasmissibile

Giancarlo Calciolari
(22.02.2010)

Qualcosa si trasmette con lo scritto, per ciascuno che abbia elementi della lingua in cui è espresso, eppure non sfugge, e perché dovrebbe, all’ambiguità del senso, agli effetti della parola, che resta impadroneggiabile. Effetti che sono l’equivoco che verte intorno al nome, la menzogna che riguarda il significante e il malinteso che è un aspetto della verità. Qualcosa si trasmette leggendo un testo. Quanto al come si trasmette, la partita è aperta.


L’ipotesi radicale che nulla si trasmetta con il testo porta a paradossi maggiori di quelli del momento del tentativo di fondare la matematica. È la forza del testo quella di tenere nei secoli, senza valutare qui le varie stratificazioni, i vari interventi che fanno si che chissà quale testo leggiamo di Aristotele, per non parlare delle testimonianze sulla vita di Gesù.

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Foto Carlo Anastasio

Se noi prendiamo dall’altra parte la questione che qualcosa è decisamente intrasmissibile, l’esempio è quello della psicanalisi, senza la pratica, ovvero solo leggendo il testo di Freud sarebbe impossibile intendere qualcosa della psicanalisi. E tuttavia con la psicanalisi qualcosa si trasmette. Ma non c’è verso di capire qualcosa della psicanalisi senza fare una psicanalisi. Per un altro verso, capire o intendere, o entrambi, la psicanalisi comporta di non inventare nulla, di rimanere interni al discorso della psicanalisi e quindi questa trasmissibilità garantisce l’assenza d’invenzione, è il caso di ogni psicanalista; e anche l’assiomatica della trasmissione ha questa impossibilità di inventare, ed è quello che fa di ogni psicanalista uno psicoterapeuta, che non è la stessa cosa: sono due pianeti differenti, è come cercare di stabilire una trasversalità tra l’acqua e il fuoco. Quindi per un verso: dallo scritto qualcosa si trasmette; e per l’altro verso: di una pratica c’è qualche cosa di intrasmissibile. L’invenzione per esempio è intrasmissibile.


Per intendere qualcosa della psicanalisi occorre la pratica. E perché non sarebbe una pratica, la lettura? La lettura è una pratica difficilissima, non ha niente a che vedere col leggere un libro, si tratta di leggere la vita, il che non è il caso nelle legioni, nelle miriadi di letture di libri, che non vengono fatte per intendere la vita, e a giusto titolo si tratta di letteratura di evasione. Letteratura di parcheggio, come sono le scuole, sono parcheggi umani prima di cominciare qualcosa che nella quasi totalità dei casi non comincerà mai. Ma riprenderemo in un altro modo questa lettura originaria delle cose, che per gentilezza non avrebbe bisogno di aggettivazioni. È lettura.


La lettura è questa, quella della vita, l’altra è pseudo lettura che richiede pseudo letteratura. Tale questione apre la porta alla distinzione certamente convenzionale, ma non per questo semplice da leggere, come è anche il caso della distinzione tra farmaco e droga, visto che sono state istituite commissioni che hanno lavorato per dieci anni per capirne la differenza senza riuscire dirla, a scriverla, ebbene la distinzione tra esoterismo e essoterismo. C’è un aspetto esoterico: solo in alcuni dispositivi è possibile apprendere e trasmettere, che chi non li pratica non può intendere, e che si svolgono solo in una struttura non pubblica ma privata, per quanto agisca anche nel pubblico, ma non nel senso essoterico del libro.


Allora ci sono pratiche a due, ci sono state anche pratiche collettive (psicanalisi di gruppi più o meno piccoli o grandi) ma non si rifanno a Freud, non possono rifarsi a Freud, sono incompatibili con l’esperienza di Freud, e poi perché dovrebbero patire assieme a Freud, e quindi sempre a proposito della psicanalisi: dispositivo di analisi, dispositivi di teoria della clinica, dispositivi di esperienza di cifra, dispositivi di équipe del caso clinico, dispositivo di assemblea, e altri dispositivi di insegnamento; ma nulla che sia raccolto come scrittura di queste esperienze può ovviare all’esperienza psicanalitica.


Non è sempre stato così, quel che è così è nella numerabilità, nell’uno che uno più uno più uno crea l’insieme, del quale dopo Gödel abbiamo qualche elemento per intenderne l’incompletezza, l’inconsistenza, l’indecidibilità di alcuni enunciati al suo interno; e abbiamo lo zero, il cominciamento, l’atto di essere che non può serializzarsi ma che crea tutta l’altra parte numerabile: da una parte l’ontologia e dall’altra l’aritmetica, che sarebbe l’epifania dell’ontologia, che per una lettura, una traduzione, di una frase ebraica attribuita a Dio da Mosè, che ne ha scritto il libro e la testimonianza, introduce Dio come “essere”.


Noi leggiamo oggi la questione dell’essere non automaticamente connessa alla questione di Dio, e quindi anche la questione di Dio non più connessa alla questione dell’essere, ovvero Dio senza più ontologia, perché Dio non è un prodotto della filosofia greca, per quanto gli gnostici abbraccino ogni chance in tal senso.


Freud è lo zero, in questo caso, che forse Lacan chiamerebbe il nome del padre, il padre della psicanalisi, prima di lui non c’era la psicanalisi. Quindi ci interroghiamo su quell’atto originario d’invenzione, per cui dopo la psicanalisi inventata da Freud certamente si può essere freudiani, ma a ciascuno spetta, per quanto rimanga davanti alla porta (della legge) secondo la leggenda di Kafka, di inventare un’altra cosa. Allora inventando un’altra cosa non c’è più la questione della serializzazione, non c’è più la questione di rimanere preda della ripetizione circolare nella sfera dell’invenzione della psicanalisi. Dell’invenzione non c’è trasmissione. È questo l’intrasmissibile, l’invenzione? Non l’inventato. Freud inventa, inventare non si trasmette. Freud ha inventato la psicanalisi, e presume che l’inventato si possa trasmettere in una struttura esoterica. Infatti fondò un gruppo con tanto di anelli di suggello. Tale è la tentazione che c’è stata nella trasmissione definitiva dell’esperienza psicanalitica, fantasma della fine, del tempo che resta, e che è la trasmissione dopo un grande inventore, che ha i suoi momenti più radicali certamente nella trasmissione dell’eredità di Freud, che appunto non si è accontentato di quella dei libri, e nella trasmissione della psicanalisi di Jacques Lacan, che non si è accontentato della sua scienza scritta in piccole e grandi lettere algebriche, e ha passato il testimone al genero.


In effetti è molto difficile trasmettere l’inventato, se già richiede una struttura che qualifichiamo provocatoriamente di esoterica. Ogni mestiere nel suo aspetto di maestria è insegnato così. Nessuno leggendo libri di pasticceria diventa pasticcere, e qualora lo diventasse, è il nostro caso per esempio, apparentemente, c’è da chiedersi come sia accaduto. Rimane che la prassi collettiva, per l’aspetto esoterico ha codificato che in cinque anni di apprendistato qualcuno può diventare pasticcere. Noi non possiamo che affermare che leggendo dei libri di meccanica siamo in condizioni di smontare un motore, di metterlo a posto e di capire. Tuttavia è richiesto uno sforzo che essotericamente quasi nessuno mette in opera.


Qualcuno di motivato, che non ha cancellato le regole le norme e motivi della sua vita, che non si rassegna alla lettura comune, può diventare un eccellente pasticcere in pochi mesi. Spinto dalla necessità di vita che quel mestiere, per un’identificazione che non elaboriamo qui, è la sua chance e quanto di più vicino all’originarietà del suo viaggio che tra l’altro è internazionale. Allora perché sociologicamente una persona colta, sveglia, che intende ciò che gli si dice, non impara in pochi mesi con un grande maestro che spiega bene e che non nasconde nulla la pasticceria?


E perché in alcuni casi, in quei pochi mesi inarrivabili per i “tutti”, qualcuno arriva a impararla. Si tratta di casi clinici, di pasticceria e di cucina: ci sono coloro che messi in condizione di imparare chiaramente e lealmente la cucina imparano con una brevità conclusiva quasi istantanea, mentre altri snocciolando la ricetta per anni ancora non la capiscono. Questione che riguarda anche l’autorità, ovvero com’è che persone di grande maestria culinaria non siano in condizione di dirigere un’équipe di cucina e altri magari, che ne sanno molto di meno e hanno minor perizia nella produzione di piatti, siano invece in condizione di guidare un’équipe alla sua riuscita?


Perché la trasmissione della finanza avviene solo per l’identificazione con il guru? Le migliori scuole di business non creano guru della finanza, ma la pratica con il guru può riuscire a produrre altri ingegni.


Nella bottega rinascimentale abbiamo i termini leali di questa storia. Leonardo allievo del Verrocchio. Noi possiamo anche chiederci perché nel nostro caso ci sia una conclusiva brevità nell’apprendere i mestieri, al punto che - proseguiamo con il nostro caso - se qualcuno c’insegna il suo mestiere con la chiarezza con la quale lo insegniamo noi agli allievi che hanno interesse a imparare, noi impariamo ciascun mestiere, ma non abbiamo bisogno di grandi maestri, ci basta che ci lascino partecipare come uditore che neanche pone questioni, e che per qualche giorno segue nella sua narrazione produttiva il produttore in questione.


Non si tratta qui di reintrodurre la necessità dell’angelo, come spronava il teosofo e gnostico Henri Corbin, sotto forma per esempio di angelo formatore, ma di “leggere” perché mai la forma più comune di apprendimento dei mestieri e anche dell’arte richieda la gnosi. Il metodo di apprendimento occidentale, e quindi non solo quello della psicanalisi, è gnostico, ieratico, mistico, teosofico. Non stiamo dicendo che sia così, ma che leggendo la vita con la filosofia e con le scienze umane non può che essere così. E così non è, e non lo è più, perché non lo è mai stato. La via è aperta alla trasmissione senza più ontologia, anche leggendo questo testo.



21 febbraio 2010


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