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A proposito del libro di Giorgio Agamben " L’uomo e l’animale"

L’uomo e l’animale senza più ontologia

Giancarlo Calciolari

Dalla constatazione di Agamben che "l’umanizzazione integrale dell’animale coincide con una animalizzazione integrale dell’uomo" comincia un’altra elaborazione della statuto dell’uomo e dello statuto dell’animale, senza più debiti con l’ontologia.

(15.05.2002)

Giorgio Agamben nel libro L’aperto. L’uomo e l’animale (Bollati Boringhieri, Torino 2002, pp. 99, € 11,00) s’interroga sullo statuto dell’uomo e sullo statuto dell’animale, e lo fa sulla retta via che va dall’animale politico di Aristotele all’animale uomo di Darwin, ossia l’uomo della vita parallela, quello che all’esperienza e alla scrittura della parola sostituisce l’incognita e il logos.

La gnosi infatti viaggia asintodicamente alla vita, così vicina che pare di poterla afferrare, attuando la sostituzione completa tra la pseudo vita e la vita assoluta. La noia profonda - come esempio di un tratto fondamentale dell’uomo di cui si occupa la filosofia - appartiene alla vita parallela, quella dei Buffoni di Alberto Lecco, che rispondono oggi ai Demoni di Dostoevskij.

Il poeta, poetando, non incontra mai la noia, che è sempre mortale e appartiene all’animale finito. L’intellettuale non conosce la noia: Machiavelli, leggendo e scrivendo, si "sdimentica" perfino della fame.

Matteo Ruffo, "Senza titolo"

Insomma, in una distanza infinita dal primo postfilosofo, Martin Heidegger, e quindi dalla vita parallela al primo filosofo, è impossibile trovarsi "in una insulsa stazione di una sperduta ferrovia secondaria".

Kafka aveva provato ad abitarla, nella Ferrovia di Kalda, trovando l’impossibilità di ciò che è ritenuto secondario e incontrando nel contingente la stazione originaria. Non la stazione primaria, nella quale credono i primati uomini.
Ciascuna stazione è originaria, quando s’inserisce nel nostro progetto e nel nostro programma di vita.

Il dio del paganesimo e della gnosi non è dio come operatore. Dio che siede e gioca col Leviatano è un dio antropomorfo e zoomorfo, come nella blasfemia. E l’uomo come animale politico è fatto a immagine e somiglianza del dio animale.

L’altra faccia dell’antropogenesi, dell’ominizzazione cara al discorso sull’uomo, meglio noto come antropologia, è l’animalizzazione. E pesce grosso mangia pesce piccolo, e quindi la soppressione dell’Altro sarebbe naturale. Infatti l’uomo come incognita include l’uccisione dell’uomo per carpirne il segreto, sino all’apoteosi del principio del terzo escluso nei campi di sterminio.

E così l’animalismo è propaggine dell’ominismo, ossia dell’idea che l’uomo sia una bestia. Homo homini lupus? Ha ragione Hobbes? E i lupi sarebbero degli uomini giustificati e giustizianti una massa di pecoroni, nemmeno degni d’essere chiamati uomini dagli stessi lupi.

Da anni Giorgio Agamben lavora nell’intervallo tra la vita parallela e la vera vita. Ma l’intervallo procede dal due e non è tra due vite. L’intervallo sta nella corda dell’adiacenza tra lo zero e l’uno.

Tra la faccia del parricidio e la faccia della sessualità l’intervallo sta nella superficie come squarcio e procede dal due come combinazione di corpo e scena. Senza animalizzazioni o ominizzazioni del corpo e della scena. Ovvero, senza gnosi.

Giorgio Agamben si trova a esplorare i paradossi della filosofia, come si trova a fare ciascun filosofo, in quanto intellettuale, libero dal dovere pagare dazi al discorso filosofico stesso. Infatti chi paga i dazi si ritrova animalizzato, magari professore di filosofia, ma nel modo di pappagallo di Eraclito, di Platone... invero lontano dal testo greco, erigendo un animale totemico e tabuico a immagine e somiglianza del filosofo imitato, ossia dato per morto.

Agamben cita, come esempio, Furio Jesi e l’esoterismo come modalità di non-conoscenza. Non a caso - altra citazione - appartiene allo gnostico Basilide la "grande ignoranza"che Dio distenderà affinché ogni creatura resti nella sua condizione naturale, e nessuno desideri come un pesce che voglia pascolare con le pecore. Zoologia impossibile, per l’appunto.

Per questo la categoria suprema dell’ontologia di Heidegger si chiama: lasciar essere. E l’uomo che si lascia essere si trova nello statuto di figlio dell’animale, figlio del totem e del tabù. Totem con baffoni o baffetti. L’ontologia è una zoologia, dove ogni pesce vuole, può, deve e sa pascolare con le pecore.

L’animale anfibologico è figura del due, dell’apertura, e non del mondo che si tiene aperto, se non come zoo ventiquattro ore su ventiquattro. L’altra faccia della notte salva è il sole ventiquattr’ore.

Ecco allora l’esplorazione di Giorgio Agamben dei paradossi della gnosi, promovendo un "al di là del conoscere e del non conoscere". Infatti, quando s’instaura la scienza della parola, quando in principio era il verbo, non c’è più gnosi, non c’è più algebra della vita.

L’uomo non è un risultato algebrico, non è riducibile alla mirabile "macchina antropologica" così precisamente indagata da Agamben. "C’è forse ancora un modo in cui dei viventi possono sedersi al banchetto messianico dei giusti senza assumere un compito storico e senza far funzionare la macchina antropologica". Dal banchetto messianico al simposio platonico solo un soffio congiunge e separa dal banchetto intellettuale.

Dire, come fa Agamben, "senza far funzionare la macchina antropologica" comporta l’astinenza, ossia una variabile della teorematica negativa, che si pone come orizzonte la stessa macchina, amata e odiata. La teorematica? Eccola: non c’è più macchina antropologica perché non c’è mai stata, se non come sogno del logos. Idea dell’idea, che rimane sempre fantasma, operatore.

Il discorso sull’uomo non raggiunge l’uomo. Il quadrato non raggiunge il cerchio, il continuo non raggiunge il discreto, l’animale non raggiunge l’uomo... Quindi non c’è più il vuoto centrale, lo iato che separa - nell’uomo - l’uomo e l’animale: c’è il punto vuoto e la funzione vuota. Non la sospensione della sospensione, perché nulla pende sull’uomo! Lo statuto dell’uomo non dipende dall’essere o dall’avere.

I giusti con la testa di animale, figura dalla quale trae le mosse la ricerca di Giorgio Agamben in questo libro, è un animale anfibologico, come l’idiota intelligente o l’intelligente idiota.

Segnatamente, è animale anfibologico anche la "figura della ’grande ignoranza’ che lascia essere l’uno e l’altro [l’uomo e l’animale] fuori dall’essere, salvi nel loro essere propriamente insalvabili".

Quindi il mysterium coniunctionis non ha prodotto l’uomo come figlio, ma ha creato la genealogia filiale, ossia il figlio che cognito o incognito è una fregatura per sé e per gli altri. E così "l’inaudito approfondimento del mistero pratico-politico della separazione" potrà giungere sulle vette o sugli abissi della genealogia e del suo colmo, la non-genealogia, senza mai imbattersi nell’uomo, nel figlio ingenealogico, ossia che non procede da mamma e papà, che non è figlio di Eva e di Adamo, che non è simile o dissimile da loro, ma è fatto a immagine e somiglianza di Dio e non dell’idolo. Non c’è più vitello d’oro. A questo è arrivato Sant’Agostino quando dice che il Figlio procede dal Padre e dallo Spirito.

La relazione è giuntura e separazione, senza mistero e senza segreto, che appartengono al poliziesco e all’erotismo, al nero-giallo del crimine e al bianco-sangue dell’incesto, al totem e al tabù, ovvero alla negazione del parricidio e alla negazione della sessualità. Infatti l’animale politico, se esistesse, avrebbe da sempre ucciso Laio e fatto all’amore con Giocasta. Nessuna traccia di Maria all’orizzonte.

E non basta astenersi dal complesso, occorre affrontare la complessità. In questo caso quei testi non filosofici che hanno affrontato la questione dell’uomo: da Sant’Agostino a Freud. Senza cercare di acclimatare filosoficamente i termini della psicanalisi, come ha cercato di fare Gilles Deleuze che, non a caso, parlava del "divenire animale".

Certamente, nonostante non esista la continuità o la cesura tra l’umano e l’animale, e tra l’umano e il non umano, la società convenzionale fa come se ci fosse. In tal senso ha ragione Giorgio Agamben quando parla dei campi di sterminio come effetto della decisione della cesura tra umano e non umano. Tale decisione è un modo dell’applicazione del principio del terzo escluso.

E quindi l’ipotesi stessa della cesura e della continuità è razzista. La nomenclatura è l’istituzione in atto della cesura, al punto che i suoi membri sono acefali, senza cervello intellettuale, ma così pseudo intellettuale da sembrare più intellettuale dell’intellettuale non riconosciuto come tale, ovviamente, dalla nomenclatura stessa. D’altronde, come potrebbe il cervello convenzionale accorgersi del cervello intellettuale?

Heidegger con dasein inventa il termine per "uomo" come originario e non come secondario. Infatti l’uomo secondario e convenzionale se esistesse ne avrebbe preso il posto. E fonda una ontologia dell’uomo. Lo statuto dell’uomo sarebbe connesso all’essere, quando invece è connesso al non dell’essere, alla funzione di significante, di uno, come funzione di resistenza.

Se il dasein è l’ente che esiste nella forma del poter essere - secondo Giorgio Agamben lettore di Martin Heidegger - allora si tratta del personaggio uomo. La filosofia di Heidegger è una teatrologia del personaggio in cerca di autore.

Antropogenesi del personaggio uomo: "Il divenire da-sein del vivente uomo". Infatti, il divenire senza progetto e senza programma è già preda dell’animalizzazione.
"L’antropogenesi è ciò che risulta dalla cesura e dall’articolazione fra l’umano e l’animale".

Ovvero se l’antropogenesi risulta dalla cesura, è la stessa cesura a essere originaria; e chi decide della cesura decide la creazione stessa dell’uomo, che in questo caso sarebbe una marionetta in mano ai decisori. Quest’uomo è creato a uso della nomenclatura acefala che crea l’uomo a propria immagine e somiglianza: ecco perché tutti gli uomini sono, oltre che mortali, perfettamente idioti.

Agamben esplora la formulazione paradossale di Aristotele, quella di "animale politico". Il paganesimo cerca di definire l’uomo a partire dall’animale. Il paganesimo parte dall’animale, e non può che arrivare al dio animale, imbestialito. Gli dei dell’Olimpo, infatti, vanno spesso in bestia, come gli umani. Il paganesimo parte dall’impossibile blasfemia, dal dio bestia: impossibile perché dio non è il nome di dio.

La questione di quando l’animale diventa uomo e anche quella di quando l’uomo ridiventa animale - come nei discorsi sulla barbarie - appartengono alla gnosi, al paganesimo. E la mitica frase "conosci te stesso", in quanto "essere", ma anche in quanto animale, o in quanto essere per la morte, implica come orizzonte la morte, che è quella dell’animale mortale del sillogismo di Aristotele.
Lo statuto dell’uomo, del figlio, dà un’altra portata alla logica e alla politica di vita, anche del vivente, micro o macro organismi che siano.

Metá phýsis non come quel metá che compie e custodisce il superamento della phýsis, ma come un teorema: non c’è più la fisica gnostica e neanche la metafisica come superamento gnostico della fisica.

La vita è una logica e una politica, lungi dalla fisica e dalla metafisica, senza macro né micro fisica del potere.
Per Agamben "l’aperto non è che un afferramento del non-aperto animale". Eppure l’apertura è senza ferro e non è un teorema, come potrebbe essere la formulazione "non c’è più non-aperto animale".

L’apertura è senza ontologia.
L’animale della filosofia è sempre fantastico. È animale totemico e tabuico, ossia dedito al crimine e all’erotismo. L’animale di fantasia - anche l’animale e l’animale uomo presuntamente noti al filosofo - è anfibologico. Impossibile figura del due.

L’apertura non è dischiusura né dell’essere né dell’animale. L’uomo che sospende la sua animalità la riafferra per eliminare il terzo, supposto subuomo.
Per l’epoca Martin Heidegger è l’animale di fantasia di molti filosofi: è il nome totemico che permette(rebbe) al filosofo di non essere smarrito.

Il "mondo" di Heidegger - e non solo - è l’insieme di tutti gli insiemi. È il sogno della logica senza la politica, senza l’industria del fare.

"La politica occidentale è, cioè, cooriginariamente biopolitica". Politica dell’animale politico. Si tratta, in altri termini di thanatopolitica. Infatti, se la vita non è una logica e una politica, tra progetto e programma, in un itinerario artistico, culturale e scientifico, non resta che sopravvivere nel bestiario sociale.

"Macchina antropologica". La macchina non ha nulla di antropologico, è inconscia, nel senso che sfugge all’umano come soggetto. Se esistesse, la metamacchina sarebbe antropologica.

"Il compimento delle destinazioni epocali dell’essere" è quello dei luoghi comuni, delle genealogie sociali, di chi nasce rotondo e non può morire quadrato.. L’epoca è il luogo comune. Altra cosa è l’era intellettuale. Allora la macchina antropologica, epocale, gira sempre a vuoto. Il paganesimo gira sempre a vuoto. Il paganesimo gira. Circolarizza. Nel cerchio trova la sua figura. E il suo destino epocale ritrova sempre il punto di partenza come punto di arrivo. A questo proposito, Heidegger è arrivato a dire che "l’essere è circolare".

L’uomo post-storico, prima post-moderno e oggi new age, appartiene all’algebra, alla gnosi dell’uomo. È figura del figlio non ammesso. Che altro è il figlio di una coppia discendente dalla scimmia? A immagine della bestia.
Infatti, l’uomo, il pastore dell’essere, si appropria del suo lete, della sua animalità come puro abbandono, come se l’abbandono, il distacco, non fondassero l’animale isolato da dio.

L’uomo in quanto animale sarebbe stato abbandonato. Ma l’abbandono non è del soggetto, tanto meno del soggetto alla morte; l’abbandono rimane una proprietà dell’oggetto. Solo in tal senso, l’uomo viene dallo stracielo, senza essere spinto da una mano invisibile, ossia senza forgiarsi con le proprie mani il cerchio magico e ipnotico.

La restituzione del testo è altra cosa dalla restitutio in integrum intellettuale, della nuda vita di ciascuno nella sua dignitas. Il testo greco - la lezione greca di vita - è ancora da restituire.

E la vita non è nuda né vestita
Ma lo sbocco non risiede in "qualcosa per cui pare non abbiamo nomi e che non è più né animale né uomo, s’insedia fra natura e umanità, si tiene nella relazione dominata, nella notte salva". Al punto che la relazione come inconciliabile non potrà che mostrarsi nella disfatta del giorno dopo.

E sempre al logos come ricordo di copertura del mito appartiene "il geroglifico di una nuova in-umanità", che risulta lontano dalla cifra dell’uomo, e dall’humanitas che si instaura con l’ammissione del figlio.

Agamben trova una via di sbocco postulando "uno stadio superiore, al di là tanto della natura che della conoscenza, del velamento che dello svelamento". Questo stadio superiore, come la trasversalità di Deleuze e Guattari, come la diagonalizzazione dello stesso Agamben in altri testi, è la terza via dell’algebra, che mantiene intatto il postulato del terzo escluso, a vantaggio delle coorti di inclusi.

Come avviene l’elusione dell’opera di Freud? Per Heidegger, alla base del biologismo del diciannovesimo secolo e della psicanalisi è all’opera la dimenticanza dell’essere. La cui ultima conseguenza è "una mostruosa antropomorfizzazione dell’animale... e una corrispondente animalizzazione dell’uomo".

Invece: la memoria e la dimenticanza dell’essere e tutte le combinazioni algebriche di questi tre segni [memoria, dimenticanza, essere] hanno una mostruosa antropomorfizzazione dell’animale e una corrispondente animalizzazione dell’uomo come prerogativa della loro presupposta onticità e della loro ontologia sostanziale e mentale.

Ovvero la pseudopsicanalisi creata da Heidegger ha gli attributi del logos, e quindi dell’animale politico, che Heidegger non è in grado di ammettere intellettualmente come proprietà della sua postfilosofia. La mostruosità non consegue alla dimenticanza dell’essere e ne costituisce semmai un attributo originale.

E la vita parallela dell’originale non raggiunge mai la vera vita dell’originario. Mostruosità che per altro c’è anche nella memoria dell’essere, poiché è su questa presunta memoria che Heidegger ha aderito al nazismo.

Per quanto la filosofia si pretenda scienza dell’essere, non può che mancarla in quanto filo-sofia, scienza parallela alla sofia data per irraggiungibile. La sapienza non è un deposito di saperi, perché il sapere è un effetto dell’uomo come significante.

L’essere si situa nel bordo non umano. È attributo del significante non preso nella funzione, nel senso che la funzione di resistenza, la funzione di significante è la funzione del (non) essere. L’essere senza ontologia, senza discorso sull’essere.

La funzione di significante, la funzione di figlio. La funzione di nome, la funzione di padre. La funzione di Altro, la funzione di spirito. Queste tre funzioni - funzione di rimozione, funzione di resistenza e funzione temporale - sono eluse dalla filosofia con la sua funzione umana, quella dell’animale politico, tale sarebbe la funzione di morte.

La funzione di uomo, senza più ontologia, è la funzione di non dell’essere, la funzione di ammissione alla struttura della frase, che riguarda ciascuno. Mentre la filosofia attribuisce l’essere ad alcuni figli per escluderlo ad altri figli, e ognuno sarebbe ammesso o escluso dalla metafrase per decisione del comitato dell’essere, del comitato acefalo della macchina antropologica.

E la metafrase e il metasapere amministrati dalle dogane pseudo intellettuali - le stesse che hanno decretato l’inumanità degli ebrei e il loro conseguente sterminio - non sono altro che il coacervo di luoghi comuni che ognuno mostra come scienza personale.

L’essere è cifrema, proprietà, del significante non preso in una funzione. L’avere è cifrema del nome non preso in una funzione.

La funzione di figlio è la funzione di ammissione del significante nella struttura frastica, e non è funzione di attribuzione dell’essere al figlio. Se lo fosse, come postula la filosofia, il figlio ci sarebbe o non ci sarebbe già: avrebbe o non avrebbe accesso alla frase, originariamente. La nozione di non accesso al simbolico come fondante la teoria delle psicosi di Lacan trova qui la sua algebra.

Il figlio ontologico, il dasein, è ammesso a certe condizioni nella metafrase filosofica - quindi non nel verso ma nell’uni-verso. Le condizioni sarebbero dettate dalla nomenclatura acefala, nonché afrastica e asintattica, dal comitato che sull’essere fonda i suoi averi, per un capitalismo senza intelletto.

Tra l’altro, la paratassi della pseudo letteratura delle nomenclature mondiali è ciò che dà la monotonia di ogni libro, l’assenza di ricerca artistica, intellettuale e scientifica.

Per questo sono così interessanti gli anomali, i non più simili al sistema delle somiglianze e dissomiglianze, proprio perché qualche cosa di un itinerario intellettuale s’instaura nei loro testi. Da Sant’Agostino a Verdiglione.
L’alétheia, la verità, è un teorema e non ha un essere conflittuale. E qual’ora, come per Agamben, il paradigma ontologico della verità fosse un conflitto di latenza e di illatenza dell’ente, in realtà si tratta di una figura del due.

E il due non è il conflitto tra due uno. Secondo Agamben il paradigma ontologico della verità in Heidegger è un paradigma politico, poiché la pólis sarebbe il sito in sé raccolto dell’illatenza dell’ente.

Per Agamben "è perché l’uomo avviene essenzialmente nell’apertura a una chiusura, che qualcosa come una pólis e una politica sono possibili". Politica del bestiario. L’apertura a una chiusura è l’aperto della metafrase, quale chiusura e cesura di inclusi ed esclusi.

L’uomo non avviene alla metafrase di tutti: l’uomo si ammette alla frase, alla scrittura frastica dell’esperienza in una logica particolare.
E capita sempre che l’uomo che avviene alla metafrase dica cose comuni, banalissime, come il male. E risulta ancora gnostica l’annotazione del genio filosofico e della sregolatezza politica, oppure quella del filosofo di sinistra che deve tutto al filosofo nazista, tanto per citare Jacques Derrida.

L’uomo non avviene se non nel cerchio del luogo comune, dell’ismo, sia esso nazismo o comunismo. Il cerchio animale, l’animale come cerchio: l’uroboro. Solo così: "L’animale è l’Indischiudibile che l’uomo custodisce e porta come tale alla luce". E la nomenclatura custodisce e amministra la cesura, l’apertura della chiusura. L’apertura a una chiusura è quella alla casella sociale che sarà quadrata o rotonda dall’inizio alla fine della vita dell’animale mortale uomo.

Tale è l’ignobile menzogna del tiranno e della sua comunicazione populista. Per un altro aspetto, l’uomo custode dell’indischiudibile, dell’animale dentro di sé, illustra l’antropogenesi del cancro.

Agamben lascia la questione aperta: "in che senso il tentativo heideggeriano di cogliere ’l’essenza esistente dell’uomo’ sfugge al primato metafisico dell’animalitas?" In nessun senso. Il paganesimo non ammette la struttura della famiglia; la mitologia greca narra incessantemente questa non ammissione. L’ebraismo introduce il padre e la legge e non pare ammettere il figlio. Il cristianesimo ammette il figlio e l’etica, e pare non ammettere l’altro figlio. L’islamismo introduce l’Altro come altro figlio e pare non ammettere il figlio, richiedendone la sottomissione.

Da queste istanze risalta che la clinica della parola - la piega delle cose nella loro logica e nella loro politica - non è riconducibile a una clinica dei padri, a una clinica dei figli, a una clinica dei fratelli. E la clinica della parola è incommensurabile alla clinica del logos, che dalla mitologia stessa risulta un macello e un bordello di umani.
Le cose procedono dal dilemma, dal paradosso, come modo dell’apertura.

Dalla constatazione di Agamben che "l’umanizzazione integrale dell’animale coincide con una animalizzazione integrale dell’uomo" comincia un’altra elaborazione della statuto dell’uomo e dello statuto dell’animale, senza più debiti con l’ontologia.

Giancarlo Calcilari, direttore di "Transfinito".


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23.01.2019