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Chi ha paura di "Avatar" ?

Antonella Iurilli Duhamel
(1.02.2010)

Nell’osannato film di James Cameron, gli abitanti di Pandora, sono degli esseri speciali che hanno mantenuto intatto l’intimo rapporto con la natura; una natura titanica, incontaminata, resa spettacolarmente dall’utilizzo della più moderna tecnologia digitale tridimensionale.

James Cameron ha dato agli schermi un’opera poderosa anche per quanto concerne i costi ed i tempi di produzione: una sorta di piramide hollywoodiana.

Ma se la parte visuale è super enfatizzata e curata, il plot è molto semplice e scontato; i temi affrontati sono profondi, ma il modo con cui vengono trattati a è alquanto naïf e prevedibile.

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Antonella Iurilli Duhamel, "Prima del compimento", 2006

Gli abitanti di Pandora sono simili a dei giganteschi Vatussi blu, cartoni animati con facce umane, alti snelli e sani; sono provvisti di uno stato di coscienza che consente loro di sentire e vedere che la realtà è una grande matrice di connessioni, a differenza dei finanzieri americani accompagnati da mercenari senza scrupoli che intendono devastare questa pacifica civiltà al sol fine di privarli di un minerale prezioso, estinto sulla Terra a causa delle loro interminabili speculazioni.

Il film si apre con l’arrivo di colui che rappresenterà l’eroe democratico della storia, un marine su una sedia a rotelle giunto su Pandora per sostituire suo fratello gemello, impegnato con un team di scienziati che studiano l’ecosistema Pandora.

Sin dall’inizio della sua missione, il nostro eroe si trova in conflitto tra la sua posizione di soldato quella di esploratore scienziato ed il suo cuore. All’inizio grazie al suo avatar tenta di farsi accettare dai Navi per carpire la loro fiducia, poi dopo aver vissuto tra loro, si ritrova ad amarli a tal punto da volere essere uno di loro; tradisce così la sua razza nonché il suo esercito.

Pur essendo un film naïf, a tal punto che si potrebbe pensare ad uno dei film prodotto dalla Walt Disney, Avatar ha già creato una buona dose di allarmismo in quanti lo considerano antiamericano, anticlericale e persino antiumano.

Sono in molti a intravedere nel film una critica nei confronti del sistema americano: la guerra del Golfo, la costante politica di terrore, le mire imperialiste, la mancanza di moralità della politica economica ecc…

Il Vaticano, invece si è mostrato molto preoccupato dal tema centrale del film che è il rapporto uomo/natura. Pare che l’animismo di questa tribù Navi, la loro visione della vita (quale interconnessione di tutto il creato assieme a la sacralità attribuita ad ogni elemento del creato) ha dato luogo a commenti isterici, del tipo :

“Il film sebbene povero di contenuti, può contribuire notevolmente allo sviluppo della religione del millennio, che ha trasformato l’ecologia in un vero culto della natura” (Osservatore Romano, rev. Federico Lomardi).

Il papa Benedetto XVI ha spesso parlato del bisogno di proteggere la natura, ma di stare attenti a non equiparare l’essere umano ad un qualunque altro essere vivente del nostro creato, in nome di una visione egalitaria, altrimenti si rischia di precipitare in una forma di neo-paganesimo, che vedrebbe la salvezza dell’uomo solo nella natura, vista in termini esclusivamente naturalistici.

James Cameron, invece, sostiene di aver voluto fare un film politico, con lo scopo di aprirci gli occhi sul fatto che oramai viviamo solo per la guerra e che non esiste alcun rispetto per le differenze.

C’è solo da chiedersi come mai per fare passare un messaggio che comunque nessuno vuol sentire, sia stato necessario il più grande investimento di denaro, della storia del cinema, soprattutto sapendo che la gente come al solito, dopo essersi svagata per tre ore guardando un film con degli scomodi occhiali, passerà subito al divertimento successivo?

È difficile ignorare quanto l’asserzione di Cameron abbia tutti gli elementi di un doppio messaggio; da una parte abbiamo la salvezza della natura, con la condanna di tutti i paladini della guerra e dei cinici finanzieri interessati solo al profitto; dall’altra lui stesso si è servito dell’ausilio di investitori plurimiliardari la cui esclusiva ansia è vedere a quanto ammonteranno gli zeri del loro investimento.

James Cameron, afferma di volere sensibilizzare la gente nei confronti della natura e per riuscirci fa ricorso alle più avanzate e costose tecniche visuali tridimensionali, che finiscono con l’iperstimolare e inondare lo spettatore di sensazioni visive. Ha scelto di creare uno stordimento di sensi, piuttosto che avvalersi delle piccole grandi cose che il paesaggio naturale ha ancora in serbo per noi.

Si può benissimo comprendere che questo maturo regista abbia voluto fare un film faraonico, che superasse i precedenti 8 oscar vinti dal suo precedente e sopravvalutato film: Titanic. Ci si può benissimo immedesimare con il suo l’irrefrenabile desiderio di lasciare una impronta indelebile sul questo pianeta; si può persino simpatizzare con il suo desiderio di guadagnare per assicurarsi una serena vecchiaia, perché tutto questo è umano e alquanto comune, non c’è bisogno dunque di condirlo e caricarlo di significati e intenti profondi.

Non c’è nulla di male ad ammettere che Avatar è solo un colossal, il più grande colossal realizzato sino ad oggi e come tale è solo un semplice prodotto di consumo di massa. Ha già vinto il Golden Globe, sbancato i botteghini, e tutti coloro che non riescono a dormire la notte perché lo trovano destabilizzante per il sistema americano o anticlericale, possono dormire sonni più che tranquilli.



Antonella Iurilli Duhamel


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30.07.2017