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Godete!

Giancarlo Calciolari
(1.01.2010)

L’approccio di Alain Cochet e di Gilles Herlédan, Jouissez ! C’est capital (Éditions du Sextant, Paris 2008, pp. 112, € 16,00) conduce a considerare che il soggetto contemporaneo è alienato per dei processi che sembrano molto seducenti, rispetto alla questione del godimento, confinata a come godere degli oggetti. Questo processo di alienazione risulta dalla congiunzione del discorso della scienza e di quello del capitalismo, di cui una delle manifestazioni più palpabili è la pressione di consumazione senza tregua degli oggetti ma anche degli altri e di se stessi.

La congiunzione di due discorsi è ancora algebra del discorso (che richiede la geometria come programma esecutivo), per l’aver rinunciato alla scienza della parola per la parola senza scienza. La chiacchiera.

L’albero degli oggetti sostituti è l’albero genealogico, fallico, l’albero del potere, l’albero della conoscenza del bene e del male. Gli oggetti copie, fantasmi, non sono l’oggetto, il sembiante; alludono all’immaginazione dei fenomeni.

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Christiane Apprieux, "Questo non è un girasole", dettaglio, 2009, tecnica mista su pannello

Alain Cochet e Gilles Herlédan annotano come la biologia e l’economia s’impongano sempre di più nella psichiatria e nel settore medico-sociale creando nuove nosografie, che hanno per effetto la prescrizione di prodotti che sono supposti adatti a questi nuovi orizzonti e l’apertura di nuovi mercati.

In effetti si tratta di un’operazione in atto in ogni settore e strato della società. Non solo la pseudo medicina e la pseudo psichiatria (resta difficile reperire la psichiatria non pseudo), ma la pseudo cultura, la pseudo arte e la pseudo scienza.
La lettura in questo caso dovrebbe rivolgersi al modo della creazione delle genealogie di potere, in breve al fallo, non come diagramma della nominazione, ma come protesi invisibile di dio fatto a immagine dell’uomo.

La sovrapposizione del fallo all’oggetto è la croce e la delizia degli umani in fuga dalla parola. In tal senso, gli autori dicono che “il soggetto s’immola sull’altare dell’oggetto”. Da intendere qui come oggetto dell’oggetto (della pulsione). Che cosa acquista il consumatore al mercato? I biglietti di partecipazione alla lotteria falllica; e così vince sempre il fallo-uroboro, il Leviatan, che divora i suoi algebristi e i suoi geometristi.

Tolto il padre, c’è il padre superiore e il padre inferiore, il padre-padrone e il padre umiliato, anche di Paul Claudel. Entrambi sono fatti a immagine del soggetto delegante. Così non è il popolo che vuole assomigliare ai suoi governanti, ma sono i governanti che sono fatti a immagine e somiglianza del popolo. Per questo il loro destino è circolare. Scambiano l’arco euforico per la loro riuscita. E sulla freccia disforica si stende il manto del silenzio organizzato. Chi volesse aprire il dossier potrebbe occuparsi dei suicidi della casta.

Il comportamentismo e il cognitivismo regnanti nelle università sono briciole della fenomenologia del fallo. E in certe giornate primaverili, al declinare di un acquazzone, pare di vederlo in una fantasmagoria di colori.

Le obiezioni degli autori al pensiero egemonico nel campo psy si rivolgono al tentativo, per altro impossibile, di programmare gli umani sino alla loro trasparenza. A questo proposito lasciano che il malinteso sovverta il programma. Un modo per dire che la pista è data dal sintomo, che ovviamente in nome della scienza dovrebbe essere estirpato. E l’odio dell’umanità ipotizzato per gli estirpatori non è altro che una briciola del discorso della morte.

Gli autori distinguono tra il discorso scientifico e il discorso della scienza. E precisano qualcosa intorno al discorso del capitalista. Si tratta di una analisi che trae la sua forza, la sua origine, dalla elaborazione di Jacques Lacan dei quattro discorsi.

I quattro discorsi formalizzati da Lacan sono: il discorso del padrone, il discorso dell’isterica, il discorso dell’università e il discorso dell’analista. Ci sono poi quattro posti in cui si situano quattro matemi. Per un totale di sedici combinazioni. I posti rimangono fissi, ma a rotazione uno dei matemi può prendere un posto o l’altro. Abbiamo così quattro discorsi enunciati da Lacan e altri due proposti da Alain Cochet e da Gilles Herlédan. Restato altri dieci discorsi ipotetici da esplorare, sarebbero una buona prova di scrittura letteraria.

La constatazione dell’importanza del discorso della scienza, che chiamandolo discorso della tecnica apre anche all’analisi portata avanti da Martin Heidegger e dai suoi epigoni, in connessione anche con l’analisi di Pierre Legendre, abbiamo l’importanza del management, nella gestione della vita. Come se la vita potesse essere gestita dal discorso manageriale, che non è altro che una escrescenza del discorso scientifico, o della “tecnica”.

Il sapere del discorso scientifico, del discorso della scienza, come lo chiamano gli autori, è messo in prima posizione ed è quel che funziona come legge. Deve essere appunto la posizione della legge: è quel che è messo in posizione della legge per ciascun soggetto. Questo porta alla sfilata degli oggetti come sostituti dell’oggetto della pulsione, che da Freud ad oggi ha avuto modo di precisarsi in mille modi, e quindi l’accaparramento degli oggetti e il godimento che si trae da ciascun oggetto, pur rimandando al godimento ideale di partecipazione all’ordine genealogico. Di questo si tratta (potremmo leggere in vari modi questo contributo), e questo sarebbe il determinismo economico libidinale di questa epoca, che ognuno presume “nostra”.

Quella operata con i discorsi è per un verso un’esplorazione della logica di quattro più due fantasmi, il fantasma dell’isterica, il fantasma dell’università, il fantasma del padrone, il fantasma dello psicanalista, il fantasma della scienza e il fantasma del capitalismo. Fantasmi di padronanza e di controllo della vita. E per altro verso si tratta dell’algebra del discorso, che è la stessa cosa di dire del discorso come algebra. Il discorso è effetto e come tale non può essere preso come causa. Non è che il discorso non esista, il discorso sono gli effetti di senso, di sapere e di verità di ciascuna esperienza, in una a logica che non è fondamentale ma è singolare. Solo la logica singolare non è fondamentale. Tutte le logiche presunte universali sono appunto paranoia, che Lacan chiama anche “ordine rotatorio”.

La struttura dei discorsi di Lacan esige che ci sia un significante padrone (signifiant maître), poiché si tratta di quattro variazioni algebriche e falliche. Invece ciascun significante è sovrano, non padrone. E non si tratta del sovrano di Carl Schmitt.

Cochet e Herlédan esplorano i fantasmi che emergono dalla pratica politica, prendendo esempi dal totalitarismo, dalla democrazia, e dalla perversione politica (è il caso del maresciallo Pétain) si precisano molti dettagli, come nella lettura della battaglia, il kampf di Adolf Hitler, in cui si precisa come l’allucinazione, il sogno ad occhi aperti di salvare la Germania abbia condotto alla sua disfatta (la Germania e Hitler). La salvezza della salvezza è sempre una disfatta, è sempre nefasta. L’unica salvezza non è del soggetto, non è collettiva, è il ritorno del rimosso, ovvero il funzionamento stesso della rimozione, il funzionamento del nome, il funzionamento dello zero, il funzionamento del padre. Questo implica l’impossibilità di un modello sociale o personale dello zero, del padre.

È in quanto pittore della domenica che Hitler smette di dipingere per dedicarsi alla politica feriale con i suoi fasti e nefasti festivi. Possiamo dire che è perché ha proseguito a fare l’uomo della domenica che ha fatto quel che ha disfatto. Ha cambiato di modello sociale, rimanendo nella modellistica sociale. Oggi possiamo chiederci quale sia questo modello rispetto all’attuale. Siamo precisi: se elementi che vengono da altri settori come la psicanalisi permettono di chiarire in un paragone il caso del nazismo (e dell’hitlerismo come apice del nazismo), allora è il caso di ricomparare tale acquisizione con quel che accade oggi per trarne ulteriori elementi di lettura.

Hitler scrive come qualsiasi giornalista moderno. Non c’è nessuna sorpresa, non c’è una rivoluzione intellettuale nel testo, non inventa nulla, acchiappa qualsiasi cosa per far contento il pubblico, che lo mantiene come tiranno. Anche questo aspetto andrebbe ulteriormente precisato: ovvero il popolo che crea un tiranno per abbatterlo ed essere governato da uno peggiore, ogni volta.

Le scuole attuali di giornalismo insegnano a scrivere come dettatori. Le università neanche ci provano, non insegnano a scrivere. Quando uno studente universitario si trova confrontato alla scrittura della tesi di laurea, a parte coloro che se la comprano da un’altra facoltà, è l’unica volta che si pone la questione di come scrivere, quando invece si tratta della scrittura di vita in un ciascun istante.

Dall’analisi del caso Hitler, noi traiamo la seguente considerazione: l’idea del padre non c’è. Il padre è inimmaginabile. L’idea è operatore e non idea di qualcosa o di qualcuno. Se il padre è immaginabile, allora il figlio esegue l’ordine che gli viene dall’immagine del padre, che non è altro che la sua idea non analizzata e prestata alla sua creatura chiamata dio superiore, per togliere la responsabilità al presunto soggetto esecutore. Questo detto rispetto alla missione di Hitler, che risulta paradigmatica in Eichmann, il presunto esecutore innocente, che peraltro si dichiarava colpevole solo dinanzi a Dio, ossia al suo dio.

Il gaio discorso, e non il gaio sapere di Nietzsche, da opporre ai discorsi grigi del management degli umani, annuncia la scienza della parola, da distinguere dalla scienza del discorso che è sempre il discorso come causa, dove se non c’è un significante padrone ce n’è sempre uno “facente funzione”. È questa anche l’ipotesi di Jacques Alain Miller, citata dagli autori, da sempre in carriera in una gestione e management di una chiesa psicanalitica lacaniana speculare a quella freudiana.

Quando gli autori si chiedono come concepire la funzione della catena ripetitiva che s’instaura come un ordine costrittivo per il soggetto, sono a un passo dal mettere in discussione il termine stesso di “discorso”.

Gli oggetti sostituti immaginari, che oggi gli umani trovano nel loro grande carrello della spesa, sono copie del sembiante. Non sembianti d’oggetto, perché il sembiante è oggetto. Tra gli oggetti sostituti gli autori enumerano anche il potere.
Occorre distinguere, come nel Genesi, tra albero della vita e albero della conoscenza del bene e del male. L’albero degli oggetti sostituti è l’albero del potere, l’albero delle genealogie, l’albero della gnosi. Non è quasi mai teorizzato l’albero della vita, l’albero dell’oggetto insostituibile, l’albero dell’intelligenza, l’albero della scienza. L’albero del malinteso, dell’equivoco, della menzogna. L’albero che non ha l’ombra dinanzi.

Il vuoto o lo spalancamento (béance) fondamentale a cui far fronte con un pieno di oggetti prodotti dal sistema è tale solo nel tentativo di togliere lo zero e la funzione vuota. Il vuoto con il suo orrore non c’è in natura, ma solo come derivato per il tentativo di negare il patrimonio e la radice intellettuale.

La questione della mancanza, del vuoto fondamentale, non intende la questione dell’apertura e dell’approdo.

Gli autori non escludono che il soggetto possa disporre di una “nuova latitudine” rispetto al quadro del proprio fantasma, quello che per Lacan era la traversata dei fantasmi. E rispetto alla tematica dell’opera, Cochet e Herlédan indicano nella traversata della fantasmatica dei discorsi del capitalista e della scienza il modo di dissolvere il fascino dell’imperativo del superio: godete! Senza la lettura della pseudo logica dei fantasmi (o logica mondana), gli stampi fantasmatici pronti all’uso continuano a formattare le marionette sociali (e le marionette asociali sono solo un caso interno al teatro delle marionette, come i presunti burattinai).

Cochet e Herlédan indicano come non ci sia fantasma che singolare e come il tessuto sociale non sia mai un fantasma condiviso. E questa acquisizione apre altre piste future di lettura.

La ripresa dei tre trattamenti del vuoto con la sublimazione (arte, religione, discorso della scienza), nella clinica della parola di Lacan, permettono anche di intendere che il “vuoto” sia una tematica lacaniana che non possa avere altre elaborazioni. Un signifiant maître du lacanisme.

Il trattamento del vuoto, anche quello di riempirlo con tutti gli oggetti di consumazione, non è altro che algebra dello zero. Il che è impossibile. Ossia è un puro o impuro fantasma.

Con la certezza, la supposizione e il saper fare come modalità di rapporto con il godimento, Cochet e Herlédan esplorano l’algebra della politica. Se noi operiamo una trasferenza significante della loro esplorazione, ossia impieghiamo la gezera chava del Midrash (l’arte ebraica della lettura), all’attuale pianeta politico italiano, siamo in grado di produrre le migliori analisi politiche che mai siano state prodotte.

Comparare la lettura della perversione politica del Maresciallo Pétain, con quella del’attualel capo del governo italiano, permette di intendere quanto questa politica sia mutuata proprio su questo modello di sistematica del godimento, di come la dettatura, la cittadella chiusa, e la promessa di godimento futuro, sapendo quel che vuole il popolo, sia l’elemento da prendere in considerazione.
L’algebra del popolo è fatta dai tiranni per mantenerlo popolo. Gruppo, gregge, insieme animale, popolo bue, appunto.

Un altro aspetto che può sembrare minore è che questo libro è scritto non solo con alcuni presupposti della teoria di Lacan, ma anche con una lettura di scritti che in una buona parte, oppure in mala parte, appartengono all’area di un certo lacanismo, che si rifà alla gestione dell’eredità del genero di Lacan. C’è un’aria di apertura in questo libro e si può leggere, come abbiamo fatto, senza la presunzione che sia un’opera di cappella, che altri non dovrebbe prendere in considerazione perché appartenente a un’altra cappella. È quello che ha fatto l’interesse della nostra lettura che aveva già incontrato uno dei due autori, Alain Cochet, in due suoi libri dedicati alla topologia di Lacan.

La tesi di Cochet e Herlédan è che il soggetto cerca negli “oggetti comuni”, manufatti, manipolabili, di dare corpo al solo oggetto che, perché manca strutturalmente, interessa il suo desiderio.

“Tutto accade come se l’oggetto tecnico, la protesi, e gli altri sostituti dell’oggetto dell’“oggetto a”, preparasse il soggetto a entrare egli stesso come oggetto sulla scena del Grande Mercato”.

Il supplemento, il supplire, la sostituzione, sono nel discorso occidentale, il discorso della morte, quello che ha già smarrito la vita e per questo vive di supplementi.

L’oggetto è lo “stato” e nulla gli sta sotto. L’oggetto è l’insostituibile. Gli umani lo sfiorano con l’impossibile percezione dell’abietto, dell’immondo e dell’aberrante.
L’esempio degli autori è l’angoscia, che irrompe nel campo della rappresentazione. L’angoscia, la paura. Il panico, lo spavento, l’orrore, il terrore. Anche paura dell’abiezione, dell’immondazione, dell’aberrazione. Che sono le pratiche più correnti della politica. Modi differenti di credere a babbo Natale.
In effetti credere al super-io vale credere a babbo Natale. Non si tratta quindi di andare contro l’imperativo del godimento, ma di leggere le fantasmatiche affinché quel che ha da dissolversi si dissolva e resti l’originario. Anche nel caso del buco, della mancanza, del vuoto, che imperversano nei testi che si rifanno all’insegnamento di Lacan.

Alcune parole non vengono più di elaborate come la questione del super-io in Freud. Diciamo che il super-io possiamo sdoppiarlo dal sub-io, e non abbiamo altro che i delegati superiore e inferiore, creati dal delegante, il presunto soggetto, soggetto solo al fatto di dovere delegare, come schiavo per paura, per la difficoltà della vita, per lo spavento. Schiavo che decide senza sapere di decidere di delegare a un delegato superiore o a un delegato inferiore, in alcuni casi, a seconda della credenza nella predestinazione al bene o nella predestinazione al male, ed è questo che porta la presunzione del discorso della scienza.

Gli autori distinguono tra il discorso scientifico e il discorso della scienza, in cui la scienza è messa in posizione di referenza assoluta, ossia al posto di Dio, con le distruzioni che se ne seguono. E i distruttori sono i portatori delle varie ideologie che presumono di poter dare il label alla nascita della scienza, la scienza moderna.

C’è non solo dar distinguere tra il discorso scientifico e il discorso della scienza. Ma tra discorso e parola, e tra discorso scientifico, discorso della scienza e scienza della parola, senza più il discorso come causa. Non la scienza della parola come questa sorta di super logica o di metascienza fondamentale, che farebbe piacere alla paranoia filosofica e alla paranoia matematica, quindi non una scienza come logica in cui nelle premesse logiche sia chiusa la conclusione e quindi il metalogico che garantisce il funzionamento del sistema, come padre esterno alla filiazione genealogica, come sovrano che decide nella situazione di emergenza, che governa. Semmai è in questione la scienza della parola, ovvero di quel taglio originario, quel “scio” che c’è nella scienza, sino all’approdo alla qualità, al non nascondimento delle cose. Questa è la nostra lettura della verità, e quindi Dio è operatore e non è quel meta-dio, superiore o inferiore, maggiore o minore, che non è altro che quello che viene chiamato super-io, che in alcune strutture è un sub-io. Il sub-io è quello che spinge a godere (anche nel caso di Lucignolo), mentre il super-io è quello che spinge a soffrire.

Non esiste nessuna delle due immagini dell’io. Sorgono queste figure come sentinelle del tentativo impossibile di svellere il nome. Il nome del nome, come nome del dio superiore, come nome del dio inferiore, in nome del quale operare, senza Dio, ovvero agendo l’idea, il proprio fantasma.

La pretesa dell’essere umano moderno di ridurre il reale con il controllo e la padronanza della scienza lo lascia tuttavia disimparato dinanzi agli scacchi patenti che subisce in questa impresa. A noi sembra che la pretesa dell’essere umano moderno sia quella di ridurre il reale alla genealogia, all’ordine del potere, alla falloforia. I contrappassi e i contrattempi nascono dall’impossibilità di applicare la pseudovita rispetto al fatto di vivere. Il desiderio emana da un buco nella struttura e per questo si troverebbe là giustificata la nozione di Jacques Lacan.

Questa struttura sarebbe la struttura della genealogia fallica sociale. Rispetto a questa genealogia il desiderio risulterebbe un buco. In effetti la causa di desiderio è punto di sottrazione, punto di fuga. Rispetto alla punto di fuga, la società propone la fuga senza punto, ciascuno in fuga dalla vera vita, accettando la prescrizione sociale di un desiderio, vero imperativo di godimento, che potrebbe essere totalmente colmato per l’abbondanza dei beni di consumazione. Umani, circolate, producete, comprate, vendete, e circolate ancora e sempre. Rispetto al alla causa di verità, punto vuoto, al punto di astrazione, la società si ritrova con il principio dell’estrazione sociale, dei ceti, delle caste (che non sono una prerogativa dell’India), e con il suo aspetto di impero del senso comune. E l’altra faccia dell’operazione genealogica è che tolto il punto il vuoto governa, anche la teoria lacaniana, in cui risulta impossibile distinguere tra il legame genealogico e il legame come apertura (l’inesistenza del rapporto sessuale va in questa direzione).

Quando nella conclusione Cochet e Herlédan auspicano l’apporto psicanalitico di un nuovo legame sociale, il rischio è quello di ripristinare la genealogia, il discorso occidentale, che hanno appena contribuito a dissolvere. Involuzione che troviamo anche nel testo di Legendre. Discorso occidentale che è anche dato dalla padronanza e dal controllo degli umani con i tre principi di Aristotele.

Il legame non va senza slegame. Questo è il fallo non fallico. E la cosiddetta dimensione di mancanza (anche come negativa del fallo) è ciò che resta da fare e non è mai intrapreso. Questo è anche il modo di leggere altrimenti i quattro discorsi di Lacan e i due di Cochet e di Herlédan, non solo come algebra del discorso della morte, con qualche sua sfaccettatura.

Di certo il discorso della scienza è un’ideologia della piena soddisfazione del soggetto, ossia lo tiene nella presunta mancanza, quando invece si tratta di eccedenza, anche quella di scommettere su un progetto e un programma di vita che gli stessi autori hanno definito come improgrammabili.

Cochet e Herlédan identificano il sintomo come metodo dell’itinerario di vita, ma ancora come supplenza (suppléance), che per Lacan traduce il sintomo come godimento sostitutivo in Freud, mentre è in ballo l’originario. Semmai è il godimento personale e le modalità di godimento sociali a essere sostitutive. E per la psicanalisi lo sono.

Il sintomo è il metodo della scienza della parola.

Ecco la bella lezione di Cochet e di Herlédan: “il sintomo è giustamente ciò che rinvia a una verità singolare, sovversiva e dissidente per rapporto all’universalizzazione e alle norme prescritte dei discorsi. […] Il sintomo stesso, malgrado il superio che spinge alla collettivizzazione, è ciascuna volta particolare. È questa singolarità che ci garantisce contro i rischi di un restingimento del legame sociale intorno alle figure del totalitarismo”. Lezione che non ha nulla a che fare con l’aria del tempo.




Giancarlo Calciolari, direttore di Transfinito.eu


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19.05.2017