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La vergine e la morte

Antonella Iurilli Duhamel
(25.10.2009)

Solo ciò che hai amato per davvero non ti sarà strappato, ciò che hai amato per intero è la tua vera eredità.

Esdra. Pound


Una delle maggiori virtù dell’arte è la capacità di narrare la vita. Sentiamo spesso dire “l’Arte è ciò che siamo”, ma se l’arte riflette e documenta la vita dobbiamo ammettere che anche la morte è parte del suo contenuto.

Fino al quindicesimo secolo l’arte aveva familiarità con la morte ma progressivamente e di pari passo con l’attitudine culturale generale, è stata ignorata, isolata e relegata a spazi ghettizzati.

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Opera di Antonella Iurilli Duhamel

Spesso nella storia dell’arte la morte è stata simbolizzata da una giovane vergine corteggiata da figure orripilanti, riecheggiando l’antico mito della giovane Proserpina/Persefone, rapita e condotta da Plutone/Ades nel suo regno sotterrano.

Il rimando al rapporto tra Eros e Tanatos è lampante, basti pensare a certi quadri di: Schiele, Eduard Munch, Hans Baldung in questi casi la morte è puntualmente rappresentata da una giovane fanciulla circuita da raccapricianti figure. “La morte che abbraccia una donna” di Kate Kollwitz’” ci illustra una potente espressione di questa dicotomia .

Fra le tante raffigurazioni, quella che preferisco è quella di Klimt, dove la polarità Vita/morte è rappresentata da un intreccio di figure teneramente e calorosamente abbracciate, mentre uno scheletro in agguato veglia il loro sonno sereno.

Le seduzioni della vita appaiono ancor più potenti nei pressi della morte, avviluppate nella sensualità dell’oro e nella sinuosità delle forme e del movimento, queste figure richiamano certi lavori bizantini dove lo sfondo oro nega lo spazio e colloca la figura umana in uno spazio atemporale regalandoci attimi di eternità.



Antonella Iurilli Duhamel


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30.07.2017