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Non c’è più impero. A proposito di Hardt e Negri

Giancarlo Calciolari
(1.02.2010)

“Impero” è il libro scritto da Michael Hardt e da Antonio Negri nel 2000 (in versione inglese) per distinguere la nuova costituzione dell’ordine globale del pianeta terra, per distinguerlo in particolare dall’imperialismo, o dal post- imperialismo, se mai qualcuno è riuscito a definirlo, con gli strumenti deboli delle teorie postmoderniste. In realtà il moderno è l’originario, è l’attuale, e il postumismo è solo una fantasmagoria, un orpello per non intendere gli elementi essenziali della vita.


Premoderno, moderno e postmoderno sono una partizione del tempo che cerca l’impossibile riduzione del taglio in partizione sociale del tempo, che è l’altra faccia della spartizione dello spazio, materiale e immateriale.


Si potrebbe parlare di una struttura oligarchica del pianeta in cui una famiglia tra le dodici famiglie dominanti gioca la leadership, ma come un guardiano dell’oligarchia stessa e non più come l’imperatore. Così è stato letto l’intervento americano sino a oggi. Non era il caso della leadership per l’iracheno Saddam Hussein rispetto alle settantasei famiglie del “suo” paese, oppure al governo jugoslavo di Tito rispetto a nazioni che poi si sono mostrate differenti; e alla loro reinvenzione come etnie hanno lavorato forse non una centrale invisibile dell’impero ma l’oligarchia imperialista, che è sempre il ricordo di copertura dell’impero romano, e in tal senso è un post-imperialismo, espresso nelle categorie degli autori.

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Opera di Ettore Peroni

Ma l’impero non c’è, non c’è nella struttura delle cose, si tratta di un tentativo di padronanza e di controllo, immenso, ma destinato sempre al fallimento. È il fallimento stesso l’impero di quel che viene chiamato impero. E il contro-impero invocato a più riprese, a molte riprese, da Hardt e Negri è il modo stesso di prosecuzione e di riproduzione di quell’algebra e di quella geometria della vita che chiamano per l’appunto impero e contro-impero.


Si tratta di algebra e geometria della vita dalle infinite equazioni storiche. Padronanza e controllo del desiderio e delle stelle. Gli analisti algebrici sono contenti quando penetrano il marchingegno di un enigma, e gli analisti geometri si compiacciono quando dal teorema traggono i piani esecutivi. Ma l’algebra e la geometria della vita non sono la vita.


L’attraversata di Hardt e Negri è fatta di quei testi che pongono la questione della trasformazione della vita rispetto ai tentativi di padronanza e di controllo sulla vita, che si sono chiamati con i nomi della teologia, della filosofia, poi della filosofia politica e che si sono qualificati - prima in Machiavelli che in altri esperti – come la monarchia, la repubblica, e quella forma di governo che Machiavelli chiama il Turco, che è: uno padrone e tutti gli altri schiavi.


La padronanza molteplice, ma sempre in gruppi ristretti, non tanto della moltitudine o della congregazione dei popoli ma della vita è sempre in scacco. Tutto ciò che è stato chiamato rivoluzione da Negri e da altri di questi ricercatori, che annoverano da Duns Scoto a Spinoza, da Marx a Derrida, come un’emergenza del desiderio della moltitudine, e tutto ciò che è stato chiamato controrivoluzione, ovvero i colpi dei poteri parassitari che cercano incessantemente di realizzare il ricordo dell’impero sono lo stesso dispositivo. Non si tratta di rivoluzione, non è questa la rivoluzione della parola, non è questa la rivoluzione della vita, ma è l’involuzione, è la circonvoluzione, è il girare in tondo dei dominatori e dei dominati, dei dominanti e dei sabotatori, dei rivoluzionari e dei controrivoluzionari.


Spetterebbe a noi l’onere di indicare, di leggere, questa disavventura in cui i liberatori hanno sempre mostrato la faccia dei nuovi tiranni. Perché questi pensatori rivoluzionari sono controrivoluzionari della parola? Controrivoluzionari della libertà della parola? Liberatori liberticidi. In che modo perseguono quello che in alcuni dettagli viene riconosciuto come mascheratura dell’imperialismo? Cioè che l’imperialismo si mostra come anti-imperialismo. Ma non ce n’è un altro. Tutto ciò che si mostra come anti-imperialismo, che è pensato come anti-imperialismo, nell’originalità (se esistesse) dell’anti-imperialismo è imperialismo. Sono i candidati al governo mondiale. Lenin non ha liberato nessuno: è stato solo il nuovo tiranno. Un algebrista, con una coorte di geometristi.


Ci sono anche altre ragioni teoriche al nostro dissenso. Nel testo di Hardt e Negri è tutta una questione di luogo, in cui all’impero che ha dissolto frontiere e limiti, potenzialmente universale, a questo non-luogo, a questa quasi omni-ubiquità, onnipresenza, viene contrapposto il nuovo luogo del non luogo. I controrivoluzionari della parola avrebbero da contro-inventare un’alternativa all’impero come non luogo. L’anti-impero è un altro luogo, che nell’idealità non avrebbe nulla a che spartire con l’impero come luogo infinito. Noi invece portiamo l’attenzione al termine luogo, alla questione del luogo, dello spazio. Tale è anche il Groß Raum di Carl Schmitt, e la terra nel nomos della terra è data come lotto lottizzato, è data come spazio, non lo spazio della parola, ma la spazializzazione infinita. Quindi la controrivoluzione, anzi la rivoluzione originaria di Hardt e Negri è una rivoluzione spazializzata. Questa è la rivoluzione contro la parola, che gli autori chiamano anche “circolazione”.


Quale spazio è in questione? Di quale luogo si tratta? Stabilendo una trasferenza significante tra tentativi di liberazione pubblici e i tentativi di liberazione privati (dei quali sono ricchi di studi degli psicoterapeuti), è legittimo dopo 2400 anni di geometria applicata (pleonasmo) chiedersi con che spazio abbia a che fare l’ideologia della liberazione, che non è una prerogativa di Hardt e Negri.


Da barbari, che stabiliscono queste connessioni tra il tentativo di liberazione di qualcuno che vuole liberarsi da chissà quale quotidianità e da segmenti della moltitudine che vogliono liberarsi dallo sfruttamento, diciamo che si tratta di spazi non piani, di geometrie non euclidee, che dovrebbero destare anche l’interesse del pensiero critico, come se ci fosse un pensiero idiota, edulcoratamente acritico.


È uno spazio chiuso, ma dove, come nota l’analisi di Hardt e Negri, si è dissolta la categoria del dentro-fuori. Non ci vuole molto a un topologo per identificare di quale topologia si tratta: di quella del nastro Möbius o della bottiglia di Klein. Ecco perché la traversata dell’impero per andare dall’altra parte comporta di ritrovarsi nella stessa prigione. La metafora della bottiglia di Klein permette forse di intendere come ogni progetto di liberazione comporti quel che viene enunciato nel titolo di un romanzo di un lettore radicale della società nordamericana, Réjean Ducharme, ed è l’ingoiata degli ingoiati, termine che è stato ritenuto scorretto per una traduzione italiana di l’avalée des avalés, eppure si tratta proprio di questo cannibalismo, e autocannibalismo. Per tornare alla produttiva metafora topologica di cui non inseguiamo il reale per cercare nuovi lembi dell’esperienza, perché è una lettura dell’esperienza topologica nella sua paradossalità e nel suo fallimento, non quella che facciamo, non è da topologi che impieghiamo la topologia, ma semmai con un procedimento letterario ironico, come beffa insociale, alla quale forse dovrebbe ascriversi l’opera di Hardt e Negri, ed è che apparentemente questa marcia attraverso l’impero, che però ritorna nell’identica posizione, nella stessa prigione, nello stesso dentro, fuori, nella stessa sopravvivenza girando in tondo, sembra una grande rivoluzione e sembra andare in direzione dello spazio aperto rispetto a coloro che in un nastro di Möbius non fanno altro che girare per una sezione di taglio del nastro della via più breve, mentre il contro-impero prende la via di lunga: entrambi girano in tondo.


Quello che enunciano rispetto al desiderio, riprendendo Spinoza ed altri (si è parlato per esempio di pratiche desideranti. Ad un certo punto con Deleuze e Guattari erano addirittura macchine desideranti senza organi), è che c’è qualcosa di prossimo alla causa di desiderio ed è che non è una passione che lo sorregge ma una pulsione. Ebbene l’itinerario della pulsione non è spaziale, non c’è nessuna figura spaziale che possa rendere conto, ma non c’è proprio spazializzazione possibile della pulsione. C’è un accenno a questa impossibilità di tratteggiare una via, una direzione, Hardt e Negri dicono che non può uscire nessuno schema direttivo dalla loro analisi, anche per non avere nuove responsabilità rispetto a ciò che scrivono, rispetto al modo in cui altri possono leggere queste indicazioni alla diserzione e all’esodo e al sabotaggio, come è già accaduto per l’ultimo di questi termini più di trent’anni fa, nel caso di Antonio Negri.


Il termine deterritorializzazione, citazione di Deleuze e Guattari, indica la spazializzazione dell’esperienza come prigione universale, e quindi l’esigenza della liberazione. L’impero come non-luogo ha sempre il luogo come orizzonte, e così il nuovo luogo del non luogo del contro-impero. Il “non-luogo” è la teorematica negativa, che nemmeno all’infinito raggiunge la teorematica positiva, del “non c’è più luogo”, ossia dell’accorgersi che il luogo è una fantasticheria, come la caverna di Platone.

L’altro aspetto che non viene considerato in Impero è il tempo. Qual è lo statuto del tempo nella circolazione dello spazio non più euclideo? È quello che rispettano sia Marx che Schmitt, sia Hegel che Agamben, sia Einstein che Gödel: il tempo messianico e apocalittico, il tempo di quell’essere stesso che è circolare, secondo la chiara formulazione di Heidegger, poi tolta nell’ultima versione di Essere e tempo. E in tal senso è possibile rispondere a una domanda sul tempo di Hardt e Negri: “quando e dove il possibile diventa reale?” Nella bottiglia di Klein in ogni momento il possibile può divenire reale, a parte che il reale diventa possibile come impossibile, secondo la lezione di Lacan.


Solo la direzione dell’esodante, mutante e perplesso Jacob Taubes ha colto i fiori del messianesimo di Marx e della rivelazione (apocalisse) di Hegel. Fiori che restano da leggere. Gesù-Marx e Paolo-Hegel richiedono l’eone di tempo, ossia l’idea del tempo, che come l’idea dello spazio non c’è. L’eone è il tempo della circolazione per la via più lunga della bottiglia di Klein, che anche qualora si compiesse la profezia di Giovanni confermerebbe il cerchio. Il ritorno circolare. Ma il ritorno del resto non è circolare. Il disegno è pulsionale e non passionale, non soggettivo.


Una spirale incommensurabile, libera, che riguarda ciascuno, irrappresentabile dai gruppi di potere come dalla moltitudine, non si lascerà mai ridurre alla circolazione degli umani ovvero all’impero e al contro-impero. L’impero e il contro-impero precipitano in un lapsus, svaniscono in un modo che solamente ironico è stato approcciato dalla teoria del caos. Ma il caos non sta nel fare, sta nel principio, come l’anarchia, come la libertà: nessuna politica del caos, nessuna politica dell’anarchia, nessuna politica della libertà, ma ciascuno, in una responsabilità immensa senza negare l’autorità, che non riguarda il principio di autorità e di anti-autorità, va in direzione della qualità in un modo inedito.


Se ciò che stiamo scrivendo fosse già edito, dovremo rassegnarci a corrispondere al profilo dell’analisi di un nuovo barbaro, che non fa parte di nessuna élite, e che nella moltitudine, nel suo tentativo categoriale di imbrigliamento sociale, sarebbe un operaio, non specializzato, ibrido, nomade delle galassie.



Michael Hardt / Antonio Negri, Impero, 2003, Rizzoli, pp. 456, € 10,20




1 febbraio 2010


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