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Super-io e sub-io

Wang Huan Yan
(4.01.2010)

Il ripiego sull’io dell’interesse che un individuo porta ai suoi oggetti gioca, secondo Freud, un ruolo essenziale nello scatenamento di una psicosi. Le modalità di questo ripiego hanno dato luogo alle più vivaci discussioni tra Freud e Jung al momento della loro rottura: per Freud, un tale ripiego non è sufficiente per definire la psicosi, poiché lo possiamo osservare anche in coloro che, come gli anacoreti, reinvestono questo interesse nelle preoccupazioni religiose.
Il ripiego sull’io ha come sua altra faccia il ripiego sul super-io, poiché è l’io soggetto, ovvero sub-io. Abbiamo il super-io e il sub-io io, l’io superiore e l’io inferiore. Talvolta queste due modalità dell’io sono attribuite a Dio o al diavolo, che risulta un dio minore.

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Christiane Apprieux, "Corpo in gloria", 2007, bronzo, 1/1

La psicotizzazione è la negazione della funzione di padre, della funzione di zero, della funzione di nome. Tolto il nome ne segue la chiusura su di sé, il ripiego su di sé, e tale diventa l’interesse che l’individuo porta ai suoi oggetti. La vita di ripiego, la vita ripiego. Nessuna piega della vita. L’autostrada sociale.
Valutando quanto l’individuo oggi porti interesse ai suoi oggetti, a quanto il grande carrello nel mercato universale sia stracolmo, è chiaro che ognuno è psicotico. E quella che viene chiamata psicosi è solamente la psicotizzazione più evidente, come la differenza tra mafia rossa, sanguinaria, e mafia bianca, con i famosi colletti bianchi, che è molto più grande di quella che occupa le pagine della cronaca.

Quindi non si tratta tanto di scatenamento della psicosi ma è già la psicosi, partecipa già alla psicosi. Certamente il ripiego su di sé non qualifica la psicosi. Coloro che rischiano di vivere e non corrono il pericolo di morire hanno un interesse particolare per quello che altri chiama i loro oggetti. Nel loro armadio non c’è la noia, c’è il tesoro degli oggetti, che non hanno corrispondente nell’ordine genealogico fallico. L’intellettuale, l’artista, lo scienziato sono come gli anacoreti, ovvero reinvestono il loro interesse non tanto in preoccupazioni o occupazioni artistiche, culturali e scientifiche, ma il loro interesse è nell’itinerario artistico, nell’itinerario culturale, nell’itinerario scientifico. La rarità di questi itinerari, basta cercare qualche cosa sulla grande tela per accorgersi che sono rarissimi, ebbene questa è la salute come dispositivo di qualità.
Ecco perché il ripiego su di sé dell’interesse che un individuo porta suoi oggetti comporta la fregatura di “così fan tutti”.

Il ripiego su di sé comporta l’abito cattivo, il male abito, in altri termini la malattia. Malattia di sé e anche la malattia dell’altro, quasi sempre la malattia è attribuita all’altro. Allora l’ipotesi religiosa che va dall’ebraismo al cristianesimo, quella che la malattia in sé sia la punizione di una colpa, come nel caso di Giobbe. Una prova d’amore che Dio infligge al suo eletto. Ecco perché, come hanno notato alcuni rabbini, nel Talmud di Babilonia, occorre una certa compiacenza particolare del soggetto affinché si installi la malattia. La compiacenza del soggetto Giobbe è per l’appunto quella che la pena sia inflitta per amore, ovvero che egli abbia un rapporto diretto con Dio. Ecco perché non si tratta di liberarsi dalla malattia, oppure dal super-io che lascia soffrire o dal sub-io che lascia godere: ecco perché il prigioniero non può liberarsi lui stesso dalla prigione. Il dissolvimento della prigione richiede l’instaurazione del padre, prossima alla questione che Lacan pone come funzione paterna, e allora il male avere si dissipa poiché è proprio l’avere che viene sospeso con il nome, che introduce il non dell’avere.

Il possesso di tutti i beni terresti è la malattia infantile del discorso capitalista.


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19.05.2017