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Gérard Haddad, "Le donne e l’alcool"

Giancarlo Calciolari
(17.10.2010)

Il libro di Gérard Haddad, Les femmes et l’alcool (Grasset, 2009, pp. 134,12 €) narra le storie di quattro donne che hanno avuto problemi con l’alcool. Il libro è narrativo, clinico, offre i risvolti della vita, in particolare nell’aspetto delle relazioni familiari in connessione con la logica dei fantasmi. Gérard Haddad comincia col distinguere l’alcool al maschile dall’alcool al femminile, poiché vari sono stati gli approcci che hanno voluto fare dell’alcoolismo al femminile un riflesso o una derivazione di quello maschile.

Rifacendosi all’esperienza e alla teoria di Freud, dove l’Edipo al maschile e al femminile non sono per nulla simmetrici, in ciascun caso singolari, Haddad comincia la narrazione dei casi, senza precludersi la sorpresa a causa di un partito preso teorico. L’autore privilegia la clinica non la metapsicologia, non ha bisogno di fare riferimenti ai vari studi psicanalitici, che sono stati fatti sinora, dalle poche annotazioni di Freud ai lavori di Ferenczi, sino a colleghi e amici di Lacan, come François Perrier; e questo modo di affrontare la questione offre l’esca di una leggibilità che permette a chi voglia intendere qualcosa dell’alcool al femminile, di capire alcuni elementi che sono per l’appunto quelli dell’esperienza di Gérard Haddad come psicanalista.

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Christiane Apprieux, "Nodus linguæ", 2007

Non tralascia Gérard Haddad alcune annotazioni sociologiche, come lo statuto della vergogna. Vergogna che è enunciata anche dalla chi è alle prese col problema dell’alcoolismo al femminile, vergogna attribuita dalla società. Cercando nei libri antichi troviamo proprio dei riferimenti precisi sulla questione della donna ubriaca, come in Ovidio: “È spettacolo indecente una donna che giace ubriaca fradicia: quella è degna di subire qualsiasi amplesso”. Subire l’amplesso è lo stupro.

Emerge dalla clinica di Gérard Haddad una questione che tocca il sacro della vita, tocca l’aspetto femminile del sacro che ha anche a che fare con la vita umana, nella sua trasmissione, non tanto la sua riproducibilità animale, ma il proseguimento dell’itinerario dell’umanità che tocca il simbolo, la cultura, la religione, l’etica. Si tratta di uno statuto che non è mutuato su quello animale. Gérard Haddad dice che solo quando è attaccato il nodo di sacralità della donna, che ha che fare con la maternità, allora c’è la reazione a questo attacco con l’alcool, e lo qualifica come una forma di suicidio lento.

Il discorso occidentale, vaticinato da Aristotele a Legendre, è il discorso della morte,che è il discorso della guerra, è il discorso dell’omicidio, anche quando la mano è levata contro di sé, come nel caso del suicidio. Sì, è proprio così, in risposta all’attacco contro la vita sacra, la nuda vita, come la chiama Agamben, non c’è la battaglia intellettuale di vita ma il lasciarsi andare. La liquidazione della vita.

Riprendendo anche l’alcool al maschile, che aveva già analizzato in una delle sue prime opere, Mangiare il libro, dove c’è il caso di Malcom Lowry, che ha scritto il romanzo Sotto il vulcano, e il caso di un’opera di Henrik Ibsen, Hedda Gabler, dove la questione si pone rispetto alla paternità, la sua non assunzione, Gérard Haddad parla di non accesso, e la risposta è l’alcool in alcuni casi e la psicosi in altri casi.

L’alcoolismo tenta della liquidazione impossibile del nome, dello zero, del padre. Non che ci sia un modo per accedere alla funzione, o per assumerla; ma il non sottrarsi all’itinerario di vita, all’inconscio nel suo aspetto di gioco e di invenzione, ha come aspetto l’instaurazione dello zero, nel nome, del padre, e questa instaurazione nella sua funzionalità è l’accesso. Cominciando è l’accesso. Il cominciare è l’accesso, senza cominciamento, nessun accesso.

I casi narrati da Gérard Haddad vanno dagli anni ’80 ai nostri giorni, e quindi ci troviamo anche con casi dove intervengono questioni molto più aggrovigliate, rispetto alla questione del padre, della paternità, del figlio, della trasmissione; grovigli come “il cambio di sesso” che non interrogano a livello etico. Che una donna si faccia operare, si faccia togliere il seno, e si trasformi pian piano nell’apparenza come un uomo, con una protesi mezza sintetica e mezza di carne umana e possa avere una figlia dalla moglie che si lascia fecondare dal seme del fratello di lui (lei), di modo che la figlia assomigli a lui (lei) è oggi eroticamente corretto.

Se non è chiaro per chi può giocare d’anticipo, per esperienza, su tali questioni, l’alcoolismo non riguarda né il padre che era una donna, né la madre che si è sposata una ex donna. L’acoolismo in questo caso riguarda la figlia così bella e così perfetta di questa famiglia borghese modello.

Il risultato della psicanalisi in questo caso è stato quello promosso dal “bricoleur” Lacan, ancora prima che il bricolage riguardi Gérard Haddad, che lo assume con leggerezza (e su suo invito riguarda ciascuno che si occupi di psicanalisi), poiché l’ intervento non è ideale, non è salvifico, non è topologicamente perfetto, e così c’è stato una sorta di convivere con il sintomo, che seppur possiamo considerare uno scacco teorico, non lo è clinicamente. La giovane in questione rischia ancora di vivere una vita irripetibile, e quindi anche bella.

Che cosa spetterebbe a questa giovane per analizzare più a fondo il proprio caso? Il caso nella sua unicità è difficile per ciascuno, basta pensare ai vari contraccolpi e contrappassi che hanno punteggiato la vita degli stessi psicanalisti, e in particolare la conclusione di alcuni di loro, non escluso il geniale Jacques Lacan e l’inventore Sigmund Freud.
L’aspetto più importante di questi casi è dato dal proseguimento dell’analisi, là dove c’è stato, e là dove c’è stato più provvisoriamente, o per meno tempo. Ovvero la posta in gioco dell’intervento dello psicanalista, detto nel modo narrativo semplice di Gérard Haddad, è quello di non ostacolare (sarebbe contro il controtransfert negativo) che una parola sia presa in una lettura, che altrimenti non ci sarebbe mai stata, e non ci sarebbe mai stata nemmeno l’occasione in altro modo. E la lettura va con l’articolazione dei fantasmi e con la loro vanificazione: l’aspetto clinico è che la rappresentazione di alcuni sintomi si dissolve. Altri la chiama guarigione.

Le obiezioni leggere, diremmo oggi, di Gérard Haddad ad alcuni aspetti del laicismo, che sta a al bordo dei casi di cui narra, è quello per esempio dell’aborto facile, dell’aborto provocato, s’intende, che viene impiegato come se fosse un atto immediatamente assumibile nella sua simbolicità. Invece in più di uno di questi casi si riscontra come la questione non analizzata (come attacco contro la donna per l’aspetto della maternità) abbia poi trovato come contrappasso l’alcoolismo.

Il libro è più importante per quello che non dice teoricamente, e quindi per l’aspetto di percorso clinico, che lascia un punto di identificazione (per cominciare l’analisi) a chi si trovi toccato dalla questione. L’alcoolismo può sospendersi e anche dissolversi, nell’analisi che non lo accetta più come soluzione.

Il maestro Jacques Lacan è citato, anche come maestro; e proprio secondo l’indicazione di Lacan, che chi lo cita rischia d’inventare (mentre chi si è formato con lui e omette il suo nome non fa e farà altro che girare in tondo) la clinica di Gérard Haddad approda a una qualità inedita. Anche per noi che abbiamo letto le perle dell’analisi dell’alcoolismo, tra le quali la testimonianza di Massimo Meschini (Per una clinica della parola).

Nei seminari tenuti per la formazione di psicanalisti e non per chiunque si presentasse, anche con curiosità intellettuali e non semplicemente pseudo intellettuali, Lacan che non risparmiava nessun aspetto nella sua metapsicologia, diceva che quando qualcuno comincia un’analisi non gli teneva una lezione di teoria ma ascoltava. Questo ascolto è quel che caratterizza l’esperienza clinica di Gérard Haddad ed è quel che fa sì che qualche cosa di essenziale intorno alla questione della paternità e della maternità sia messo in rilievo rispetto all’alcoolismo.

Che tipo di vite sono in ballo con i quattro casi delle donne di cui parla Gérard Haddad? Si tratta di vite dove non emerge una ricerca culturale, una ricerca artistica, una ricerca scientifica. Ci sono timidi approcci all’imprenditoria, e le curiosità culturali e artistiche sono confinate alla visita di musei, a qualche film, a qualche libro. Ma così la vita è solo sfiorata.

Diciamo questo nel senso che se la vita è ricalcata su un binario sociale diritto che all’infinito è un cerchio, dove il punto d’arrivo si doppierà sul punto di partenza, e la circolazione sociale sarà soddisfatta, è chiaro che non possono che esserci dei contrappassi, dei contropiedi, dei contraccolpi, dei sintomi, dei lapsus, delle sbadataggini, e quant’altro.
Qual è della natura del sintomo, qual è il suo statuto nella vita: è una formazione dell’inconscio, è una formazione della vita, nulla di parallelo, ovvero di fronte al tentativo di incarnare un parallelismo della vita, una pseudo logica di vita, una vita in autentica, il sintomo emerge come originario, ed è il soddisfacimento del sintomo il godimento originario, così pervicace. L’attività sessuale del sintomo, l’ha chiamata Freud.
Certamente, Gérard Haddad non intende in modo biologico, in modo animale, la riproduzione umana, ma c’è qualcosa nella riproduzione (il termine è da leggere e da rileggere ancora) della specie che fa questione, che emerge anche con il sintomo dell’alcoolismo, e che riguarda la paternità e la maternità, che non sono tra di loro simmetrici e che non sono risolvibili nell’assunzione personale della funzione. Il sogno di simmetria è peraltro inseguito sia da l’algebra del maschile che dall’algebra del femminile, che spronano l’assunzione o il rifiuto della funzione.

Annotiamo che il sintomo è originario, quindi a nulla vale toglierlo, estirparlo, ridurlo, cancellarlo; in ciascun caso di alcoolismo come in ciascun caso di un’altra emergenza di un sintomo, il sintomo è il metodo e la via del cammino terapeutico, il sintomo è quanto di più vicino alla questione di vita autentica ci sia.

Quindi occorre che di quel caso di alcoolismo si dipani la matassa di una storia, tra la fiaba e la saga, sino all’approdo tra progetto e programma di vita, dove quel che viene ritenuto la chiusura, la predestinazione familiare, ma anche la predestinazione sociale, divenga l’ipotiposi dell’apertura, il modo stesso dell’apertura, la famiglia come traccia, la famiglia come apertura, non come predestinazione, come chiusura. Nessun punto di approdo si doppierà mai sul partenza, il viaggio non è circolare. Quando Gérard Haddad dice che con il nazismo, i campi di sterminio e la shoah si è toccato un elemento essenziale della riproduzione della specie, che comporta che alcuni, in un tessuto culturale generale, rifiutino la paternità per non riprodurre questa specie che ha provocato anche il genocidio degli ebrei, è una risposta a una presunta predestinazione sociale (anche la tecnica come compimento della metafisica, secondo Heidegger), come se ci fosse un automatismo che ha portato lì e non scelte di umani, un palinsesto di scelte, di cultura e di altre istanze che ha portato all’uccisione in massa, industriale, di umani.

Precisiamo quindi che la maternità non è un destino biologico della donna, non è in tal senso che parla della questione della maternità, e della paternità, Gérard Haddad. Che la questione sia toccata da una negazione a livello radicale è quel che Gérard Haddad riscontra nei casi di alcoolismo femminile, e anche nei casi alcoolismo al maschile. Noi riscontriamo che la fantasia di accesso, di partecipazione all’algebra della vita, di modificazioni di livello nella piramide sociale della genealogia, che è la stessa cosa a cui stiamo accennando, porta anche l’alcoolismo come scacco interno all’algebra piramidale e alla sua esibizione geometrica a ogni livello e a ogni scalino del triangolo sia spirituale che materiale, da Marx a Kandinskij. Risposta a questo scacco, ma che mantiene la questione della necessità intellettuale di elaborare la genealogia, il fallicismo, la falloforia, che è solo sociale. La genealogia è il tentativo impossibile di instaurare quel che non c’è di originario, ovvero la copia sull’originario, ossia il nome del nome. Ma non è che ci sia il nome del nome, l’accesso dell’accesso, l’accesso genealogico. La funzione di nome è la funzione di accesso. Il bellissimo racconto di Kafka, Davanti alla legge, è l’ipotiposi di tale questione: noi possiamo rimanere davanti alla porta della nostra vita, ossia possiamo rimanere nella paralisi dell’apertura, ovvero nella trasformazione dell’apertura in chiusura, ritenere che questa porta che è la nostra porta sia una porta chiusa, come nella poesia di Giuseppe Piccoli, Chiusa poesia della chiusa porta, che non a caso ha comportato l’omicidio suicidio da parte di Giuseppe, e quindi il non entrare o il non uscire mai. Ma l’accesso riguarda ciascuno.

Cominciando, nel cominciando c’è l’accesso. Ma se per qualsiasi fantasia, ovvero per qualsiasi tabù del fare, per qualsiasi ipotesi che ci sia un “non” del fare, un non poter fare questo o un non poter fare quello, tra progetto e programma di vita, non tra progetto e programma sociali di vita, allora non c’è più la prevedibilità circolare del caso, ma qualche cosa si instaura, e dall’apertura, dalla famiglia come traccia, qualche cosa può accadere di inedito. È anche il caso, di Ilse che non è esclusa dalla vita, benché i familiari abbiano fatto un pateracchio, un patchwork, un miscuglio alchemico di genetica impossibile, ma per business ritenuta socialmente possibile.

Per intendere la questione dell’apertura, riprendiamo una risposta particolare dello psicanalista Jean-Jacques Moscovitz, che rispetto alla questione dell’interrogazione eventuale dei bambini nati in provetta, che in futuro potrebbero chiedersi ragione di questa decisione, ha risposto che la questione è piuttosto dei figli non nati da provetta e che si chiedono se per caso non siano nati da provetta. È anche la favola del figlio scambiato, di Pirandello, e la favola di ognuno che pensi di essere nato nella famiglia sbagliata, nella genealogia sbagliata, e che quindi il suo destino sarebbe stato migliore o più bello provenendo da una famiglia principesca. È anche il caso dell’alcolista senza alcool Louis Althusser (per citare a suo proposito una teorizzazione di Agostino), che avrebbe voluto portare il nome dei nonni materni, ossia della madre, e non il nome del padre. Questa curiosa fantasia l’ha portata sino a uccidere la moglie, Hélène Rytman, e a cercare di passare ugualmente per innocente. E pur evitando il tribunale, non poteva che vivere recluso in un appartamento, e sotto il campanello c’era il nome della madre, Berger.

Tra i casi che riprende Gérard Haddad c’è anche quello della scrittrice Marguerite Duras, e a questo proposito annota come l’aborto e le altre vicende che hanno toccato la sua infanzia, e che l’hanno portata ad essere il resto del desiderio dell’Altro, hanno trovato una via difficile, che solo provvisoriamente ha sospeso la questione dell’alcoolismo proprio con la scrittura. Le opere letterarie sono state la guarigione provvisoria di Marguerite Duras. Haddad riprende anche la connessione tra scrittura e alcoolismo, libro e alcoolismo, mangiare il libro e non liquidare il libro. E potremmo anche dire: bere il libro, perché il mangiare e il bere sono secondo la vita, secondo il dispositivo da inventare. La metafora di mangiare il libro, che Haddad legge in Ezechiele, è l’asse portante dell’opera citata Mangiare il libro.

Quando termina l’alcoolismo? Termina ciascuna volta in cui l’itinerario di vita autentica riprende e prosegue; e in tal senso non c’è il destino delle donne a figliare, occorre che di questa presunta funzione (diciamo presunta perché non è biologica, non è sociale) sia ciascuna donna a deciderne. Decisione insoggettuale. Il soggetto – caro all’ideologia francese - sarebbe infatti e ancora l’ipostasi del desiderio sociale della manipolazione degli umani, della manipolazione genetica per guadagnare, e nessuno, nemmeno nessun comitato di etica sociale costituita dagli accademici e dai baroni di tutti i saperi presunti sulla maternità può sindacare il progetto e il programma di vita della donna in questione.

Una donna si lascia andare in solitudine, nascondendosi, perché stata profanata nella sua funzione simbolica nel processo della procreazione. Questa frase è una ripresa di elaborazione di Jacques Lacan. Questa profanazione ha per agente, il più frequente, l’uomo in cui la donna aveva dato la sua fede e che lei amava. Questo tipo di profanazione va al di là di ogni affare privato. Questa profanazione costituisce un attentato al concetto di specie umana, di cui la distruzione ritira dalla vita ogni ragione di prolungarsi.

L’invito è a leggere in ciascun caso di “alcool al femminile” rispetto alla maternità e alla “riproduzione”, in modo che se la fabbrica degli umani ha lavorato per produrre le marionette sociali, quella marionetta sociale che con l’alcoolismo ha trovato l’unico modo per porre la questione di verità e la questione di vita autentica trovi anche le condizioni per elaborare e per vanificare la rappresentazione del sintomo, lasciando appunto, a posteriori, che non si sia trattato altro che del metodo e dell’itinerario di una logica particolare.

Non si tratta peraltro di uscire dal destino familiare, che è il modo per starci dentro, per incarnarlo, ma di dissolvere il presunto destino familiare, la presunta equazione familiare, il presunto algoritmo familiare, e di incamminarsi nell’itinerario che procede dalla famiglia come traccia, come apertura e non come chiusura.

Secondo Gérard Haddad noi non siamo altro che ai primi passi delle manipolazioni deliranti della sfera sacra della riproduzione della specie. La moderna biologia in parte realizza il sogno nazista. Fra le varie esperienze che si muovono attorno a questo statuto un posto particolare è dato al genocidio degli ebrei. L’ossessione di questo ricordo, la sua inflazione nelle nostre produzioni culturali, scrive Gérard Haddad, risultano dalla nostra difficoltà di delimitare precisamente la zona attuale della nostra ferita e la sua non cicatrizzazione. Questa zona, ripetiamolo un’ultima volta, è precisamente quella delle funzioni simboliche che regolano la riproduzione della specie. E i campi di concentrazione e di sterminio insieme hanno portato un colpo fatale a queste funzioni. La chiusa del libro di Gérard Haddad è questa: dal tempo del nostro antenato Noè abbiamo preso l’abitudine di annegare nelle bevande incandescenti il nostro orrore di esistere.

Per noi si tratta di intendere che cosa fanno gli uomini e che cosa fanno le donne della rimozione, della funzione di zero, della funzione di nome, della funzione di padre. Non si tratta quindi tanto di un soggetto che accede alla funzione simbolica ma dell’accesso che è dato dal funzionamento di questa funzione, che più che simbolica è funzione di rimozione. Il simbolo è il resto della funzione di rimozione.
Rispetto a Lacan che spronava a ingoiare il rospo, l’indicazione di Gérard Haddad di mangiare il libro, con tutta l’impossibilità reale di farlo, indica il cammino percorso, lontano dalle impasse del lacanismo, che non legge Lacan.

Gérard Haddad misura il differente approccio tra i ricercatori e l’opinione comune, quella delle grandi collere per la manipolazione dei geni della mais, e nessuno che si rivolti davanti alla profanazione del recinto sacro che sono la paternità e la maternità. Oggi il transessualismo, il cambiamento di sesso, che sono una chimera, sono ritenuti una questione normale, disponibile all’acquisto sui banconi dei supermercati. Lo ripete, Gérard Haddad: è la distruzione del patto sacro che è insopportabile per una donna e che la conduce all’alcool, una forma latente di suicidio.

Quando Gérard Haddad dice che per l’uomo è la sua impotenza a issarsi sino alla paternità, indica appunto come non ci sia accesso dell’accesso, come l’instaurazione del cominciamento non sia personale né sociale, eppure si pone. L’atto di mangiare il libro, scrive Gérard Haddad, ha per equivalenza un altro atto, quello di mangiare il fuoco, di bruciare la propria bocca per accedere al simbolico della parola. È quello che è arrivato a Mosè bambino, da qui la sua difficoltà a parlare, è stata anche l’esperienza inaugurale di Isaia e di Geremia. Chi non si brucia la bocca, chi ha la bocca standard, non è che abbia avuto accesso al simbolico della parola, ma al sistema simbolistico, fallico, e nulla accade per questa bocca che non è bruciata.

Mangiare libro come ipotiposi della rimozione. Quando è questione di accesso dell’accesso allora una libbra di carne occorre per pagare la paternità, che è in questo caso nel nome del nome.
Ecco la questione che sembra richiedere la risposta geometrica, dell’esecuzione con la sbornia alcolica. Perché riprodursi in un mondo in cui il fiume della disgrazia ha sommerso le sue rive? E si può anche rispondere: perché la ripetizione riguarda l’inidentico, quello che non è mai accaduto.

Nella nostra biblioteca, nel nostro archivio, nella nostra trousse, diceva un altro Jacques (Derrida), c’è la Bibbia, Dante, Machiavelli, Giordano Bruno, Freud, Cantor, e tanti altri la cui lista non è una enumerazione, e in questa corte antica noi incontriamo anche Gérard Haddad e lo ringraziamo per questo.





Gérard Haddad è nato a Tunisi nel 1940, ingegnere agronomo, poi medico e psichiatra, si è formato con Jacques Lacan, che incontra nel 1969. Questa avventura dura dodici anni, ovvero sino alla scomparsa di Jacques Lacan. Nel corso della sua analisi intervengono delle notevoli trasformazioni: da marxista, ateo, si confronta - sollecitato dallo stesso Lacan - con la tradizione ebraica della sua famiglia. La forza della religione e dell’ebraismo come istanza intellettuale emergono, e la sua ricerca si svolge da allora lungo il filo della lettura incrociata del giudaismo e della psicanalisi.


Bibliografia di Gérard Haddad


L’Enfant illégitime : Sources talmudiques de la psychanalys, Hachette, 1981.

Manger le livre, Grasset, 1984.

Les Biblioclastes, Grasset, 1990.

Les Folies millénaristes, Grasset, 1990.

• (avec Antonietta Haddad) Freud en Italie : Psychanalyse du voyage, Albin Michel, 1994.
Traduzione italiana : Freud in Italia. La psicoanalisi è nata in Italia, Xenia, 1996.
Lacan et le judaïsme, Descléee de Brouwer, 1996.

Maïmonide, Belles-Lettres, 1998.

• (con Didier Sicard) Hippocrate et le Scanner, Descléee de Brouwer, 1999.

Le jour où Lacan m’a adopté, Grasset & Fasquelle, 2002.

• (con Hechmi Dhaoui) Musulmans contre l’Islam ?, Cerf, 2006.

Le péché originel de la psychanalyse, Seuil, 2007.


Giancarlo Calciolari, direttore di Transfinito.eu



20 dicembre 2009


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