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Leggere l’archivio di Aby Warburg. A proposito di Georges Didi-Huberman

Giancarlo Calciolari
(1.02.2010)

Leggere “L’immagine insepolta” di Georges Didi-Huberman è un’operazione di lettura degli archivi, nel suo caso quello di Aby Warburg. L’archivio di Aby Warburg è a disposizione dei ricercatori, salvo alcuni inediti, in particolare quelli dell’ultimo periodo, il tentativo del libro Mnemosine, quello di una scienza della cultura, che è data all’inizio come scienza senza nome. Il libro di Georges Didi-Huberman si interroga sulla storia dell’arte come disciplina, ovvero non è indagata la questione stessa dello statuto della storia dell’arte. Distinguiamo tra lo statuto della disciplina di storia dell’arte e lo statuto di storia dell’arte. Lo statuto di disciplina di storia dell’arte, i modi e le regole che sono state definite nell’ambito universitario o in relazione all’ambito universitario, per qualificare un discorso come storia dell’arte per l’università. Il libro di Georges Didi-Huberman è una disamina delle varie teorie di storia dell’arte, e c’è da chiedersi se esistano teorie di storia dell’arte e non siano universitarie. Con il Vasari siamo all’inizio della storia dell’arte, e non sappiamo dire se sia stata una manovra all’interno dell’università, non ci pare. Georges Didi-Huberman parte dal Vasari per arrivare a Winckelmann, a Burckhardt, per giungere a Aby Warburg via Benjamin. Poi c’è da distinguere tra teorie di storia dell’arte e teorie dell’arte.

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Cifratipo di Hiko Yoshitaka

C’era qualche approccio all’arte che non fosse quello accademico universitario, per l’appunto oggi noto come storia dell’arte? È una ricerca da fare, in particolare a partire da Leonardo. Leonardo è dichiarato genio, e questo vale a non leggerlo. Le letture di Leonardo sono forse state nell’ambito la storia dell’arte, ed è per questo rimane ancor più non letto. Di Leonardo è data da una lettura estetizzante, psicologizzante, e con Freud una lettura che è ancora psicologizzante, quasi dovesse trovare il motore di una certa genialità nell’omosessualità latente. Leonardo non era omosessuale. L’omosessualità presunta di Leonardo è sempre stata quella di suoi detrattori, presuntamente teorici. All’interno della storia dell’arte, della sua estetizzazione, con Winckelmann, è chiaro che qualsiasi movimento non artisticamente corretto venga considerata una rivoluzione. Pare che, secondo il comitato degli storici dell’arte, Aby Warburg abbia contribuito in un modo immenso alla trasformazione della storia dell’arte, oppure aggiungiamo noi della sua disciplina. Per questo aspetto Warburg è un indisciplinato, un errabondo, psicotizzante, che come se ne accorge benissimo Georges Didi-Huberman, è in quanto psicotizzante e in quanto errante che il suo contributo ha una qualche validità.



I disciplinati storici dell’arte non restano. Nulla emerge nemmeno come sopravvivenza della loro lezione. Dovremmo andare a fare una ricerca di tutti i libri scritti dagli storici dell’arte, dai professori di storia dell’arte, si tratta della stessa cosa, e riscontreremo l’assenza di lettura, di intendimento, di trasformazione, ovvero il grande rispetto della disciplina.

In questo senso, Georges Didi-Huberman non è disciplinato, e anche lo è. È il Warburg sopravvivente nel suo itinerario a costituire la sua novità. Qual è la lezione di Aby Warburg per Georges Didi-Huberman? È l’archivio aperto, l’archivio in movimento, la biblioteca che dove entri ti scaglia addosso i libri. È un modo ancora primitivo di intendere l’inconscio. Era anche il nostro quando abbiamo cominciato il nostro itinerario di ricerca. In effetti Georges Didi-Huberman è un nostro archivista. Con la vita che conduciamo, con il lavoro che non lascia mai disponibili le serate, non abbiamo nessuna pseudo speranza di andare a visitare gli archivi che ci interessano. E possiamo dirlo, l’archivio di Sigmund Freud, l’inventore della psicanalisi, l’archivio di Jacques Lacan, il reinventore della psicanalisi, l’archivio di Cantor, l’inventore del transfinito, l’archivio vivente e il suo archivio che non possiamo dire morente, di Leopoldo Maria Panero, il grande poeta vivente spagnolo. Non abbiamo nessuna pseudo speranza di poter consultare l’archivio di Aby Warburg, l’inventore della nozione di “immagine sopravvivente”.

Chi ha accesso agli archivi, o qualche volta ha avuto l’occasione di avere un accesso limitato, come nel caso del dissidente russo, Vladimir Bukowskij, con gli archivi del KGB. Ebbene coloro che visitano gli archivi, e poi scrivono libri dove citano ampiamente la loro consultazione dell’archivio, sono questi i nostri archivisti. Quando non c’è un contributo teorico in un testo, o quando un itinerario teorico si misura in una virgola ogni mille anni, secondo la bellissima immagine della poeta arabo Tahar Bekri, e quindi noi diamo un’estrema importanza a questa virgola, anche se non arrivano blocchi erratici di teoria interessantissimi, come appunto il caso di Leonardo, di Sigmund Freud, di Jacques Lacan, di Armando Verdiglione, ebbene sono queste le nostre letture.

La lettura di Georges Didi-Huberman, su suggestione se non indicazione di Gérard e Antonietta Haddad valgono la nostra lettura del libro di Georges Didi-Huberman.

Abbiamo cominciato a districare la matassa della lettura del libro di Georges Didi-Huberman. Leggendo l’archivio di Warburg come emerge dalla ricerca di Georges Didi-Huberman, ci imbattiamo in un caso singolare, che merita l’interesse di Georges Didi-Huberman e di altri ricercatori, non necessariamente disciplinati storici dell’arte. Questo è anche il caso per esempio della filosofo Georges Didi-Huberman che è tornato più volte sul caso di Aby Warburg.

Noi non possiamo non interrogarci sulle nostre radici intellettuali, che sono radici artistiche, che sono radici culturali, che sono radici scientifiche.

Georges Didi-Huberman apre il caso di Aby Warburg e apre il suo archivio, non cerca la significazione di nessun termine teorico proposto da Aby Warburg, come la sopravvivenza o le formule della passione (pathos formels), e continua a lavorare nell’intervallo fra A e non-A, tra quel che è dato come saputo rispetto a un elemento e a quel che è dato come non appartenente a quel elemento, in termini freudiani a quello che è rimosso.

Georges Didi-Huberman non accetta nessuna delle semplificazione degli storici dell’arte, anche quelli che sono considerati i maggiori storici, e mantiene per una ignoranza a cui si attiene, ovvero che si sono cose che non conosciamo, e quindi non fa critiche d’arte, critiche teoriche, critiche sociologiche, critiche psicologiche, ancora meno critiche psicopatologiche a Aby Warburg, e diremo ricostituisce la costellazione di un elemento linguistico dell’esplorazione di Aby Warburg, sino ad aprire quelle piste che per scelte ideologiche o filosofiche o teorico-critiche connesse alla storia dell’arte, erano rimaste chiuse, e in un modo improprio rimosse. Sta tra le frecce di lettura di Georges Didi-Huberman quella di Freud, al punto che l’immagine sopravvissuta, insepolta, diviene il ritorno del rimosso. Non è il passato tale e quale che torna, eppure qualche cosa torna, in un modo che a Lacan è parso così circolare, da fondarci sopra l’ordine rotatorio dal quale non riuscire più ad uscire nemmeno con la moltiplicazione dei cerchi.

Per chi è interessato ai critici dell’arte più che alla storia dell’arte è chiaro che le obiezioni che Georges Didi-Huberman fa ai più noti teorici della storia dell’arte sono decisamente interessanti, e il libro letto per questo aspetto, tra i contributi degli storici dell’arte in effetti è un libro di un certo tono e di un certo valore.

Quello che conta è l’archivio, e come riscontra lo stesso Warburg, l’archivio è aperto è in un ritmo, sull’onda di una iconografia di cui lo stesso Georges Didi-Huberman tenta l’impossibile topologia. È interessante riscontrare come non ci sia immaginabilità dell’approccio teorico di Aby Warburg. Non è possibile chiudere la porta di ciascun termine, per quanto sia problematico, e quindi il dossier va aperto, va lasciato consultare, e che ciascuno possa trovare gli elementi per il suo viaggio di vita.

Questo aspetto, che è decisamente il carattere saliente della scrittura e della ricerca di Georges Didi-Huberman a noi non basta, ne senso che se Aby Warburg ha sognato una scienza senza nome, che produrrà centinaia di sottotitoli e che rimane invece sono il nome della madre delle muse, Mnemosine, ebbene noi in abbiamo delle annotazioni da fare alle parole chiave, ai significanti i magistrali, maestri e padroni, perché non accettiamo non tanto la psicosi di Warburg. Warburg non era psicotico, proprio per tutto ciò che ha prodotto. La psicotizzazione di Warburg non autorizza null’altro che la lettura. Certamente non autorizza nessuna patografia, per quanto siano interessanti quelle fatte dallo psicanalista ungherese Imre Hermann.

La psicotizzazione consiste nel prendere un elemento della parola come principio del fare, c’è un elemento della parola che viene sconfessato. La forza della ritorno, la forza del ritorno del rimosso, e la forza della sconfessione, della negazione della negazione, della rimozione della rimozione. Qualche cosa di non ammesso nella parola si percepisce qua e là nelle formazioni di compromesso che sono in questo caso la ricerca di critica artistica, fuori da ogni disciplina di Warburg. Quindi nel metodo, nelle parole, nei significanti, nei fantasmi, nelle teorie, nelle enunciazioni, nelle paure, nei sogni, e in tanti altri dettagli della sua vita. È attribuita ad Aby Warburg, sebbene ci siano stati altri che abbiano enunciato qualche cosa di simile, la frase: Dio sta nel dettaglio. Ecco, per esempio, nel dettaglio di non voler assolutamente mangiare cacher di Aby Warburg, c’è qualche cosa di essenziale, di fondamentale, rispetto a tutta la sua costruzione artistica e psicotizzante.

Il libro di Georges Didi-Huberman termina affermando che la storia dell’arte scrive e si riscrive in ciascun istante. Qual è la storia dell’arte scrive ciascun istante? È la storia della vita? Per Aby Warburg era sicuramente la storia della vita, con un capitolo censurato. Attorno a quel capitolo si è giocata la partita della storia dell’arte e si è giocata la partita della sua vita. In tal senso l’esperienza di Aby Warburg è originaria, di certo non è vissuto parallelamente alla sua stessa vita, la psicosi glielo ha impedtito. Come nella psicosi ci sono gli elementi della vera vita, così si tratta di ciò che riguarda la sua teorizzazione. La lettura di Aby Warburg, secondo Georges Didi-Huberman, è stata quella di una analisi originaria, della quale dobbiamo ancora trarne le implicazioni, la lezione di vita stessa. Georges Didi-Huberman ha cominciato a trarre queste implicazioni per la sua stessa vita di critico d’arte, anzi di storico dell’arte.

Importante è la questione della biblioteca di Aby Warburg, non solo per il rapporto per Warburg stesso, e per ciascuno di coloro che l’abbia frequentata o che la frequenti, ma rispetto anche alla biblioteca per ciascuno di noi. Qual è la nostra biblioteca, è una questione da porre a ciascuno, e non solo a ciascun ricercatore, che già la questione sarebbe enorme. Quando uno studente chiese a Jacob Taubes in quale lingua leggere la Bibbia, era una domanda sulla questione dell’archivio. Se nell’archivio ci sono solo le traduzioni della Bibbia non è una ricercatore biblico colui che formula questa questione, chiedeva di essere esentato dalla lettura dell’originale pur occupandosi di esegesi biblica.
Georges Didi-Huberman non si esime dal leggere la biblioteca Warburg, va a leggere anche gli scritti che sull’ultimo scaffale si coprono di polvere, e sono quelli che dagli storici sono ritenuti dei libri mancati, come Mnemosine. Conclude il libro Georges Didi-Huberman con una citazione di Aby Warburg, che ha fatto in occasione di una conferenza del 1927 a Firenze, dove in italiano ha detto: “andiamo avanti, ricominciamo a leggere”.

Georges Didi-Huberman arriva a dire che Aby Warburg voleva essere il tempo, e cita a questo proposito una testimonianza di Aby Warburg, quando verrà ricoverato nella clinica svizzera, dove diceva che mangiando dei pezzetti di cioccolato, non aveva la sensazione di non dover mangiare i figli, come Crono, aggiunge Georges Didi-Huberman.

Quale cannibalismo fantasmatico cercava trasmissione in famiglia, questo non c’è dato di sapere, la fantasia è bastevole alla sua lettura, alla sua analisi. Le considerazioni che Georges Didi-Huberman trae sulla nozione di intervallo e di come lavorasse l’intervallo Aby Warburg è decisamente importante, perché s’accorge Georges Didi-Huberman di come Aby Warburg fosse interessato solo a queste collezioni di oggetti, man nella loro scrittura per immagini, più di una iconologia, una iconografia, con questi pannelli su fondo nero preparati all’istituto, dov’erano messe in serie singolari le varie fotografie di reperti archeologici e di immagini dell’arte, che talvolta sono la stessa cosa.

Aby Warburg si interessava all’intervallo e forse ha voluto abitare l’intervallo tra oriente e occidente, tra ebraismo e paganesimo, e rispetto all’arte tra ebraismo e cristianesimo, ma mutuata questa relazione o questa indagine dal paganesimo che per l’appunto emerge come immagine non sepolta nelle stesse opere del rinascimento. Significanti nell’intervallo e non presi in una funzione e nomi nell’intervallo non presi in una funzione trovano questa impossibile scrittura nei testi della follia di Aby Warburg. Come emerge in parte Aby Warburg da questa follia? Con la ripresa dell’itinerario artistico, culturale e scientifico, certamente se la nostra ipotesi che è quella della questione dell’arte come falso nesso rispetto alla questione ebraica per Warburg, allora questo confronto che quasi manca nella teorizzazione che qua e là ha tentato, nell’ultimo libro c’erano i concetti fondamentali, le questioni fondamentali, le teorizzazioni fondamentali, si potrebbe dire che è stato l’ultimo tentativo paranoico di uno schizofrenico di scrivere qualcosa di sistematico, ebbene questa non lettura ritorna, come immagine non sepolta, patica e patetica, con formule del pathos e forme della passione, un’immagine in movimento, inquieta, che questiona radicalmente chi la della legge, chi la guarda, e sono sparse ai quattro angoli del cosmo, del pianeta della storia dell’arte, delle vicende familiari di Aby Warburg.

Noi leggiamo questi dettagli di dettagli, questi lembi del reale che tornano non identici a sé ma in una trasformazione, che chiedono la lettura, che altri si provino a leggere, forse questo è anche il senso dell’aver lasciato una biblioteca, un’istituzione perenne, ed è quello che Georges Didi-Huberman ha fatto con questo libro e con altri libri, diciamo che si è sempre occupato di Aby Warburg e che noi facciamo in vista breve nota rispetto a quel che è il nostro itinerario, la nostra ricerca, che non bada a nulla di inessenziale, se non allo statuto dell’inessenziale, e del perché l’inessenziale venga preso come l’essenziale dai più.

Armando Verdiglione ha formulato più di una decina d’anni fa in una conferenza, che non sappiamo se poi sia confluita in qualche libro stampato, che la storia dell’arte non esiste. La storia è la ricerca, la ricerca artistica, che non riguarda solo gli artisti come statuto sociale, e non solo gli artisti come statuto intellettuale: riguarda ciascuno, ma non c’è ricerca della ricerca, tale sarebbe la storia dell’arte, la formalizzazione della ricerca che non c’è. La formalizzazione è nell’approdo, non al cominciamento. In questo libro di Georges Didi-Huberman c’è moltissima ricerca e rarissimi approdi. Ciascuno dei due aspetti è essenziale e quindi è un testo interessantissimo di ricerca quello di Georges Didi-Huberman. Certamente per i ricercatori, per i lettori che per vari motivi non possono recarsi all’istituto di Aby Warburg a Londra, a consultare la sua biblioteca e soprattutto i suoi testi, che solo recentemente sono stati tradotti in italiano, era disponibile sempre e solo Il rituale del serpente, per costoro che per varie ragioni non andranno all’istituto e non abbiamo ragione nemmeno noi per andarci, abbiamo altre priorità nel caso di lettura degli archivi, il libro L’immagine insepolta, l’immagine sopravvissuta, di Georges Didi-Huberman è il libro da non mancare, e tanto per cominciare da acquistare e porre nella propria biblioteca auspicando di giungere a leggerlo.




Georges Didi-Huberman, L’image survivante. Histoire de l’art et temps des fantômes selon Aby Warburg, Paris, 2002, Les Éditions de Minuit, pp. 592, € 29,00


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30.07.2017