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Aborto e satira

Antonella Iurilli Duhamel
(8.02.2010)

Dagli Stati Uniti arrivano sempre le idee più innovative. L’ultima concerne una legge secondo la quale le donne che fanno richiesta di aborto devono prima di tutto fare spazio in casa, organizzare la stanza per il probabile nascituro, e poi dargli persino un nome.


Questa trovata, oltrepassa l’originalità di quei casi in Italia, in cui al feto abortito è stato persino fatto il funerale con tutti i crismi del rito cattolico e immancabile sepoltura.


L’idea è brillante e parte dal presupposto che le donne sono ignoranti. I legislatori hanno ben pensato di fornir loro il maggior numero di informazioni relative a quanto controvoglia trasportano in pancia, pretendendo ancora una volta di saperla più lunga delle dirette interessate.

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Opera di Antonella Iurilli Duhamel

Alle donne che intendono abortire, viene dunque richiesto che si impegnino in gesti volti a creare una maggiore intimità con il feto indesiderato: alla foto ultrasonica imposta per legge, alla preparazione del nascituro che non vogliono far nascere, alla scelta del nome, all’acquisto di qualche giocattolo etc., nella speranza che queste sventurate una volta guidate sapranno fare una scelta molto più umana e giudiziosa.


È una soluzione originale che potrebbe tornare utile anche in altri casi di abuso e sopraffazione. Per esempio, se qualcuno avesse in mente di uccidere un essere umano nato e formato, si potrebbe proporre al futuro assassino di creare per la vittima designata, una stanza da riempire di cose belle, magari fare amicizia con i suoi familiari, invitarlo a cena, trascorrere le vacanze assieme e, perché no, fare anche da testimone di nozze al matrimonio della figlia.


Il nuovo legame venutosi a creare, grazie a tutte queste buone azioni, fungerebbe da ottimo deterrente nei confronti della futuro atto criminoso. Lo stesso dicasi per chiunque volesse commettere un abuso nei confronti di una persona, dell’ambiente e persino verso sé stesso.


È una logica che non fa una pence, certo richiede un notevole impiego di tempo e danaro, ma potrebbe essere efficacemente dissuasiva nei confronti di chiunque abbia cattive intenzioni verso il prossimo. Sarebbe una sorta di ritorno all’antica legge non codificata secondo la quale non dovremmo fare agli altri quello che non vogliamo che venga fatto a noi.


Purtroppo, però, non si tiene conto di questa reciprocità etica quando i diritti delle donne continuano ad essere negati giorno dopo giorno. Non ci sono poi molti esseri umani che si identificano con il sacrosanto diritto di: libertà, uguaglianza, fratellanza che la madre di tutte le rivoluzione aveva sancito anche nei confronti delle donne circa duecento anni fa.


Piuttosto l’alterazione degli equilibri naturali, necessaria allo strapotere di caste elette, non ha cessato il suo viaggio su questo binario distorto. Non sono bastate le due Guerre mondiali, la Costituzione dei diritti fondamentali dell’uomo e persino il femminismo, a lavare l’ingiusta piaga della disuguaglianza e degli abusi ad essa correlati.


Ieri come oggi viene negato alle donne il sacrosanto diritto alla propria autoregolazione, e nonostante le illusorie apparenze di maggiore autonomia e dignità, esse continuano ad alimentare con il proprio sangue e la propria anima sterili e disumani assolutismi.


Bisogna stare molto attenti a queste innocenti trovate, perché anche se travestite da informazione e preteso rispetto della vita, nella sostanza si traducono immancabilmente nel consueto spregio paternalistico nei confronti di chi la vita, oltre che a portarla in grembo, dovrà continuare a proteggerla contro un sistema che è molto spesso antivitale e decisamente contro i più deboli, incluso i bambini.


La trovata americana si prefigge di insegnare alle donne la differenza tra il bene ed il male, ignorando che gli squilibri e la confusione tra ciò che è giusto e sbagliato provengono proprio dalle elités fortunate.


Le donne dovrebbero tenere a mente che nell’antichità i medici avevano in grande considerazione la salute e la volontà della donna riguardo alla sua reale disponibilità di portare a termine la gravidanza.


Questa priorità le fu assegnata fino al 1600, quando la Chiesa Cattolica divenne intollerante nei confronti dell’aborto, in virtù di un livellamento tra il valore della vita della donna e quella del feto medesimo. Sino ad allora ogni cultura aveva riconosciuto nell’aborto una funzione naturale del corpo e in molti casi una necessità.


Se la coscienza dei benpensanti vuole dormire sonni tranquilli, e per questo si sente obbligata ad emettere norme sempre più restrittive sebbene sofisticate e manipolative, studi approfonditi da parte del Guttmacher Institute e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno ampiamente dimostrato che l’incidenza dell’aborto è molto più elevata in quei paesi dove vigono le norme più restrittive.


Ultimamente Papa Benedetto XVI si è espresso nettamente a sfavore dell’aborto affermando che è contro le leggi della natura, ma ci sono stati Papi che hanno dimostrato pareri ben differenti, come Papa Innocenzo III e Papa Gregorio XIV i quali hanno affermato che la vita del feto non ha inizio fino a 5 mesi dalla concezione, mentre Papa Giovanni XXI prima di divenire Papa scrisse un libro, Il tesoro dei poveri, dove incluse ricette emmenagoghe e anticoncezionali; persino il severissimo Sant’Agostino affermò che l’aborto è crimine solo dal momento in cui il feto è pienamente formato, il che anche all’epoca era stimato tra il 40mo e 80mo giorno.


Cosa allora determina, da parte delle istituzioni, un comportamento più o meno restrittivo nei confronti di qualcosa che nel corso dei millenni è sempre appartenuto alla sfera della coscienza e della decisione delle donne?


Si impone più che mai la questione di quanto l’aborto sia in verità una questione etica piuttosto che politica e di stabilire se la politica sia mai stata in grado di risolvere una qualsivoglia minima questione etica o semplicemente, se sia stata sempre interessata alla salvaguardia delle sue strategie per mantenere inalterato e possibilmente accrescere il proprio potere.

3 febbraio 2010


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