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Lettura del rituale del serpente

Aby Warburg. Arte e questione ebraica

Giancarlo Calciolari
(19.01.2011)

Nel 1923 al termine di un ricovero nella casa di cura di Binswanger, a Kreuzlingen in Svizzera, Aby Warburg per dimostrare di essere guarito tenne ai pazienti e ai medici della clinica una conferenza sul rituale del serpente presso gli indiani Pueblo, stabilendo delle connessioni che giungono sino all’uroboro, al serpente che Mosè invitava a innalzare nel deserto, al serpente del Genesi.
Per chi ha una formazione di storia dell’arte, Aby Warburg è stato forse l’autore che più ha influenzato la storia dell’arte del ventesimo secolo. Suo mentore è stato Ernst Gombrich, che gli ha dedicato un libro: Aby Warburg, una biografia intellettuale.

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Opera di Hiko Yoshitaka

Rispetto alla storia dell’arte estetizzante, che tuttora è sponsor della riproduzione di gadgets sociali, porre la radicalità dell’arte come aspetto originario e non secondario di ciascuno è il gesto rivoluzionario di Aby Warburg. Quanto poi a fare dell’icona del serpente una sorta di archetipo è stato il modo di smarrirsi, anche per non aver affrontato e letto la questione ebraica. Il serpente di Mosè è infatti il modo di scavalcare la lezione del Genesi. Abbracciare il paganesimo è il tentativo di non confrontarsi con l’istanza dell’ebraismo.

Ecco in breve e in dettaglio, per rispondere alla conferenza di Aby Warburg che chiede espressamente al lettore di andare oltre al punto in cui lui è arrivato.

Per una presunta malattia mentale di cui non abbiamo reperito i materiali per una prima lettura, e che forse si trovano nel libro che gli ha dedicato Ernst Gombrich, Aby Warburg risulta ospedalizzato più volte, e la volta in questione, in occasione della sua uscita, terrà appunto la conferenza che diventerà nota con il titolo Il rituale del serpente.

Aby Warburg è ospite di Binswanger, noto per la sua analisi esistenziale, dasein-analyse, mutuata dal testo filosofico di Martin Heidegger, che dopo la seconda guerra mondiale pare abbia fatto ricorso agli psichiatri, quando era interdetto all’insegnamento, quando con Schmitt era oggetto di denazificazione. L’autore è in procinto di uscire dalla clinica di Binswanger, clinica per persone agiate, e comunque clinica dell’esorcismo e non clinica della confessione, quindi per una questione psicotica, e tiene questa conferenza al personale della clinica, al suo direttore e ai medici, al personale di servizio. Questa sua conferenza la tiene vent’anni dopo il suo viaggio in America tra le popolazioni Pueblo degli Hopi: il testo breve, il testo denso, il testo onirico può essere una riscrittura come ricordo, come quel ricordo che Freud ha definito di copertura.

La determinazione, la cognizione; e ad ogni piede e ad ogni passo sospinti, Aby Warburg dice di non voler pubblicare il testo tale e quale, e in effetti il testo verrà pubblicato una ventina d’anni dopo: così tra l’esperienza degli indiani e la pubblicazione del testo intercorrono quarant’anni. Warburg trova il suo testo un po’ sintomatico, invece il testo farà strada in questa versione, e la rivista che pubblica l’articolo accenna che si tratta di una conferenza tenuta davanti a un pubblico di non esperti. Si potrebbe quasi dire di non addetti ai lavori.

A parte che la dasein-analyse di Binswanger viene smentita da Heidegger, nei seminari di Zollikon, in Svizzera, dall’amico Medard Boss, dove dice che il dasein di Binswanger non è il dasein di cui parla lui che l’ha inventato, è ancora troppo soggetto cartesiano, è ancora troppo umano nel senso di ontico e non di ontologico fondamentale. Ancora questione di un ente e non dell’essere. Il cogito cartesiano in versione psicanalitica. Il doganiere Heidegger sa bene continuamente spostare i confini tra l’ontico e l’ontologico in modo da richiedere il dazio. Del resto la cosa potrebbe essere credibile perché negli stessi seminari smonta il determinismo freudiano e la sua nozione cardine di inconscio. Non si capisce perché cotanta impresa e cotanta scienza poi dia modo a Heidegger di consegnarsi al dasein degli psichiatri, che di certo appartiene all’ontico e non all’ontologico. Cosa per altro che ripeterà Louis Althusser addirittura con la richiesta di choc elettrici, per tutt’altra storia, ma sempre connessa alla psicosi.

Warburg ritiene come ogni psicotizzante di essere in presa diretta con la materia di vita, di non avere bisogno di nessuna mediazione simbolica perché le parole (in particolare le sue) sono le cose. Accennando alla sostanzialità delle sue cose annuncia la materia. Ogni psicotizzante non ha tutti i torti, anzi la punta della ragione è lì: nella cosiddetta psicosi (di cui la psichiatria non ha nessun termine di lettura) si tratta per l’appunto della psicosi della parola, della materia della parola, non ce n’è un’altra, e per questo è refrattaria a ogni semiotizzazione, in modo particolare a quella semiotizzazione che viene data dal discorso medico, nella variante del discorso psichiatrico e in generale nel discorso psy (comprendendo psichiatria, psicologia, psicoterapia, psicanalisi…).
Qual è la grande verità che nessuna cura psichiatrica, medica, nessuna metachimica e nessuna metafisica potrà togliere alla psicotizzazione del nostro Aby Warburg? È la sensazione che il serpente del rituale sia molto di più di un archetipo junghiano ma l’archetipo assoluto, una legge universale, che può trovare nell’episodio di Mosè, nelle religioni pre-ebraiche, nella gnosi, nella filosofia greca, in ogni popolazione del pianeta. Questa presunta universalità dà il label a una verità inattaccabile, e con questa verità Aby Warburg lancia come pochi, come Cristo, come Paolo, come Leonardo, come Freud, come Lacan, il suo assalto alle galassie. Assalto alle non galassie della parola.

Questa è la tesi, l’ipotesi abduttiva e allora come elemento linguistico insistente può giungere alla catacresi, e quindi all’abduzione; come ipotesi deduttiva può imbattersi nell’equivoco; come ipotesi seduttiva può imbattersi nella menzogna dell’elemento linguistico. L’ipotesi è che può imbattersi nell’abduzione, nell’abuso linguistico, nella catacresi, perché il serpente è anche non-serpente e anche altro dal serpente e dal non serpente. In questo “altro” c’è la via per l’altra lettura del rituale del serpente di Aby Warburg, che non ci pare sia stata ancora tentata, se non in questo primo nostro approccio.

Possiamo leggere il discorso di Aby Warburg e possiamo leggere la parola, l’esperienza di parola di Aby Warburg. Occorre sfatare il discorso che consiste nella sacralizzazione di alcuni effetti della parola che vengono presi come senso, sapere e verità canonici. Rispetto al sapere universitario la carriera di Aby Warburg teorico si è svolta e si svolge tuttora nell’ambito universitario della storia dell’arte. Era l’approccio contro le teorie estetizzanti dell’arte, che in breve non indagano l’originario, non indagano l’esperienza, ma indagano una versione del sapere che è diventata canonica. Si accorge Warburg che o la questione del serpente tocca la vita degli umani (e quindi agita il serpente in tutto il suo mito, il suo rito, la sua saga) perché un granello di verità in questo delirium c’è.

Per Aby Warburg nel Genesi non c’è l’albero della vita, non lo menziona, c’è l’albero della conoscenza del bene e del male, l’albero del serpente. Tra l’altro l’albero della conoscenza del bene e del male è il serpente. Non a caso nel Giudizio Universale di Michelangelo il serpente è annodato nella radice stessa dell’albero, tale da poter suggerire di chiamare “l’albero della conoscenza del bene e del male” semplicemente “albero biforcuto”. Come nel simbolo caduceo, adottato dalla farmacosofia, del serpente annodato al bastone. Ora nel Genesi è in gioco non tanto la presenza, ovvero l’ontologia applicata al Genesi, ma il Genesi è un teorema che non colpisce il serpente, l’animale, non pone antropomorficamente l’uomo in una posizione superiore all’animale, in una scala che vede nell’essere supremo Dio, e dall’altra parte mette anche il diavolo e infine l’animale. Questa è gnosi, pensiero greco, gnosticismo greco (pleonasmo). La filosofia è gnosi ben prima che si affermi come gnosi. È teoria della conoscenza, come la si chiama ancora adesso.

Il Genesi è un teorema che indica la dissoluzione dell’idolatria dell’animale, scelto certamente nel serpente, ma in altri passi altri animali intervengono, come l’agnello, il vitello, che non provocherebbero oggi le obiezioni falliche di tanto discorso isterico. Il Genesi è per lo più letto alla maniera degli ofiti, ovvero degli adoratori del serpente, che dell’animale ne fanno una religione. E il Genesi resta non letto ogni volta. Per lo più il cristianesimo è una gnosi cristiana, in tal senso.

C’è un elemento nel serpente che pone in punta di elaborazione una questione difficilissima, che è stata posta come il titolo di un’opera solamente da Marx, La questione ebraica, e la forza concatenante della catena significante del significante “serpente” ha la sua forza per falso nesso: la questione ebraica non elaborata dall’ebreo Aby Warburg.

La questione ebraica non è la questione degli ebrei, o del popolo ebraico, e ogni volta che la questione ebraica volge nella questione degli ebrei è il veicolo del razzismo, è il razzismo stesso. Gli ebrei, come ciascuno, sono irrappresentabili, non sono l’altro rappresentato e quindi diviso in incluso e escluso, amico e nemico. Dicotomie che ricalcano quella di bene e male. Qualcosa comincia con Gerusalemme, con l’istanza ebraica, con le scritture del Pentateuco, la Torah, che tra l’altro nei discendenti della regina di Saba consiste di tre libri e non di cinque. Nel discorso occidentale l’acquisizione di un ceto sociale, può far sembrare la questione del cominciamento risolto, si tratterebbe solo di proseguire facendo ciò che si vuole, per esempio dimenticando l’essenziale del monoteismo, dell’istanza ebraica, della legge, che è agli antipodi del soggettivismo decisionista.

“Io sono ebreo, miliardario, non ho più bisogno della tradizione del libro (anche nella trasposizione di infiniti interessi, presunti mondani, quali: arte, cultura e scienza) e ritorno al paganesimo, al serpente”. Dall’enigma del rito ebraico al rituale del serpente. Dalla via stretta allo spazio potenziale. Noi non sappiamo cosa evita eludendo la questione ebraica, e dandola per risolta con le acquisizioni della borghesia integrata. Chi fa ciò che vuole è pazzo, dice Machiavelli del principe. E questa pazzia viene esorcizzata con la psichiatria dello stesso ceto, qualcosa della materia di vita di Aby Warburg c’è nella sua conferenza sul rituale del serpente. Come le cose cominciano, come crescono, se le cose cominciano col serpente, se la genealogia del serpente, se l’idolatria del serpente regna, allora è per genealogia che Aby Warburg è figlio di banchieri, lascia la banca al fratello minore e aprirà l’oggi noto istituto di documentazione, base della sua ricerca.

L’antropologia che cerca con quella degli indiani è l’antropologia dell’homo iüdaeus. Nel caso dei dinosauri indiani, di questa sacca e poi riserva (e altre metafore sono state impiegate) di questi primitivi che prima sarebbero sfuggiti all’occidentalizzazione e poi incastrati (mostra la scopa di saggina che ormai è entrata nelle case degli indiani, come la bomba atomica è entrata oggi nell’industria iraniana: si tratta della stessa cosa, di scopa, di manico, di scettro, di fallo, di schaft e quindi di Herrschaft, tradotta dal tedesco sia come autorità che sovranità) si tratta della vicenda degli ebrei, e questo è l’inghippo, cioè che anche per Aby Warburg la questione ebraica è in parte presa per la questione degli ebrei, e quindi le manifestazioni degli indiani, come le danze, che sono prese come manifestazioni estetiche, ritrova la radice. In tal senso è esatta la sua annotazione, della cultura, dell’arte e della scienza di vita degli indiani Pueblo.

Possiamo noi sfuggire oggi alla globalizzazione, ai monopoli delle multinazionali, della droga, del farmaco, del cibo, della guerra, degli armamenti, dell’intrattenimento? Le cose cominciano in modo sociale, canonico, del fare le cose in occidente e oggi anche in oriente, oppure le cose cominciano ciascuna volta in modo originario. La “psicotizzazione” di Aby Warburg è la sua autenticità, originarietà, nulla di cui sbarazzarsi, poiché il sintomo è il metodo, l’orientamento e l’occidentamento delle cose. Certamente proprio là dove sottolinea l’esistenza di una materia insemiotizzabile, irreligiosa, immilitare, Aby Warburg non è smarrito.

Aby Warburg ha l’intuizione che si tratti d’altro e invita altri a occuparsi delle cose di cui lui si è occupato, giunto com’è a quel punto di cui dà testimonianza. Non si tratta di raccogliere l’invito di Aby Warburg a proseguire sulla sua scìa, ma di leggere il caso Aby Warburg, la saga Aby Warburg, Quando le cose giungono alla conclusione? Quando giungono al tipo, al cifratipo, al tipo originario, questa è la tipografia originaria che richiede l’edizione. Ecco le vicende prima della conferenza e poi della pubblicazione del testo.

Cercando di giustificare la sua vita, il suo statuto sociale, la giustificazione dell’occidente ha comportato come sintomo il “primitivismo psichico” di Aby Warburg, che ha trovato i suoi fratelli tra gli indiani.

In tal senso gli indiani sono gli ebrei fatti a immagine e a somiglianza dell’idea che Aby Warburg ha degli stessi ebrei. La pressione al silenzio e all’eliminazione degli indiani d’America è della stessa natura della pressione al silenzio e all’eliminazione degli ebrei da parte dell’occidente, che non è solo cristiano ma greco-romano-cristiano. Certo che la radice è semmai giudeo-greco-romano-cristiana, ma la parte “giudeo” viene esclusa per sacralizzare gli inclusi.

Per il cristianesimo l’ebraismo non è ancora radice. E l’ebraismo ortodosso è percepito dall’opinione comune come un arcaismo, come le religioni animistiche e altri “primitivismi”. Mentre invece è il villaggio globale, la società postmoderna, da New York a Pechino, a essere costruita come un arcaismo.

Essenziale la lezione del saggio ebraico e del saggio pueblo. Il valore si coglie anche dalla loro testimonianza. Inessenziali sono i postulanti, che tralasciano l’assioma (ciò che vale e che lascia tutti increduli) per il postulato. Sono coloro che non soccombono al successo e socialmente ingrassano. Gli Ottimati, i Grassi, secondo Machiavelli. Oppure il “civil gregge” secondo Leopardi.



18 ottobre 2009


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