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Duve Karen, "La più pallida idea"

Marina Monego
(22.11.2009)

Un cane suona alla porta e parla. Una donna-piovra si affeziona alla scalcinata protagonista di uno dei nove racconti di questa raccolta. Ci sono anche l’uomo-criceto e la donna-baccalà, sembrano personaggi delle favole, ma quelle della Duve non hanno l’innocenza dell’infanzia, sono favole nere, ironiche e sorprendenti.

Protagoniste sono le donne, in genere giovani, piuttosto stravaganti, sostanzialmente emarginate, non integrate in una normalità né lavorativa, né sentimentale, donne poco appariscenti e poco piacenti che si muovono in uno stato di perenne apatia, una sorta di indifferenza sentimentale a tutto quello che le circonda.

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Opera di Christiane Apprieux

Spesso fuggono, scappano di casa (oppure si ritrovano in strada, come la protagonista del primo racconto, cui un incendio distrugge l’appartamento) e da rapporti famigliari opprimenti, da sorelle di cui ricambiano l’odio, da genitori che pensano solo al denaro, alla necessità di un lavoro, preferibilmente impiegatizio, per le figlie.

Forse non è un caso se le protagoniste sono pressate dalla cronica carestia di contante e, quando trovano un lavoro, si svolge spesso in un ufficio delle imposte, dove si controllano le finanze altrui. Di sicuro è un’attività che non amano, infatti preferiscono lasciarlo per vivere in precarietà, alla meno peggio.
Sono donne molto sole, con difficoltà croniche a socializzare e a farsi accettare, non hanno amici, vagano per Amburgo o per altre località. Hanno rapporti, incontri, ma niente pare colpirle in profondità, a tutto sembrano abituate, indifferenti. Talvolta sballano con la droga, ma neanche quella sembra scuoterle del tutto, hanno bisogno di dosi potenti per sentire qualcosa.

Il sesso è una ginnastica, quasi un incidente di percorso cui incorrono quando s’incrociano con individui diversi da loro. I personaggi maschili non si possono dire uomini a pieno titolo, sono troppo poco significativi, incapaci, squallidi, addirittura oggetti (gli spogliarellisti di un racconto). L’obiettivo della scrittrice è tutto per le protagoniste, ai maschi riserva le attenzioni che si possono dare a strani animali fastidiosi.

“Tentò di baciarmi. Girai la testa dall’altra parte e risi”. (p.110)

La sensazione è che tutto questo distacco – “Mi piace quando c’è un vetro tra me e le cose” – riveli un senso di profondo disagio, di desolazione, di vuoto.

“Se non tengo conto dell’ultima settimana, la mia vita è stata completamente priva di eventi”. (p.7)

Spesso vi sono riferimenti a un’infanzia segnata dell’emarginazione e dalle prese in giro dei compagni, dalla solitudine. Il racconto “Le calze” prende proprio spunto da una vicenda infantile.

Il presente è di solito scialbo, fatto di una vita insoddisfacente e piatta, più subita che vissuta.

“Ma il presente è sempre breve e poco dopo è già passato. Di fatto, il presente è come un macina caffé: sopra ci versi il futuro, e da sotto esce fuori il passato”. (p.55)

Queste donne soffrono tutte di un male esistenziale strisciante, nonostante l’ironia della narrazione, che stempera la tensione e fa leggere i racconti con curiosità e interesse.

La narratrice nel racconto eponimo osserva: “Per me era già anche troppo essere, non volevo addirittura diventare qualcosa.” (p.83) e infatti
“Vedevo il futuro come l’ennesimo avversario che ce l’aveva con me”. (p.91).

C’è la paura di una routine quotidiana cui non si reggerebbe: meglio la fuga (verso sud magari), il trasloco o addirittura mettersi on the road come nell’ultimo racconto, “L’indiano”. In uno scenario opposto a quello iniziale – in Europa, al freddo, sotto una gigantesca coltre di neve, qui in Arizona, un caldo torrido – avviene l’incontro con un misterioso indiano (che sia un’apparizione?) e poi via, con un camionista di passaggio incontro al niente.

Una nota di merito al traduttore Simone Buttazzi che ci ha permesso di leggere la Duve e all’estetica e grafica del libro, ben curato.


EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Karen Duve è nata ad Amburgo nel 1961 e vive in campagna con un bulldog, due polli e un mulo. I suoi libri sono tradotti in 14 lingue.

Karen Duve, “La più pallida idea”, Comma 22 Editore, Bologna, luglio 2009. Traduzione e postfazione di Simone Buttazzi.

Titolo originale: Keine Ahnung. Erzählungen.

In Lankelot: Duve Karen - La più pallida idea di angelamigliore

Marina Monego, ottobre 2009


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11.05.2017