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"La materia, Dio, l’arte" di Alessandro Taglioni

Giancarlo Calciolari
(10.07.2011)

Una lettura di testi intorno alla questione dell’immagine e dell’arte è per noi in corso da anni. Oltre ai libri di alcuni critici d’arte professionisti, tra i quali alcuni nostrani, come Achille Bonito Oliva, Renato Barilli, Mario Perniola, per informarci quasi sempre sui luoghi comuni dell’epoca, abbiamo letto e leggiamo Aby Warburg, Louis Marin, Régis Debray, Hans Belting, Philippe Dagen. Anche quelli più intensi, come Il rituale del serpente di Warburg o La vera immagine Belting, sono avvitati attorno a una questione inanalizzabile, come il paganesimo nel primo e il cristianesimo nel secondo.

Rari, se non rarissimi, sono i libri in cui la testimonianza procede dall’esperienza e non dalle fondamenta e dalle impalcature dell’arte e della cultura occidentali. Le istituzioni educative preparano al rispetto delle finzioni del potere, anche nel loro esercizio dalla scuola materna all’università. E poi in ordine sparso ognuno ripete la lezione in ogni luogo, privato o pubblico che sia, rendendolo comune.

A leggere coloro che hanno portato dei contributi radicali si nota che rispetto alle istituzioni erano in una posizione di non appartenenza. Differenza avvertita dai più come diversità, anormalità, follia… anche se è il caso di annotare che non vale la relazione inversa, ovvero la presunzione di diversità, di anormalità, di follia non porta a contribuzioni radicali, ma semmai alla cronaca nera.

Ecco, c’è un libro di traversata della questione dell’immagine, a partire dalla lingua dell’arte, in un confronto ciascuna volta preciso con il testo occidentale, da sant’Agostino a sant’Ambrogio, da Papini a Vailati, da Hegel a Croce, da Girard a Verdiglione. La materia, Dio, l’arte, questo è il titolo del libro di Alessandro Taglioni, appena pubblicato, “dopo” una formazione infinita d’artista, che per altro nel libro non viene menzionata, per discrezione.

È un libro sorpresa, inaspettato, ricco, intrigante. Non si può leggerlo tutto d’un fiato, secondo l’apnea collettiva nella ricerca della padronanza e del controllo dell’aria. È un libro da leggere, rileggere e leggere ancora. E per questo non è un libro che si possa “recensire”. Prendiamo appena qualche spunto.

La lettura di Alessandro Taglioni comincia col chiedersi dove stia l’arte, e di quale materia sia fatta. E comincia l’analisi del sostanzialismo e del mentalismo che spronano una pseudo materia e una pseudo immagine. Infatti anche la questione dell’iconoclastia e dell’iconodulia riguardano il mimetismo rispetto all’immagine: la sembianza presa come apparenza. Lungo questa via, Taglioni legge la teoria mimetica di René Girard sino alle applicazioni recenti degli eroi performer dell’arte. La lettura della favola di Totem e tabù di Freud, da cui parte Girard, si può restituire in altra scrittura, che non accetta il mimetismo, il transessualismo animale dei fratelli che hanno divorato l’animale totemico. È sempre questa altra via, ciascuna volta da inventare, quella di Alessandro Taglioni, che non a caso annota la teoria mimetica della scrittura di Jacques Derrida, nella sua lettura della farmacia di Platone.

E, senza alcun tentativo di esaustività rispetto al libro vulcano di Taglioni, segnaliamo la sua lettura della visio nel De Trinitate Dei di sant’Agostino. Questione della visione insoggettuale, nel senso che l’uomo non vede ciò che vuole e non può esercitare nessuna padronanza e nessun controllo sull’immagine. L’immagine inimmaginabile, l’immagine senza più idolatria, come è annunciata dall’Esodo. Non ci sono molti ricercatori su questa pista. Miriadi di teorie della conoscenza, diffuse nelle università del pianeta, vanno contro l’Esodo. Ricercano la conoscenza dell’immagine per adorare o esecrare (è la stessa cosa, come l’amore e l’odio del tiranno o degli scomunicanti) il suo artifex, che è fatto a immagine e somiglianza dei ricercatori gnostici.

Come figura dell’ironia, Taglioni precisa che la sua lettura non è trasparente; si tratterebbe infatti nel caso della presunta trasparenza della quintessenza dell’apparenza, in altri termini dell’escamotage – impossibile – della sembianza, la dimensione delle immagini. La dimensione stessa della visio di sant’Agostino.

Rispetto all’arte contemporanea, l’incipit di Taglioni inaugura un’altra ricerca ancora: “Tutto è cominciato con Marcel Duchamp che va in America”. Al di là dell’esecrazione e della consacrazione del gesto di Duchamp, l’analisi del sacro (quindi rispetto anche alle immagini sacre e alle immagini dissacrate, come nel caso dei baffi alla Gioconda) dissolve anche la mitologia del sacrificio, cara a Girard e non solo la “beffa sacrificale” di Duchamp.

Che cosa fa Taglioni? Decostruisce l’estetica di Hegel e l’estetica di Croce? Non è il suo progetto e neanche il suo programma. Se così fosse, rimarrebbe preso nello stesso mimetismo che elabora. Invece vanifica la presunzione sostanziale delle loro teorie, con semplicità e brevità. C’è un solo modo per accennare alla leggerezza e alla tranquillità dell’approccio di Alessandro Taglioni: citare il Niccolò Machiavelli della lettera all’amico Francesco Vettori, del 10 dicembre 1513.

Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.

L’indagine riguarda la filosofia, la teologia, la linguistica, la logica, la psicanalisi, e anche e sopra tutto la “cifrematica”. Che cos’è? È un’invenzione ancora recente, del 1988, di Armando Verdiglione. L’effetto di leggere la parola “cifrematica” non può che richiamare quello di leggere la parola “psicanalisi” (1896) nei primi anni del novecento, quando de L’interpretazione dei sogni si vendevano pochissime copie all’anno. La sezione conclusiva del libro di Alessandro Taglioni si intotola: “La sembianza e la logica della nominazione nella psicanalisi e nella cifrematica” e comincia con la lettura dei primi scritti di Verdiglione: “La sembianza” (1975) e “La materia insemiotizzabile” (1974). Da questi testi Taglioni acquisisce alcuni criteri di lettura che risultano essenziali nella sua analisi, come nel capitolo “Non c’è più il modello sacrificale dell’interrogazione più rumorosa e della risposta più creativa”. Chi altri ha dissipato il modello sociale del sacrificio, a parte Verdiglione e qualche altro cifrematico?

Non è facile la via di Alessandro Taglioni, e il suo mestiere impossibile della pittura, non è professionista, nel senso che non è intruppato strizzando l’occhiolino ai tic sociali per un vantaggio secondario di vendita. Appunto, nel palinsesto di letture di La materia, Dio, l’arte, c’è anche quella della scrittura della vendita, la pornografia, in un’accezione che non è quella della svendita dei corpi, ma della scrittura dell’esperienza in cui la vendita non è esclusa. I prodotti, anche le opere artistiche, non sono immagini di qualcosa, ossia non sono idoli e quindi non sono retti dal totem e dal tabù. Nei termini di Girard letto da Taglioni: i prodotti non seguono il modello sacrificale, che a proposito della vendita di doppierebbe in una pornografia sacra e in una pornografia profana.

Altra è la procedura: i prodotti per la semovenza delle immagini (le marche nella sembianza degli elementi della vita) entrano nel qui pro quo, nel commercio, che qualificarlo di “sessuale” indica la distanza infinita dal commercio erotico, quello che ognuno pensa sia la pornografia profana. Per esempio, l’artista che non vende le sue opere e le accumula in qualche scatola muraria, com’è stato anche il caso di Alberto Bragaglia, pratica una forma di pornografia sacra ideale contro la pornografia profana reale, praticata dai “tutti”.

Dall’impossibile carosello dell’opera di Alessandro Taglioni (lasciando a ciascuno l’onere e il piacere di leggerla integralmente, spalancando la finestra della parola) ecco un aforisma che riprende alcune sue annotazioni proprio a proposito della vendita e dell’acquisto: la performance gnostica dell’arte contemporanea, in strettissima connessione con il rito sacrificale, ha un risvolto nella vendita del valore per poco per comprare a molto il pseudo valore. L’ipotesi “greca” è quella del tentativo impossibile di mettere l’arte nella caverna platonica, in cui ogni rimedio risulta un veleno. Platone formalizzato da Aristotele si può leggere nell’A presa nell’incubo dell’esistenza del non-A, da cui segue, come ognuno sa, il principio del terzo escluso.

Alessandro Taglioni è arrivato all’arte della scrittura e della lettura. La sua testimonianza delle brecce in direzione della qualità offre l’indicazione a ciascuno della via d’uscita, del varco della foresta o del deserto, ossia dall’immagine dell’immagine.





Alessandro Taglioni, La materia, Dio, l’arte, (Spirali, 2009, pp. 328, € 20,00)






Giancarlo Calciolari, direttore di “Transfinito.eu”


13 settembre 2009


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