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"Teoria della cucina". Sette miliardi di copie vendute

Philippe Morin
(8.02.2010)

“Teoria della cucina” di Giancarlo Calciolari è il libro che ha venduto sette miliardi di copie al suo debutto. Certamente si tratta di sette miliardi di copie vendute a prezzo zero e a prodotte a costo zero. Prezzo e costo socialmente definiti. In effetti il libro è costato molto sforzo al suo autore, che ha condotto una ricerca ventennale sulle questioni della cucina, del cibo e del gusto. Un’indagine che riguarda la Bibbia, i testi sacri delle religioni, i testi della letteratura, da Petronio a Rabelais, e le discipline umanistiche, senza dimenticare l’apporto della teologia e della filosofia.

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Opera in bronzo di Hiko Yoshitaka, riprodotta sulla copertina di "Teoria della cucina", trattandosi di un nodo del pane

“Ho scritto cinquecento pagine di introduzione a un libro di dodicimila che non scriverò mai”, dice l’autore. “Per esempio la lettura integrale della Bibbia non ho potuto riprenderla nel corso della stesura conclusiva, e costituirebbe materiale per un libro a sé.


La globalizzazione, che non è la mondializzazione del sistema di padronanza e di controllo, che ha vari nomi a seconda delle ideologie che lo supportano, permette di intendere la forza dell’immaterialità sulla materialità. I sociologi del pensiero critico hanno da anni stigmatizzato il predominio dell’immateriale nella società attuale, denunciandone anche gli abusi, che si sono mostrati nella recente finanza americana, alla quale dobbiamo la crisi attuale, non ancora finita (ovvero la società civile sta pagando i debiti, per altro non pagati dalle banche).


Ogni libro nella sua versione materiale è accompagnato dalla sua versione immateriale, che nella migliore delle ipotesi corrisponde alla popolazione del pianeta. Ma non si tratta di una versione immateriale potenziale, da incollare a qualsiasi libro. Anzi il cosiddetto libro qualsiasi non ha nessun valore immateriale, ed esaurisce il suo ciclo nel numero finito della sua vendita in un momento dato (e quasi mai gli è offerto un altro momento). Quando la lettura (quella inautentica in effetti non è lettura ma pseudo lettura) culmina nell’allontanamento infinito dall’essenziale e tocca il grado zero, nulla resta.


Il lavoro è astratto e così la forza intellettuale. Perché mai il libro immateriale non avrebbe forza? Anzi è proprio una prerogativa del libro immateriale la forza. L’autore può anche non aver venduto nessuna copia da vivo eppure la forza immateriale del suo testo valica i secoli. Tale è il vangelo di Gesù. O ci atteniamo a questa assiomatica, o non si capisce nulla di essenziale della vera vita dei libri. Come capire che un autore che ha venduto quasi un milione di copie, trent’anni dopo, al suo secondo libro, non vende più nulla? E come intendere che il primo libro non sia rimasto? Nessuno più lo legge, nessuno più lo cita…

L’idea dei sette miliardi di copie vendute da Teoria della cucina mi è venuta dall’accorgermi dell’immaterialità della teoria della cucina sfogliando una prima volta il volume dell’opera di Giancarlo Calciolari. Immaterialità che paradossalmente tocca la dimensione della corporeità, in cui il libro (ciascun vero libro) si svolge. Offre la mappa del tanatopotere, eufemisticamente chiamato dai tecnici “biopotere”, in materia di cucina e di cibo e delle sue teorie. Il libro immateriale implica immediatamente le interazioni sociali, il palinsesto delle reti planetarie. Al punto che è la versione immateriale a qualificare la vendita della versione materiale, e non l’inverso, come comunemente si crede. Nell’espressione della sua potenza inventiva, il libro immateriale esprime la comunità globale. E parole come universalismo, comunismo, ecumenismo, sono troppo materiali per valorizzare ciò che diciamo.


Il libro immateriale è pleonasticamente astratto. Dal concretismo all’astrattismo il libro immateriale, il non-libro, il calco negativo lasciato dall’esistenza della versione materiale, evolve in uno spazio a più di tre dimensioni. Il libro immateriale è infinito e si struttura come una bottiglia di Klein.


Dopo i primi istanti dalla creazione della copia materiale zero (che comprende la diffusione del non venduto, come le copie omaggio per i media), ogni copia dimezza la popolazione mondiale dei lettori rispetto alla versione immateriale. Ovvero le relazione è inversa tra la versione materiale e quella immateriale.


L’altro libro è quello che quasi nessun autore riesce a scrivere.


“Ho scritto Teoria della cucina all’altezza delle infinite pretese di lettura che ho. Non ho accettato nessun canone, nessun codice, nessun compromesso nello scrivere. L’ho scritto con l’estrema libertà che ogni autore sogna di avere.” Quanto ci ha detto Giancarlo Calciolari indica che un modo per intendere il libro immateriale, e anche per intendere perché dico che nel suo caso ha venduto sette miliardi di copie. Non solo il numero di copie materiali vendute è inverso al valore immateriale e intellettuale, ma si precisa che l’inversione è data non dal numero di copie vendute bensì dalla diserzione dall’intellettualità degli pseudo autori di successo. È per questo che qualche raro libro di successo risponde a un’altra logica, che non ha più nulla di parassitario.


I guadagni per il libro immateriale sono intangibili: piacere, gioia, godimento, soddisfazione, gloria, felicità, verità, qualità.


Alla nostra domanda, ilarmente provocatoria: “anche lei ha patito e sofferto per produrre nel dolore e nel sangue la sua opera?” L’autore ha risposto nel suo stile tra la citazione e l’abduzione: “Il piacere del testo di cui parla Roland Barthes è come il libro che ho appena scritto: un’introduzione al godimento originario, quello per la cui incetta altri umani uccidono e si uccidono”.


Appena un affondo, o due, in direzione dello specifico di Teoria della cucina, che degusteremo con tranquillità. Abbiamo chiesto a Giancarlo Calciolari qual sia il messaggio racchiuso nel suo libro e come sia giunto a scrivere quello che in effetti è il primo libro scritto sulla teoria della cucina.


“La cucina come le altre arti richiede la mano intellettuale. La mano del cuoco non è la mano della scimmia socialmente formata per sfornare il cibo di tutti. Se guardiamo la mano, i prodotti, la bocca, le labbra - ossia se ci comportiamo come fenomenologi – non capiamo un bel nulla. Ciascun gesto è astratto, semplicemente. Il messaggio è che senza l’astrazione non s’intende nulla della cucina e del cibo. Senza astrazione, come capire perché qualcuno vomita un cibo eccellente? Questa astrazione ha storicamente un nome peraltro difficile, appartenente al dizionario teologico: transustanziazione. Ecco, Teoria della cucina partecipa alla dissoluzione della credenza nella sostanza e nella sua altra faccia, la morte. La materia della cucina è la materia della vita. Ma questo non è acquisito né dalle élite né dalle moltitudini. Non mi risulta che ci siano altri libri di teoria della cucina in cui intervenga come questione intellettuale la transustanziazione, e ancor meno ricercatori che abbiano dato una lettura della transustanziazione, non incappando nelle morse della catechesi.


Ho scritto un’introduzione alla teoria della cucina, che rischiava di rimanere il libro inconcluso della mia vita, come testimonianza del mio lavoro di cuoco. Senza questa pratica artistica, di difficilissima accontentatura negli stampi sociali predisposti per questa arte, al punto che per l’amministrazione statale i cuochi sono operai e non artisti, non mi sarei mai interessato a ciascun elemento dell’esperienza di lettore e di scrittore che fosse andato in direzione del cibo e della cucina.


Per riprendere un attimo il nesso pratica/teoria, senza la transustanziazione il cuoco sarebbe condannato a ucciderebbe l’animale al posto del padre e questo sarebbe il meccanismo riproducibile su vasta scala con i carnai della storia. In Teoria della cucina cito il lavoro del filosofo francese Michel Bel dal quale risulta che i forni crematori sono stati una variazione dei forni da pane. L’incenerimento della sostanza dell’altro non riesce; e l’inceneritore si rivela incenerito. Tale è il suicidio di Hitler.


Nessuna traccia di transustanziazione nel nazismo. Neanche in Carl Schmitt. E nemmeno nel suo contro-interlocutore Jacob Taubes.


La transustanziazione interviene in ciascun istante della mia esperienza di cuoco. Per parodiare le varie mode culinarie, potrei dire che la mia è una cucina della pentecoste!”

Pour l’instant nous n’avons rien d’autre à signaler de Paris.





Giancarlo Calciolari, Teoria della cucina, 2010, Transfinito, pp. 502, € 27,55.


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30.07.2017