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L’enigma della nominazione in Gianluca Solla

Giancarlo Calciolari
(24.01.2010)

Gianluca Solla in “Nomi di nomi” (Marietti, 2006, pp. 205, € 18,00) indaga sul nome e sulla nominazione, senza confrontarsi nel dettaglio con i testi di chi si è interessato in modo specifico dello statuto del nome e della nominazione, dalla teologia alla filosofia, dalla psicanalisi alla cifrematica, dalla logica alla semiotica. C’è qualche riferimento esplicito, per esempio al nome-del-padre teorizzato da Lacan, ma per lo più le letture convocate, citate, sono integrate in una struttura narrativa che parte dall’esperienza di vita e di filosofia dell’autore, che privilegia un intreccio di figure: la famiglia, il padre, la madre, l’amicizia, l’inimicizia, i figli, l’ospite, il testimone, il capo, il colpevole, l’animale.

C’è l’apertura del cantiere e quasi un inventario dei fantasmi, se non un bestiario delle questioni. A meno che non sia la società di fatto a essere una zoo-antropologia. Ciascun aspetto dell’indagine meriterebbe un libro, ma l’autore insegue non una carriera universitaria o un trattato sul padre o sulla madre, bensì il filo più autentico della vita.

Ogni figura è ripensata a fondo a partire dalla valenza che in essa assume il nome proprio? E se il nome fosse improprio? E se fosse il nome stesso a richiedere un’altra lettura? E se già nel metodo narrativo ci fosse qualcosa da ripensare a fondo? Come l’invito di Platone a immaginare (il mondo come prigione) reiterato da Solla che immagina il Golem. Così la questione del padre come nome (tale è l’acquisizione di Lacan) diviene la questione del Golem come nome.

In altro modo questa è anche la via di Georges Bataille che voleva essere nato dal fango senza padre. Il Golem, come Adamo, è fatto d’argilla. Per altro in ebraico Adam vuol dire “terrestre” in quanto fatto di terra, Adamah.


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Christiane Apprieux, "Gemelli", 2007, bronzo, dettaglio

Seguendo la narrazione di Solla troviamo il nome come privo di senso, errante, che si cancella da solo, o che viene sostituito da un altro nome. Certamente potremmo fare una cartografia dell’algebra e della geometria del nome specifica di Gianluca Solla. Non è questo l’interesse. Anche noi leggiamo rispetto al filo essenziale della nostra vita e quindi confrontiamo la nostra ricerca rispetto alla nominazione, sino ai risvolti più connessi al corpo della parola, come per esempio nel sintomo della balbuzie, che si esercita acrobaticamente nell’evitare il nome e ancora di più il cognome.

Per ragioni che Gianluca Solla esplora con generosità rispetto al suo caso, che si precisa nel libro successivo, Marrani. Il debito segreto (Marietti, 2008, pp. 102, € 14,00), in cui il nome di origine ebraica ha perso una lettera nella conversione forzata.

Non è un caso che il nostro interesse per la nominazione non solo ci spinga alla lettura degli scritti più teorici e più tecnici di Lacan e di Verdiglione, ma anche in direzione della connessione tra la questione del padre e l’ebraismo, come in particolare risulta dalla ricerca di Gérard Haddad, formatosi con Lacan.

La marchiatura del nome, il peso del nome, il segreto del nome, il luogo del nome… sono frutto dell’immaginazione. “Immaginiamoci un uomo solo nella sua solitudine” (22). Noi non ce lo immaginiamo, e non perché non vogliamo o non possiamo o non dobbiamo o non sappiamo. L’immagine non è immaginata. Il “non ti farai immagini” dell’Esodo indica l’inesistenza dell’immaginazione, che se ci fosse sfocerebbe nella società dello spettacolo integrale. Per questo alla visionarietà di Guy Debord noi preferiamo la visio di Agostino.

Che cos’è la bestia che si cela in ogni nome? E qual è quel nome che può dirsi “ogni”? Che cos’è che si cela nel nome? Tolto il nome: l’animale totemico e tabuico. La bestia, da Dante a Kafka. Ma anche la pietra segue al toglimento del nome e così la pianta.

“Il nome è la famiglia” va in direzione del nome del padre, del nome del nome, anche nel caso dell’invenzione di una nuova genealogia. È sempre la genealogia, il legame sociale, il rapporto, proprio quello che Lacan dice, provocatoriamente contro oceani di visioni, previsioni e mondovisioni, che non esiste.

Tolto il nome: il luogo, la cripta del nome (29), la sua prigione genealogica. La potenza del nome, in gioco anche nel cambio di nome, consacrando la catena genealogica che parrebbe posta in scacco. Tale consacrazione interviene anche nella vita e nella teoria alla rovescia, come enunciato con “interruzioni fuorilegge che sono le singole vite”. Semmai, la legge è della parola (e questa è l’acquisizione dell’istanza ebraica), e la società si erige contro ogni singola vita, tra legalismo e illegalismo. L’instaurazione del nome originario comporta la legge come compimento; e così l’instaurazione del significante comporta l’etica come compimento. E nell’intersezione tra la legge e l’etica, l’instaurazione dell’altro, l’altro tempo, comporta come compimento la clinica, la piega autentica delle cose, e il caso dell’unico.

Se il nome, destinato a un significato, elude tutti i significati (35), va in direzione dell’instaurazione della sua funzione, mentre il nome come destino (36), come ingiunzione a assomigliargli, va in assenza di direzione verso il suo impossibile toglimento.

Per un verso il nome come nome del padre: “il nome del padre è il luogo in cui l’accoglienza della vita si fa in ogni istante protezione, vigilanza, controllo e infine appropriazione” (38), e per altro verso il padre come nome (Lacan), il padre come zero della parola, come punto di capitone tra le serie significanti. Zero per cui il nome non è mai il nome del padre come “un” nome (35).
Non c’è luogo del nome: impossibile l’omotopia nel corpo, e per altro impossibile animale nell’animale uomo. Nessuna topologia del nome, e quindi nessuna cripta. Nessuna ridondante algebra della pietra.

Che il nome del padre lavori sempre all’eliminazione della persona fisica (41), non risparmiando la nuda vita, indica quanto ancora in Lacan rimanga da esplorare rispetto al padre e al nome. Non a caso Gérard Haddad annota come il “nome del padre” sia responsabile della psicotizzazione delle miriadi di associazioni lacaniane che sono sorte dopo la morte di Lacan, nel 1981; e per questo propone per l’identificazione primaria non il padre morto idealizzato ma il Libro, quello che Dio offre da mangiare a Ezechiele.

Negato il nome c’è l’ontologia del padre, presente o assente, e allora ogni figlio non può che ripetere la sconfitta del proprio padre (44), e potrebbe anche ripetere la vittoria del proprio padre. Destinati a vincere e destinati a perdere. La genealogia e l’altra genealogia. Il nome del padre e il nome dell’altro.

Il nome è ingenealogico, indestinale, anonimo e innominabile. Per questo Giulietta “muore di famiglia” (44), senza il mito della famiglia, ma la mitologia di un medesimo rango sociale tra Capuleti e Montecchi. Giulietta muore di tutti i nomi dei quali si chiede che cosa siano. Inoltre la proposta di Giulietta a Romeo di rinnegare il nome consacra la credenza nel nome della famiglia d’origine. Per Gianluca Solla la morte di Giulietta conferma la potenza del padre e dei suoi nomi. Lettura freudiana, ancora prima che lacaniana. Narra Freud in Totem e tabù che il padre ucciso dai figli divenne più potente che da vivo. Questa è la sorgente dell’onnipotenza, sino all’onnipotenza del superio, per non parlare di Dio. Ma per l’appunto la potenza del dio oscuro segue alla messa a morte del padre. Questo per accennare a una eventuale riscrittura del mito di Giulietta in cui l’instaurazione del nome dissipi l’algebra e la geometria dei Capuleti e dei Montecchi.

A questo proposito la nostra ipotesi, dopo la lettura dell’opera di Lamberto Tassinari, è che il marrano John Florio, alias Shakespeare, che come motto affiggeva sul suo ritratto “Chi si accontenta gode”, si sia goduto la sua scrittura in modo impareggiabile, e peraltro non più percepibile oggi. Un po’ come è capitato poi anche a Franz Kafka che sganasciava leggendo la sua Metamorfosi, cosa che non accade più, adesso che nella migliore delle ipotesi è letta come un thriller.

Certamente i nomi propri o si mostrano come impropri o non sono altro che pseudonimi (50). E così “lo pseudonimo prolunga la finzione di un nome proprio che è sempre il nome d’altri” (55). Si tratta di aspetti dell’algebra del nome, ovvero del tentativo di padroneggiare e di controllare i nomi, anche nei criteri di somiglianza e di dissomiglianza rispetto al nome. Occorre il passo dalla pseudonimia ai nomi d’arte. Quando non è tolta l’autorità e la responsabilità dal nome, il nome d’arte non è pseudonimo. Certamente come tentativo estremo di cogliere il nome originario, l’attribuzione della pseudonimia al nome d’arte e al nome (im)proprio non fa altro che consacrare l’idolatria del nome del padre, del nome del nome. In altri termini, il titolo del libro di Gianluca Solla indica già come non ci sia uscita algebrica dall’algebra del nome. E come non ci sia uscita dal marranesimo una volta assunto come assioma, e infatti non può che essere distribuito a ognuno, che non sa quanto di marrano abiti in lui. Il lato marrano di ogni singola esistenza si dissipa quando la vita procede dal lato originario, senza più aggettivazioni. Il lato, la relazione come giuntura e separazione, come nodo e snodo, come legame e slegame…

Quando Nietzsche, che si prende per Dio e abbraccia l’animale, dice d’essere tutti i nomi della storia, si tratta ancora di algebra del nome, e la sua altra faccia di geometria del nome consiste nell’eseguibilità di una vita psicotizzata che pare naturale, zoomorfica. E così nella cripta del nome c’è posto per altre cripte, per quella dello pseudonimo come doppio del nome, sino all’algebra complessa dettata appunto da Nietzsche.

Le genealogie di potere, telecomandate dai nomi del padre, sono ciò che Gianluca Solla chiama la politica del nome proprio. Selezione ed elezione dei nomi. Principio di identità del nome, principio di non contraddizione del nome e principio del terzo escluso applicato ai nomi inidentici, contraddittori, ossia ai presunti sub-nomi, poco prima dell’avvento dell’anonimato.

La questione è vivere, non più sopravvivere. Il nome non si cancella; e per questo la forclusione lacaniana non è altro che la rimozione nel suo funzionamento. E per questo rimane impossibile la psicosi teorizzata da Lacan, perché il nome non significa, e risulta impossibile attribuire al nome un significato (67).

La significazione, l’unica che c’è secondo Lacan, è quella del fallo. Il sigillo dell’ordine genealogico. La significazione del nome proprio, ossia la predestinazione al bene o al male, come ipotesi deduttiva che trova nella conclusione le sue premesse logiche, evita l’ipotesi abduttiva costituendo una prolessi della vita. Un’anticipazione. Per questo, “anticipare la parola in ogni istante del suo avvenire è ancora lo spergiuro” (75). L’algebra e la geometria del nome sono modi dello spergiuro. Lo sgarro rispetto alla legge della parola. Lo scherzo con la morte. In tal senso, le cosiddette malattie mentali non sono altro che scherzi con la morte.

I senza-nome e i con-nome, la moltitudine e l’élite, gli anonimi e la nomenclatura (i nomi acclamati). Certamente l’analisi del nome e del cognome va con l’attraversata delle varie macchine storiche e della loro politica del nome, e ne resta solamente la loro struttura fantasmatica di tentativi impossibili di padronanza e di controllo sulla vita. Il biopotere e la biopolitica, come vengono chiamati dopo Michel Foucault, sino a Antonio Negri e Giorgio Agamben, sono chimerici, come il controbiopotere e la controbiopolitica. Il potere è un effetto del nome nella sua funzione di zero della parola, e per questo un compromesso politico di settecento anni può svanire in un istante, come teme ogni sistema politico.

“L’anonimato è la cifra di qualcosa che si riferisce di fatto a tutti e a ognuno, all’anonimità di ogni singolo nome” (99). Il nome anonimo e innominabile è quello preso nella sua funzione; invece ogni nome è il nome tolto dalla funzione, per la sua presunta nominabilità e altrettanto presunta significazione. Ogni uno non sarà mai zero e neanche metazero. L’innominato ha la sua altra faccia nella serie dei nomi di donna, che divengono vestiboli del cielo e vagine celesti in Daniel Paul Schreber, che non riconosce il suo nome nella genealogia degli Schreber. Questa “inaudita smemoratezza della legge”, per Schreber che scrive le “cose memorabili” è proprio quella che inedita “resta ancora tutta da pensare” (103), e infatti Schreber, magistrato, presidente della corte d’appello, uomo di legge, s’imbatte nella legge della parola, nella legge inconscia, nell’altra memoria, cosa che non è mai ogni memoria, peraltro in espansione dal big bang al buco nero.

Tolto il punto vuoto, la voce, il punto d’astrazione: il punto pieno va dal meta-zero al meta-infinito, dal buco bianco sorgivo al buco nero definitivo. Tolta la voce: le voci, dalla voce del padre alla voce dei vicini, dalla voce di dio alla voce del popolo, sino all’unione mistica immanente tra il popolo e dio. E ogni nome reca in sé tutto questo e molto di più. Oro sociale o sterco del diavolo che non restano e si dileguano al primo apparir del vero, come dice Leopardi.

Il nome designa (111)? L’atto di nominazione è quello di designare? Il segno può trapassare nella designazione? Il nome del nome sì, il padre del padre sì, lo zero dello zero sì. Ma come la decifrazione approda non alla cifra dell’esperienza ma alla de-cifra, così la designazione non approda al segno nella sua tripartizione funzionale ma al de-segno. Una chimera, dai molti seguaci, per altro marcati dal sigillo della chimera.

Tolto il nome sorge l’animale fantastico, ma è tolta anche la sua materia. E allora le altre due dimensioni della parola, il linguaggio e la sembianza, avrebbero una relazione con la morte. L’enunciato di Gianluca Solla: “il linguaggio e il riso appaiono nella loro comune appartenenza alla morte” (111), oltre che risentire della lettura di Heidegger e di quella di Agamben, precisa come l’appartenenza sia una prerogativa del discorso della morte. Per questo aspetto le genealogie di potere sono sistemi gerarchici di appartenenze. Invece nella sua radicalità e nel suo funzionamento il non dell’avere introdotto dal nome rovina il fallicismo distributivo, che altri chiama anche discorso capitalistico. La sopravvivenza è una prerogativa dei vari discorsi della morte. Anche nel supplemento alla vivenza che caratterizza il pensiero di Derrida. Nessuna salvezza dalla sopravvivenza, nessuna redenzione. Nessuna metamorfosi della sopravvivenza in vivenza.

Il ritorno è il funzionamento stesso del nome, che è un significante rimosso. Il resto ritorna come specchio, sguardo, voce. La logica puntuale o stigmatica o distinzionale è il modo di questo secondo ritorno. Ma non c’è un terzo ritorno, quello in cui credono sia i pochi della nomenclatura che la moltitudine degli anonimi: non c’è il ritorno del soggetto. Solo così i vivi paiono viventi-morti o morti-viventi: “la vita dei vivi rivela di non poter essere altro che sopravvivenza ossia vita sempre pronta a essere utilizzata, al limite sino alla sua uccidibilità” (131). È quanto emerge dall’analisi del nazismo fatta da Solla. E occorre qui radicalizzare la posizione della sopravvivenza: ogni sopravvivenza è accettazione del nazismo. Occorre, almeno per intendere, non temere l’impiego della regola midrashica della gezera chava, alla cui fonte si abbevera chi ha acquisito la lezione di Freud, come insegna Gérard Haddad. Un termine in due contesti differenti riguarda la stessa cosa. Allora la sopravvivenza, dal tirare a campare all’uccidibilità dell’homo sacer, appartiene al nazismo. Tale è anche il metodo dei ricercatori radicali, come per esempio Peirce, che s’imbatte nella denotazione e in qualsiasi altro contesto la ritrovi fa valere quanto ha acquisito. E la cosa non ha nulla di facile, tanto che per Charles Sander Peirce l’amico William James non ha mai capito la sua distinzione tra denotazione e connotazione. Non che i semiologi l’abbiano capita. Infatti, ogni semiologo sopravvive, tra infinite sopravvivenze.

La testimonianza per Solla implica che appaia “nell’atto stesso del dire un elemento che non si lascia ridurre alle regole del funzionamento del linguaggio” (139). Ciascun elemento linguistico è tale, anche perché il funzionamento del linguaggio di cui parla Solla fa riferimento al linguaggio canonizzato socialmente.

Ciascun elemento è irriducibile. Il nome è irriducibile, il significante è irriducibile, l’altro (le élite lo scrivono con la maiuscola) è irriducibile. La vita è irriducibile alla sopravvivenza. Mettiamo in primo piano la gezera chava che stiamo operando: i libri di Gianluca Solla sono il testo della sua testimonianza, e per questo sono irriducibili ai canoni universitari, e permettono di intendere ulteriormente che la divisione in generi (romanzo, saggio, poesia, testimonianza, cronaca, diario…) è un aspetto della separazione delle carriere. La testimonianza di Gianluca Solla non è un dire su dire, ecco perché i suoi libri sono dei cantieri sempre aperti.

Avere o non avere il nome, essere o non essere il nome (141), la presenza o l’assenza del nome, sono aspetti dell’ontologia e della habeologia, in altri termini del discorso della morte e non della parola di vita. Se non fosse che la parola è la vita. E in alcuni strati del palinsesto testuale di Solla la vita emerge: “il linguaggio resta affidato a un evento inatteso e non anticipabile. Per quanto ognuno presuma di “poter parlare”, il linguaggio non trova il suo fondamento nella possibilità di parlare, né semplicemente in una capacità anteriore all’evento stesso del linguaggio” (143).

Un altro modo interpretativo midrashico è la semukha: tra due termini contigui (anche per un’associazione inedita) in assenza di relazione significante, si stabilisce una relazione. E si tratta di un’ipotesi abduttiva e non logico-deduttiva. Per esempio, il capitolo dedicato al “capo” riguarda anche la questione del nome del padre. E così la magia del nome (148) appartiene non solo al capo ma al nome del padre. Il nome del nome, il nome d’origine, il nome come destino, implicano la magia e l’ipnosi del nome. La psicotizzazione degli umani. Che altro è stato il nazismo? Potenza del nome del nome e impotenza dei senza nome. Macchina, tecnica e clinica dei nomi.

Proprio a proposito del capo, duce o führer (ma si potrebbe leggere il caso del capitano, dello chef, del direttore di ricerca…), piove una perla di Solla intorno allo zero: “Per ogni serie, per la successione che essa racchiude, la funzione dello zero, che non fa parte della serie, è incancellabile” (155). Seguono nella stessa pagina altri aspetti della stessa questione: “come cominciare”, “l’urto dello zero”, “la frattura rappresentata dallo zero nella serie dei numeri”… Operando una semukha tra “zero” e “nome” otteniamo la funzione di nome come incancellabile. Esatto. E senza la gnosi di un corpo nell’altro. Ossia non c’è zero che risuoni muto ma implacabile nel nome di ognuno (156). Oppure sì, nel senso che il “nome di ognuno” è nome del nome, è azzeramento del nome; e quindi l’instaurazione del nome sospende la rappresentazione del sintomo, dal mutismo alla logorrea, dal “vero nome del nome” al falso nome del nome.

Non solo l’inadeguatezza tra il sapere e le cose è sommersa dando a tutto un nome (164), ma come il nome non si cancella, emerge, come aspetto dell’apertura, che esige lo squarcio ma non è lo squarcio, che è il modo del tempo e non l’introduzione della morte, che risulta un indice della differenza sessuale e non la megamacchina della storia o l’appannaggio dell’“animale morto che insiste in ognuno” (168), ovviamente, freudianamente, in modo più potente che da vivo. Il cancro, che nell’immagine è un granchio, incarna (questa è un’incarnazione profana) questo aspetto, della morte potente e creativa. Segreto e mistero del cancro, che ogni nome custodisce in sé negando radicalmente il nome che non si lascia intruppare nel battaglione “ogni”. E così “un incontro che accade senza perché e senza regola” (175) accade anche senza più segreto e senza più mistero, senza più cripta né caverna.

Diversamente, nel nome del nome il figlio è destinato (183), e il nome significherebbe questo destino, il destino riservato a che si prende come “ogni” uomo, ossia come mortale, per un’analogia con l’animale. “Così ogni figlio è destinato a fallire dello stesso fallimento dei padri e delle madri, morendo della loro stessa idiozia, ripetendone instancabilmente la morte”. Si tratta di padri e di madri che soccombono all’idolatria sociale corretta e ammessa, rinunciano all’idioma per l’idiozia. È facile, basta abbracciare lo spettacolo.


Certamente Gianluca Solla ha ragione a aprire i cantieri. Appena un cenno: qual è il figlio che non sia “ogni”? E quale il padre? Quale la madre? Qualcosa cade. Lo specchio è punto di caduta. Invece nella spettacolarità sociale il cadere è dei soggetti dello spettacolo. Ma chi non abbocca allo spettacolo non cade, non fallisce (e i suoi fallimenti sociali sono aspetti dell’ironia, anche nel modo della beffa insociale; peraltro anche i successi sono aspetti dell’ironia).

“I nomi dimorano come un resto inappropriabile” (191). In tal senso ciascuna cosa è inappropriabile (è questo il non dell’avere introdotto dal nome), anche la lezione che traiamo da Freud e da Lacan, da Verdiglione e da Porge (del quale abbiamo tradotto Elementi della nominazione in Jacques Lacan), da Haddad e da Solla. Eppure le briciole che acquisiamo nel nostro viaggio corrono il rischio di restare, mentre le megaimpalcature dei poteri parassitari, con le loro tracce di guerre e di massacri, gli umani potrebbero sempre risparmiarsele, anche perché non restano. E non si tratta di resistere al potere o alla violenza, se non per salvaguardarne il principio e il concetto di potere.

A questo punto possiamo rispondere alla domanda che Gianluca Solla pone alla fine del suo libro: “Senza pseudonimia è pensabile – è possibile – qualcosa come un’etica?” (205). Intanto, l’etica pensabile e possibile altro non è che la morale, inoltre l’etica non ha bisogno della pseudonimia. L’etica come compimento della scrittura della frase, in cui il significante differisce da sé, non risuona ancora nei giardini dell’occidente. E certamente l’accettazione della morale, personale o sociale, comporta che ognuno porti dentro di sé il marrano di cui parla Solla, nel secondo libro citato, che è il seguito annunciato del primo. In effetti “marrano” è una proiezione degli scomunicanti, i veri senza nome, per i quali “non esiste un nome originario a cui tornare” (Marrani, 101), e neanche un nome originario da cui partire, come potrebbe essere il caso del nome del padre.

Sì, “è come se bisognasse apprendere ancora una volta a leggere” (102).


24 gennaio 2010


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