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Politica dell’astrazione

Giancarlo Calciolari
(3.12.2009)

“Politica dell’astrazione” è il titolo di una esposizione d’arte di Christiane Apprieux e di Alberta Marchi a Soave, Verona, nella chiesa dei Padri domenicani, che si è tenuta nell’agosto del 2009.

Pittura astratta quella di Christiane Apprieux e una pittura astratta e figurativa quella di Alberta Marchi. I termini di astratto e di figurativo sono convenzionali. L’astratto non è senza figura e la figura non è senza astrazione, ma anche impiegandoli in modo convenzionale, diciamo appunto che si tratta di una pittura che sottolinea la questione dell’astrazione. La non figurabilità delle cose, la non significabilità è veicolata dall’astrazione. Quel che la modernità, la civiltà, la politica devono all’astrazione. Titolo provocatorio rispetto a una cittadina che più che dell’astratto vive dell’estrazione del succo d’uva e della relativa vinificazione.

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Opera di Christiane Apprieux

A leggere le classifiche dei libri più venduti e a leggere i libri più venduti, best seller letti da milioni di persone, guardando i film italiani, europei, indiani, asiatici, giapponesi, sembrerebbe che ci sia un evitamento, più che un rifiuto, della questione della teoria e della questione dell’astrazione. Il sapere saputo dalle moltitudini, dalle maggioranze come dalle minoranze, appare come consolidato, statico, chiaramente istituzionale, e la cosa vale oggi molto di più per il laicismo trionfante che per il cattolicesimo, che non si può dire quanto meno teoricamente ancora trionfante.

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Opera di Alberta Marchi

Certamente possiamo andare a leggere, e in parte l’abbiamo fatto, l’opera del papa Benedetto XVI e riscontrare la novità teologica, quant’anche fosse il ribadire una verità canonica classica per la Chiesa stessa.

Oggi la questione è piuttosto il laicismo, l’ateismo, dove pare, questo è il bla-bla, che la tecnica stia al posto di Dio, è una tecnica divina, che diviene il demiurgo del male, da Heidegger ai vari epigoni, mentre si tratta dell’idolo, semplicemente, che non ha l’esistenza in sé, è il catafalco, chiamato tecnica, a immagine e somiglianza dell’uomo tecnico del discorso scientifico. Per quanto appaia una battaglia tra giganti, tra il bene e il male, anche tra il cartesianesimo e l’heideggerismo, entrambi operano una delega rispetto all’essenziale. E il delegato superiore, come il delegato inferiore, è fatto a immagine e somiglianza del delegante. I deleganti che Legendre ha chiamato gli scomunicanti. Per gli scomunicanti nessuna politica dell’astrazione. Questa è l’inquisizione, che teme l’astrazione del contadino, che senza magistero legge senza protezione, senza padronanza né controllo, la Bibbia.

Le società occidentali e orientali non si distinguono nel governo delle oligarchie, sebbene il Dio dell’oligarchia americana sia differente dal Dio dell’Arabia Saudita o dell’Iraq, o sia differente dall’ateismo nel suo abbraccio, nel suo sincretismo con il confucianesimo in Cina.

Si tratta di estrazione, di estrazione sociale, che si trova santificata nell’estrazione delle lotterie, che sono fatte per perdere e far ingrassare il fallicismo vincente. Fallicismo che non evita contrattempi, contraccolpi e contrappassi, e vive nella politica dell’estrazione sociale in cui anche la distinzione è sociale. Lo stigma stigmatizza i buoni dai cattivi, gli alti dai bassi, il vero dal falso.

La rinuncia alla teoria, alla metapsicologia, che Freud ha chiamato la strega, senza la quale non si fa un passo, e non parla solo del ricercatore, parla di ciascuno, senza abduzione, senza abuso linguistico, senza la trasposizione, senza la trasformazione, senza il transfinito, ogni elemento può diventare categoriale o categorializzato, istituzionale, statico: con certa determinata, completa e consistente significazione.

Rispetto al vivere in provincia, senza più provincialismo, restituendo ciascun villaggio al viaggio nelle galassie, una mostra d’arte, qualificata come astratta, offre un contributo alla civiltà, immenso, decisamente superiore al contributo della vendita di cento milioni di ettolitri di vino bianco di Soave. E la visita alla mostra, tra gli altri di alcuni amici, di alcuni ricercatori nel campo dell’arte, è la visita di una serie di armate artistiche, culturali e scientifiche, la cui forza è maggiore di quella degli stock di armamenti nucleari nel pianeta. Giacché quel che li tiene inservibili è un granello di poesia, le cui particelle elementari non riusciamo a misura con determinazione, e non possiamo anche in questo caso, che procedere per astrazione e ipotizzare che siano della stessa natura delle particelle elementari astratte delle opere di Christiane Apprieux e di Alberta Marchi.

In questo caso, lungo questo filo che si dipana dal lavoro di queste due artiste, il titolo politica dell’astrazione, non è né ironico, né provocatorio, non è neanche metaforico, è letterale, fatto della stessa materia qui incorso di scrittura.

Quando le cose sono fatte per guadagnarsi la posizione sociale, dal cappello del cuoco al sigaro del grand gourmet, la politica dell’astrazione è preclusa, e l’estrazione ha un effetto circolare, che per quanto il ceto, la casta, sia presunta superiore, in realtà viene vissuta come condanna. In tutt’altro modo, la politica dell’estrazione sociale, personale e collettiva, è il sistema della protesta virile e dell’invidia del pene, queste due specifiche della logica del fallo, che in qualto politica dell’estrazione è una pseudologica. La logica della vita lascia il fallo ai suoi trasportatori e ai suoi trasportati.

La politica dell’astrazione è la politica dell’irrinunciabile, dell’improcastinabile, di quel che ciascuno narra per parabole.

La nostra lettura: le opere di Christiane Apprieux e di Alberta Marchi come parabole.



Giancarlo Calciolari, direttore di Transfinito.eu


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19.05.2017