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Il sacro è la parola o il discorso? Leggendo Vincenzo Vitiello

Giancarlo Calciolari
(5.10.2009)

“Non la morte di Dio caratterizza l’età moderna, età della secolarizzazione compiuta, ma l’oblio della memoria del Sacro che avvolge il Dio e lo rende divino: il Mistero”.


Questa è la tesi della filosofo Vincenzo Vitiello nel suo libro Oblio e memoria del sacro, pubblicato nel 2008 da Moretti e Vitali di Bergamo. Il filosofo distingue tra sacro e divino e poi la secolarizzazione dal divino, e non distingue tra Dio e dèi , infatti anche nella presentazione del libro dice il Dio e non Dio. Non l’oblio della memoria del sacro avvolge Dio, ma l’oblio della memoria del sacro che avvolge il Dio, e si tratta di un dio tra gli dèi, e ci troviamo così nella distinzione tra teismo e politeismo, senza neanche avere il bisogno di giungere a leggere la questione del monoteismo.


Il percorso di Vitiello è svolto leggendo Hegel, leggendo Heine, leggendo Heine lettore di Kant, leggendo Nietzsche e chiedendosi, senza portare risposta, se si tratti di tramonto o di nuova alba. Il filosofo legge insieme Ernst Jünger e Martin Heidegger e poi legge María Zambrano.


A proposito di Jünger, Vitiello afferma qualcosa che vale anche per il suo stesso approccio: “nel suo Pantheon sono tutti gli dèi – anche il Dio uno e trino, alla pari con gli altri”.

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Opera di Christiane Apprieux

Hegel è definito sia pagano che cristiano. I riferimenti sono alla sua lettura di Paolo e non vengono tratte le conseguenze di che cosa implichi il paganesimo della filosofia, cosa che non sfugge a Jacob Taubes, filosofo e teologo, che annota il progetto di appropriarsi in modo pagano della teoria di Paolo. Hegel edifica la chiesa laica dell’impero prussiano. Quale può essere l’approccio al sacro per l’ateo e apostata Heidegger, per altro arrivato ad accorgersi come di una scoperta scientifica che la filosofia è atea? Annotazione esatta ancora prima di addentrarci nella lettura che il filosofo fa degli autori citati, convocati al suo banchetto intellettuale. Annotiamo ancora come nella distinzione tra Dio e dèi troveremo quella tra sacro e divino e poi tra divino e la teologia politica, e poi tra teologia politica e ideologia politica, che come ideologia per l’azione si realizza nei massacri della storia.


Occorre verificare se la lettura della teologia politica come ciò che resta del divino dopo che già il divino ha sostituito il sacro, sia interessante o si sia ancora più interessante la base del discorso giudeo-romano-cristiano di Pierre Legendre, che si batte per annettere nel fondamento dell’occidente le istituzioni del diritto romano e poi canonico. Mentre per noi si tratta del fondamento giudeo-greco-romano-cristiano.


La teologia politica sarebbe la secolarizzazione del divino, che peraltro emerge come oblio del sacro. La nostra attenzione si rivolge allo statuto del sacro in Vitiello.


Per noi lo statuto del sacro è un altro. La distinzione tra sacro e divino, che costituisce una negazione del sacro, è una negazione di Dio. Non c’è oblio della sacro e non c’è possibilità di togliere Dio a vantaggio della divino, che è una proprietà del paganesimo. Dio esclude il divino. Il divino costituisce una linea continua, nel pensiero greco, che va sino all’animale, e si potrebbe aggiungere anche al vegetale e poi al minerale, perché esiste anche la botanica fantastica e la mineralogia altrettanto fantastica, ed è implicita nel pensiero greco. Abbiamo il divino, il demone, l’umano, l’animale.


L’algebra e la geometria di questa linea continua, con le sue metamorfosi, può rendere conto di tanta letteratura, sino a Kafka e ai suoi epigoni.


Il sacro è l’originario nella sua instaurazione come atto di parola. Il sacro è l’altro nome della parola? Il filosofo giunge su questa soglia.


L’autore si chiede quali conseguenze abbia avuto la pretesa umana, troppo umana, di subordinare il mistero alla verità, il sacro alla divino. Donde si evince che il mistero non dovrebbe mai di svelarsi nella verità. L’indicazione biblica dell’Esodo: non ti farai immagine di ciò che sta in cielo, di ciò che sta in terra e di ciò che sta sott’acqua. Non è la stessa cosa affermare il mistero delle cose. Nell’inconoscibilità delle cose, ecco il teorema che rarissimi autori hanno tratto: non c’è più gnosi, non c’è più teoria della conoscenza, non c’è proprio nessun mistero e nessun segreto. Il mistero e il segreto appartengono alla conoscenza, infatti la tesi di separazione tra i sacro e il divino è filosofica, non teologica, di rottura dell’originario. Le dicotomie sono rotture dell’originario, così psiche e corpo, nominalismo e realismo, noumeno e fenomeno…


La risalita verso le origini del sacro si gioca tra Hegel e Heidegger. Benché la distinzione tra sacro e divino rinvii a prima della filosofia, quindi ai sofisti, ma ancora prima, l’ipotesi non è esplorata nei testi, che portano i teologi politici Carl Schmitt e Jacob Taubes all’indagine su Paolo, che non a caso è oggetto di indagine per entrambi i due poli della questione, Hegel e Heidegger. Vitiello giunge nella conclusione del libro a sfiorare in Paolo Dio come operatore… Taubes indaga la questione della vita originaria, la questione stessa del sacro, perché profana sarebbe la vita secondaria, ripartita tra vita originale e vita delle copie, e lo fa leggendo il rapporto di Hegel a Paolo, e di Heidegger a Paolo. E così Schmitt.


È inesatto dire che ciascuno eleva il suo Dio, la sua verità, contro il Dio e la verità degli altri, e si tratta forse di una formulazione in cui nel “ciascuno” rientra anche Vincenzo Vitiello? Questa divisione tra il sacro e il divino, dove Dio stesso si scrive con la minuscola ed è un Dio tra gli dèi anche quando viene menzionato come Dio con la maiuscola, pare il frutto della relativismo politeista dell’autore. Rispetto alla conflittualità politeista, dove tra l’altro gli dèi greci sono bestie, Vitiello introduce lo “stare-accanto”, quasi il mit-sein, ovvero pone l’istanza della vita originaria, senza più la lingua dei litiganti, sulla quale ha scritto con ironia di Leonardo. Ma è proprio perché ciascuno si volge al proprio dio con parole proprie che la lingua è dei litiganti e del conflitto.


Data l’ipotesi dell’oblio del sacro con l’avvento degli dèi e poi la scomparsa degli dèi nella successiva secolarizzazione teologico politica, la soluzione perlomeno filosofica della questione sollevata è data dal risveglio della memoria del sacro. Non si tratta dell’oblio del sacro ma dell’oblio della memoria del sacro, altrimenti si tratterebbe del risveglio del sacro e non del risveglio della memoria del sacro.


Quasi il principio della parola il sacro per Vincenzo Vitiello. Tuttavia la memoria del sacro è il suo ricordo, il ricordo di copertura del sacro, l’idea che ognuno si fa del sacro, quasi l’altro nome di Dio: il sacro sarebbe fatto a immagine e somiglianza dell’uomo nel rovesciamento della questione rispetto alla indicazione biblica che sia l’uomo a essere fatto a immagine e somiglianza di Dio.


Come comincia o ricomincia il risveglio della memoria del sacro? Comincia con questa “esperienza del limite dell’umano e del divino”: nel continuo tra di dio demone uomo animale, e anche vegetale e minerale. L’autore cerca il limite, e si troverebbe appunto in una topologia, forse elementare, greca; non a caso un libro di Vincenzo Vitiello porta proprio nel titolo il termine di “topologia”. Noi possiamo anche formalizzare matematicamente il limite dell’umano e del divino, come fa Jean-Michel Vappereau con l’esperienza psicanalitica. Rimane che se la topologia dell’esperienza fosse possibile lo sarebbe solo perché il così fan tutti è la riproduzione dei protocolli assegnati alle marionette sociali. Ognuno forgia la sua vita parallela per evitare il sacro, l’originario, la parola.


Vitiello propone un esercizio di pensiero non espansivo ma riduttivo, non panoramico ma relativo, aperto alla contingenza della natura, “erbe” e “pietre”. Ecco qui il resto del continuo greco: il vegetale e il minerale. Si chiama “contingenza della natura”. Tale è il naturalismo di Vincenzo Vitiello. Naturalismo in cui la contingenza non ha un’altra faccia nella logica, in quel che comincia come un raccolto delle erbe e delle pietre, quel distinguere, quel discernere, che diventa anche “leggere”.


La sacralizzazione della terra è senza il sacro. Quel che distingue tra sacro e profano, e poi è diventata la significazione (Bedeutung) stessa di sacro, come ciò che non è profano.


Leggendo María Zambrano, Vincenzo Vitiello dice che non l’essenza del divino, il venir meno degli dèi o del Dio, caratterizza l’età moderna, e così dicendo mette sempre dèi e dio nello stesso sacco. L’età moderna come età della secolarizzazione compiuta viene dalla perdita della memoria del sacro che non è oblio del sacro ma oblio della memoria del sacro. Appunto. L’apparizione del divino chiuderebbe l’età del sacro, e tale apparizione sarebbe quella di Dioniso, non di Cristo, e quindi la preistoria di Vitiello è greca, la teologia arriva dopo, per un confronto sociale, come per la teologia lo è stata la filosofia mille anni fa, e lo è ancora.


Vitiello cita Pindaro: “è una la stirpe degli umani e degli dèi, la madre è una”. Non c’è lo zero ma la femminilizzazione dell’uno, la madre della serie, una volta tolto il padre, infatti gli dèi fatti a immagine e somiglianza dell’uomo stanno al posto del padre, dell’autorità, del nome. Sono le sentinelle impossibili del tentativo di toglierlo, per questo occorre leggerle queste figure per dissiparne la presunta consistenza. Se la questione del divino è data dal pensiero greco, vale che il divino è la negazione di Dio.


Vengono sempre posti sullo stesso piano l’avvento del dio, e non di Dio, e l’avvento degli dèi. Curioso come per Vitiello lo specifico del sacro sia il regno dell’indistinto, nella notte, del caos, e si tratta invece di sacralizzazioni dell’indistinto, della notte, del caos. Per Vitiello, carattere eminente del sacro, che scrive sempre con la maiuscola, è la potenza. Che cos’è la potenza? “La potenza che è insieme potenza di bene per gli uomini e potenza di male. Potenza è la distinta indistinzione dei due, di male e bene”. Il sacro (questo sacro) è il sacco della gnosi. Sacco potenziale e potenzialità del sacco. Sacco contenente i fagioli bianchi e neri, ognuno valevole come cellula sociale, posto al sole o all’ombra che ognuno dovrebbe rispettare nella società, secondo la nobile menzogna del tiranno. Ciascuno sarebbe tagliato per quel lavoro e non per quell’altro, ci sarebbero i nati con la camicia e quelli senza. Il sacco delle razze: il razzismo, tra il monismo del sacco e il pluralismo dei fagioli. I figli del dio superiore e i figli del dio inferiore. Ecco l’insistenza odierna per i figli di un dio minore, che dopo la credenza nei figli del dio maggiore, esprime ancora una volta la credenza nella predestinazione. Il determinismo è questo. Non è un caso che Heisenberg con il suo principio di indeterminazione avverte la questione dell’originario, dell’autentica piega delle cose e si attiene all’etica. Detto in modo conclusivo e breve: ecco perché Heisenberg non ha prodotto la bomba atomica. Mentre la natura, quello che viene definito con questo termine da Heidegger e da Vitiello, sprona circolarmente il ritorno a sé come modo per evitare la distinzione, il discernimento, la lettura, ovvero la tecnica, l’arte.


Il trionfo della tecnica è determinante a causa della delega dell’umano di fronte all’originario, al sacro, alla parola. Quella di cui narra Heidegger non è la tecnica ma il discorso scientifico, che ha la sua base nella logica di Aristotele, e che non è la scienza perché la scienza richiede lo zero, che ad Atene non c’era. Atene senza Gerusalemme è la tragedia, che come ognuno sa non è nata altrove. Tra l’altro il tragos, il capro, come ogni animale di cui narra l’uomo è totemico, e sta al posto del nome, del padre, dello zero. L’azzeramento del padre è il modo più comune del gregge, di capre e di caproni. Non rifacciamo qui l’etimo di dux.


Il sacro, l’indefinito, l’indeterminato, l’indistinto, la potenza prima dell’atto. E proprio questa via che rende l’infinito potenziale e mai attuale. E mai l’infinito potenziale, per sua natura processo asintotico, raggiungerà l’infinito attuale. Mai la potenzialità del momento raggiungerà l’eternità dell’istante.


La filosofia si è liberata del sacro, questa annotazione di Vincenzo Vitiello vale il viaggio di lettura del suo libro, che si fa ragione narrante, come nel caso di Jean-Pierre Faye e nel caso di Jacques Derrida.


Ma come fa il filosofo a leggere il sacro dal quale si è liberato? Non può che leggerlo con quel linguaggio filosofico che è il frutto dell’oblio della memoria del sacro.


Il sacro è immemoriale, più che indimenticabile. Inconfiscabile. Il sacro è proprietà della parola, il profano, se esistesse, sarebbe il fuori dalla parola. L’altra vita di cui parla Pirandello è la vita originaria, mentre la vita secondaria è la solita e stessa vita che si ripete. La vita che non si attiene alla parola, la vita fuori dalla parola, la vita senza la parola. Qual è la vita del “così fan tutti”? È la vita senza la parola, quanto di più comune si possa riscontrare in ogni angolo del pianeta. Il sacro non richiede la sacralizzazione e la desacralizzazione e nemmeno l’esecrazione. Non si tratta della memoria del sacro ma del sacro. Attenendosi al sacro ciò che si scrive è la memoria del sacro mentre la memoria del sacro come qualcosa da ritrovare all’origine non esiste se non come ricordo: mnemotecnica e mnemomacchina del sacro. Traccia mnestica del sacro sulla cui pista ognuno si imbatte nell’albero biforcuto.


La potenza che ha in orrore la luce è l’aspetto demoniaco dell’impossibilità di togliere la parola, di togliere il sacro. Molto semplicemente il tentativo di negare la parola comporta la risposta sintomatica dell’inconscio, da qui la sua potenza malefica, la sua potenza notturna, la sua potenza caotica, di difficile lettura nei contrappassi e nei contraccolpi che la psichiatria chiama nevrosi e psicosi, anche nelle forme della “corposi”. Come altro chiamare il cancro, l’aids, l’infarto, l’ictus…? C’è chi percepisce oscuramente che la potenza di queste malattie ha in orrore l’originario, il sacro, la parola. Ognuno soccombe per mantenere il suo discorso, il suo Dio, la sua propria lingua, piuttosto che rischiare di imbattersi nella parola, nel Dio come fede, come operatore, non soggetto a nessuna appartenenza (ecco perché non c’è nessun popolo di Dio e perché nessuno può agire in nome dell’innominsabile), o rischiare di imbattersi nell’altra lingua e nella lingua altra. In tal senso il discorso universitario, che pur costituisce un compromesso, anche nel senso delle carriere sociali, non è qualcosa che riguardi l’autore come una sua peculiarità, e non ha nessuna chance di costituire un metalinguaggio rispetto al linguaggio dell’inconscio, che rimane dissidente per ciascuno.


Quando il sacro come indefinito, indeterminato, indistinto è colto come un pericolo per il principio di non contraddizione, Vincenzo Vitiello si pone la questione di un’altra scienza della vita che non può più trovare le sue basi nell’episteme, ossia nella logica aristotelica, che tra l’altro l’autore riscontra alla base sia di Hegel che di Heidegger. Il paradosso, che per noi non è tale, sta nell’affrontare il sacro con il logos.


Tolto Dio, ecco gli dèi o il dio. La sentinella dell’impossibile toglimento sta nell’impadroneggiabile potenza dell’orrore, del terrore, del panico, dello spavento. Non è proprio lo sgomento dell’uomo davanti alla figura del suo potere quando si mostra nuda, come nell’incipit di Lacan al suo intervento inaugurale sulla parola e sul linguaggio.


Quella che dilaga è la paura di non avere più paura. Guai se gli umani si accorgessero che la paura non ha presa sulla parola. O forse è proprio per questo che il “mondo” è in un mare di guai. E di rovine.


Non conta la rovina, e nemmeno la cenere di Lévi-Strauss, dalla quale ripartire, svegliarsi, risorgere. Il resto è irrappresentabile. Conta ciò che resta. La testimonianza del sacro, che non è Uno. Testimonianza che l’inimmaginabilità dell’esperienza narrata nell’Esodo non ha nulla da spartire con l’esperire il limite di ogni vedere.
Testimonianza che il padre come nome o come zero nella parola (Lacan) è irriducibile al “Mistero del Padre”. Testimonianza che credere nella memoria del sacro consiste nel vivere di ricordi. Testimonianza che “la possibilità che il Sacro sia la Parola” può giungere sino a intendere che il sacro è la parola. Testimonianza che l’exemplum di Vitiello è quello dell’istante originario, quello in cui Dio opera. E questa è una traccia della lettura che Vincenzo Vitiello fa di Paolo.


Vincenzo Vitiello, Oblio e memoria del sacro, Moretti e Vitali, 2008, pp. 151, € 15,00.


Vincenzo Vitiello, ordinario di filosofia teoretica all’Università di Salerno, insegna attualmente teologia politica all’Università “San Raffaele” di Milano.


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19.05.2017