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Bellezza

Hilla Bismuth
(27.07.2010)

Ci sono vari approcci alla bellezza per intenderne il suo statuto e la sua portata. Il più trafficato è quello sociale: ossia capire quale sia il canone della bellezza in voga e cercare di anticipare il canone del futuro. Il retrogusto è quello del business, che è accessorio se non consustanziale al quello delle genealogie di potere (realizzate dalla volontà di potere). L’altro approccio è quello della ricerca dell’essenzialità della bellezza, e questo passa per mille vie, dalla teologia alla filosofia, dall’esperienza artistica all’esperienza mistica.


Chi è avvezzo agli studi e alla lettura, anche se spesso lo studium ostacola la lettura, consulta il patrimonio scritturale sulla bellezza, dalla Bibbia a Platone, Da Goethe a Dostoevskij, da Simone Weil a Hans Urs von Balthasar, da Freud e Verdiglione.

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Opera di Christiane Apprieux

Per non aprire tremila pagine di introduzione alla ricerca, mi attengo alla brevità conclusiva del “dupe”, che non erra e non è perplesso. Dupe qualifica in francese lo squalificato, il privo di piuma di upupa che orna il cappello degli oligarchi al potere, nel paesello. In italiano Verdiglione lo ha tradotto non zimbello. Si trattava di tradurre il titolo di un seminario di Lacan, Les non-dupes errent, i non zimbelli errano. Il “dupe” sarebbe lo stupido o l’idiota del villaggio. Curioso che Lacan affermi che l’erranza riguarda coloro che sono o si ritengono “non-idioti”. Il titolo del seminario di Lacan, com’è noto, per omofonia richiama les noms du père, i nomi del padre, il che rende la cosa intraducibile in italiano. La rotta senza smarrimento è data dai nomi del padre. Non a caso è Verdiglione che stabilisce la connessione tra la bellezza e il nome, in particolare la sua funzione. Quando la funzione di nome s’instaura, in altri termini quando le cose cominciano, la bellezza si staglia. In tal senso la bellezza non si adegua ai canoni sociali, e per questo l’algebra della bellezza, che si chiama bruttezza, è sempre in scacco. Per i non zimbelli il successo dei “brutti” è sempre un mistero. Il “dupe” è anche chi crede come me a babbo natale.


I canoni della bellezza, che Papa Benedetto XVI, nel messaggio agli artisti, chiama illusoria e mendace, superficiale e abbagliante fino allo stordimento (e in tal senso Guy Debord non ha inventato nulla), si disfano sul bordo dell’originario, sul bordo del nome, sul bordo del padre, sul bordo dello zero. Forse con lo zero si intende la questione del bordo: quel tratto che attornia il vuoto. Non il vuoto senza bordo, quindi non il buco, non la mancanza senza nome.


La bellezza emerge quando le cose lievitano, crescono, cominciano. Ancora di più dell’angoscia per Lacan, la bellezza non mente. E la bruttezza indica che il “non-dupe” sta sopravvivendo nella vita sostitutiva. Ma ci sono anche la bellezza dell’apertura della vita, la bellezza dello specchio, la bellezza dello sguardo, la bellezza della voce, la bellezza del tempo…


Tale bellezza come irruzione dell’autentico è inarmonica, insociale, incanonica, inspettacolare. Non è la bellezza che ci salverà, perché non c’è salvezza ma ritorno, che non è di qualcuno e tantomeno del soggetto. Il “resto” ritorna, ossia funziona nell’atto. Anche questo è bello. Senza questa bellezza non c’è nessuna grazia. Ne sapeva qualcosa Paolo, che trasforma addirittura il ritorno in salvezza. Infatti senza la bellezza della legge, nessuna grazia. E anche nessuna “visione” di Agostino come fonte di ogni altra bellezza.


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30.07.2017