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Segreti della città proibita

Luciano Troisio
(5.04.2010)

Dal 24 ottobre 2009, fino al 9 maggio 2010, si potrà visitare a Treviso nella Casa dei Carraresi, un’eccezionale Esposizione dedicata alla dinastia cinese dei Ming, che regnò dal XIV al XVII secolo (pressappoco da Dante a Galileo).

Titolo della Mostra: I segreti della Città proibita: Matteo Ricci alla corte dei Ming.

Si tratta del terzo segmento di un grandioso programma, voluto dalla felice intuizione del Presidente della Fondazione Cassamarca On. Dino De Poli, in collaborazione con l’Accademia Cinese di Cultura Internazionale di Pechino e con la Fondazione Italia-Cina. Main sponsor della Mostra sono United Color of Benetton e Unicredit Group. L’iniziativa ha l’alto Patronato del Presidente della Repubblica.

La città Proibita di Pechino, favolosa reggia fatta costruire tra il 1406 e il 1421 da Yongle, terzo imperatore Ming, è protagonista di primo piano dell’Esposizione; infatti la si può visitare virtualmente attraverso uno straordinario modellino (in legno di Paulonia o Tiglio Cinese, legno chiaro privo di nodi, emanante un tenue profumo) in scala 1:200; m. 9x4, per un totale di 36 mq. che la riproduce fedelmente in ogni minimo dettaglio. Alla sua realizzazione, esclusiva per la Mostra, hanno lavorato per due anni 14 Maestri ebanisti della Città Proibita, sotto la supervisione di tre architetti.

Gran parte dei quasi 300 reperti provengono dalle collezioni custodite nei palazzi imperiali e nei caveaux blindati, non sono mai usciti dalla Cina; questo grande riconoscimento è stato concesso alla piccola ma ricchissima città di Treviso, presente in Asia con molti famosi industriali, attenti agli affari ma anche alla Cultura del massimo livello, stimatissimi e altamente considerati dai Capi cinesi. (Del resto già il suo degno figlio Giovanni Comisso visitò la Cina negli anni trenta, scrisse affascinanti articoli e libri).

Preziosi gioielli, orecchini di grande modernità, copricapi cerimoniali degli imperatori ma anche delle imperatrici (e delle prime concubine) che lasciano sbalordito anche lo scrivente [il quale ha già visto tali oggetti nelle sedi cinesi, ed è entrato nel 1983 nell’unica tomba Ming aperta per volontà di Mao negli anni cinquanta. È un’escursione credo tuttora quasi obbligatoria per il turista: si visita anche la Via Sacra Ming che porta al complesso delle omonime tombe. Il tutto si trova nell’itinerario per la grande Muraglia.]

Le signore possono ammirare sontuosi abiti di seta originali, la gioielleria è straordinaria. Molte le pietre preziose, di cui la Cina non era affatto ricca e che provenivano dai paesi tributari, dalla Birmania e dal Siam.

I Ming, protagonisti di un vero Rinascimento, sono celebri soprattutto per le loro porcellane bianche e blu. Qui sono esposti pezzi di valore inestimabile. Il più celebre vaso è assicurato per otto milioni di dollari (le spese assicurative sono ingenti).

Pregiate porcellane e aurei oggetti della vita quotidiana della famiglia imperiale nulla hanno a che vedere con gli utensili del popolo minuto. E del popolo minuto di quell’epoca, quasi nulla si sa.
L’appassionato curatore di questa Mostra (e delle precedenti) Adriano Màdaro, illustre sinologo, profondo conoscitore della cultura cinese, unico non cinese a far parte del Consiglio Direttivo Permanente dell’Accademia Cinese, e che ha fatto a tutt’oggi 158 viaggi nel Paese di Mezzo (seriamente: si propone l’Onorificenza del Pendolo d’Oro), tra le altre sue mille scoperte è riuscito a scovare delle statuette che venivano poste nelle tombe; (attenzione: l’Esercito di Terracotta Han di Xian è di quindici secoli più antico; nel frattempo l’uso delle statuette funebri era stato in gran parte dimenticato): ne ha scelto una ventina per l’esposizione, alcune sono equestri, tutte deliziose, e ci danno molte informazioni, anche sui coevi abiti del popolo comune, sui loro copricapi, da cui si può dedurre ad es. che alcuni erano dei letterati.

Se il popolo era semplice e povero, l’imperatore poteva toccare solo oro e giada; già l’argento gli dava fastidio. C’è un catino d’oro di tre chili, ci sono tazze, fermagli per capelli, cinture; c’è anche un cornetto d’oro apotropaico (forse Matteo Ricci ne avrà poi parlato coi confratelli napoletani).

A queste meraviglie si affiancano i dipinti, che sono emozionanti fonti di godimento e di informazione. Alcuni sono anonimi, perché l’imperatore vietava che gli artisti firmassero e diventassero famosi e amati (più di lui). I dipinti provengono dalla Città Proibita e dai musei di Nanchino (sede originaria della dinastia Ming), di Zhenjiang e dell’ Hubei.

Una sezione espone statue d’oro, Buddha tibetani, testimonianze di grande importanza per il conoscitore dell’arte e della storia. Chi ha avuto la fortuna di essere accompagnato da un cicerone d’eccezione come il sinologo e scrittore Adriano Màdaro, ne è rimasto estasiato. Ci sono giade raffinate, quelle chiare dette “grasso di montone”, il cui contatto con la pelle si credeva portasse salutari benefici; e ancora rari mobili finemente intarsiati in oro e madreperla.

Una sezione speciale è dedicata a Matteo Ricci, il famoso gesuita italiano che all’inizio del XVII secolo introdusse a corte le scienze occidentali e contribuì ad avvicinare l’Europa all’Impero cinese. (Un bastione delle mura di Pechino contiene tuttora macchinari e telescopi portati dal gesuita italiano, ammirato dall’imperatore. Non si incontrarono mai, ma si scambiarono i ritratti).

Rarissimi documenti autografi, fitte lettere (una di quattro pagine, che ci mise 4 anni per giungere a destinazione, indirizzata “al molto reverendo Rettore Lelio Passionei, in Modena o dove si ritrovasse”, densa di importanti informazioni di prima mano), antichi testi e ingegnosi meccanismi, sono giunti da Macerata, città natale del famoso missionario (che anni fa fu celebrato dall’Italia anche con un francobollo, il quale viene tuttora usato anche per il folder allestito appositamente, reperibile all’ingresso della Mostra; nota per filatelisti), e dal Museo dell’Astronomia di Roma.

Viene esposto un globo originale e un mappamondo grande un’intera parete, realizzato da Ricci, ovviamente in cinese, con la Cina al centro (il lemma con cui i cinesi tuttora chiamano il loro paese è Zong Quò, letteralmente: Centrale Paese, per cui nelle carte geografiche cinesi, la Cina si trova al centro e l’Europa, piccola e insignificante frastagliata penisola di barbari, all’estrema sinistra. Non hanno come da noi l’America a sinistra: essa è spostata sulla destra, al di là dell’ immenso oceano Pacifico, che fa sprecare molta carta e spazio in più per via del vuoto). Questo mappamondo inestimabile è considerato autentico; in realtà l’autentico è andato perduto, ma di quello era stata fatta un’altra copia che forse è quella esposta. (Corre l’obbligo di precisare che in generale i cinesi non danno molta importanza alla filologia, e non attribuiscono eccessiva differenza tra autentico e rifatto. Inoltre bisogna sottolineare che la Cina ha sempre usato materiali effimeri, il legno, il feltro, che non si conservano nel tempo. Solo i metalli, le giade, le pietre sono rimaste).

In varie sale sono sistemati punti e Display per i bambini e le scolaresche in visita.

Il sontuoso catalogo trilingue (italiano, cinese, inglese), stampato a Treviso, si raccomanda per essere eccellente fonte di ineccepibili immagini, testimonianze destinate a rimanere, illustrate dai brillanti saggi di Adriano Màdaro e Filippo Mignini.

Anche vedere dal vero uno solo di questi reperti merita un viaggio a Treviso.



Luciano Troisio


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30.07.2017