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Il trionfo della vita

Giancarlo Calciolari
(9.09.2009)

Nell’occidente quasi non si parla del trionfo della vita, semmai si parla del trionfo del bene sul male, che così mostra il suo volto più autentico come trionfo della morte, come nell’opera di Antonello da Messina, che si trova a palazzo Abetellis, a Palermo.


Il trionfo della morte, della verità dell’enigma del potere è la morte, non solo quella inferta ma anche quella ricevuta. Il lato nascosto delle cose sarebbe la morte. Come se il trionfo della vita fosse quello del ceto sociale o di una parte della società, quella appunto che ignara sta per essere travolta dalla morte nell’opera di Antonello da Messina. Anche le oligarchie muoiono; i contraccolpi, i contrappassi, i contrattempi non sono loro risparmiati, e non è certo per il porsi di fronte il padrone assoluto, la morte, che le oligarchie avrebbero una chance in più. Era il vanto di Heidegger: mentre i più fuggono la morte, lui la guarda in faccia, ma l’analisi del volto di Hitler non gli è riuscita, neanche a partire dai baffetti come gruppo d’omologia.

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Hiko Yoshitaka, "L’impossibile quadratura", 2009, cifratipo, acrilico su carta, cm 70x100

Il trionfo della verità: sono in molti, un mucchio, a credere che la verità prima o poi, quasi sempre “poi”, e anche post-mortem, trionfi. La verità di Giordano Bruno ha trionfato, anche con il transfinito di Cantor. La verità di Galileo ha trionfato. La verità di Machiavelli forse non ha ancora trionfato, il primo accenno di trionfo è la lettura che ne ha dato dopo cinquecento anni Armando Verdiglione… Freud diceva che la verità trasuda dai pori. Qualcuno la vuole nascondere, e la verità esce dappertutto.
Dovremmo anche dire che quando la direzione dell’epoca è particolarmente ostile alla vita (e in una lettura paranoico-critica alla Salvador Dalì si potrebbe dire che l’epoca è “sempre” ostile alla vita), allora la verità trasuda dai pori dell’inconscio. C’è maggior verità della vita di un uomo in un lapsus, in una sbadataggine (di quel che è oggetto d’esorcismo, una certa psicosi, di quel che è oggetto di confessione, una certa nevrosi) che in ciò che viene declamato come verità da ogni soggetto. Ma non è ancora la verità: è qualcosa relativa al senso e al simbolo, e talvolta al sapere e alla lettera, come effetti. Poiché per approdare alla verità e alla cifra occorre il passo e il piede del tempo, la politica del fare. E quindi accettando una circolarità qualsiasi offerta dalle genealogie sociali, il potere dei potenti, la verità rimane preclusa, e come diceva Lacan la verità non può che dirsi a metà.


La verità non si dice, neanche a metà, la verità che si dice non è la cifra ma la de-cifra: la verità che si dice non viene dalla cifratura delle cose ma dai cifrari sociali, dalle loro applicazioni, sino alla decifrazione che offre la verità logico-deduttiva già contenuta nelle premesse logiche, che sono appunto postulate. La verità logica e semiologica è il più comune modo di barare sull’essenziale, l’originario, l’autentico. Postulati per altro impossibili perché il “posto” nella sembianza è quanto di più mobile ci sia. La posizione è una proprietà dell’oggetto che risulta in perdita, imprendibile, e in tal senso è l’inconcetto. È quell’oggetto che non è mai quello.


La verità delle cose che “quante” divengono “quali”, si qualificano. Questa è la qualità, per altro insistematizzabile. Si tratta di una procedura di qualificazione che non è un protocollo logico sperimentale. È una procedura artistica, culturale, scientifica, di passo in passo, di abduzione in abduzione, di verità in verità. Quel che non può non giungere a scriversi: il non nascondimento delle cose. Tuttavia il trionfo della verità non è il trionfo di coloro che possederebbero la verità senza possedere il governo delle cose e degli uomini, se non parzialmente, se non in parte, se non secondo un partito, ma che per l’appunto non è di governo. La verità non è di partito, nemmeno al governo, e non è di cappella, non è rivelata. Il velo è intoglibile, come indica l’inimmaginabilità di cui narra l’Esodo. Se la verità teologico-politica di un tiranno è strombazzata col terrore, in un sistema dispotico capillare, giocato sulla delazione sino all’interno della famiglia, rendendo ognuno una fazione contro l’altra, sino alla guerra intrapsichica, ognuno in guerra contro se stesso, ebbene colui che fosse in guerra contro il tiranno, per un’altra verità, perché ha capito la verità della tirannide: è tiranno, è il candidato alla nuova tirannide, e questo è il modo del ragionamento stesso della tirannide, del dispotismo, del vampirismo. Movimentazione sociale che si conclude come parabola personale. La lottizzazione della vita e la sua pseudo scienza, la lottomatica, tra fasti e nefasti. Hitler vampirizza le moltitudini e poi si auto vampirizza, sino al suicidio.


Il suicidio di Hitler non è il trionfo della verità. Il trionfo della verità è in ciascun atto, procede dall’originario, e risiede nell’impossibilità per ciascuno di padroneggiare e di controllare anche per un solo istante una particella elementare, nella visibilità data senza importanza. Quando ciascuno non rinuncia all’etica, trovando una sua via, un suo viaggio, un suo itinerario, lì risiede qualcosa del trionfo della vita.


La vita in ciascun istante trionfa, non sulla morte. Il trionfo sulla morte è il trionfo di morte. La vita originaria in ciascun istante trionfa, procede dall’albero della vita: ecco perché il trionfo è della vita. Non procede dall’albero della conoscenza del bene e del male, che non esiste, che è pura fantasia (il Genesi non lo localizza), che è stato quasi sempre non letto e quindi utilizzato, eseguito, per il governo delle cose e degli umani.


Il trionfo della vita in ciascun istante ha vari aspetti, l’anarchia dell’elemento linguistico, che è immisurabile, illocalizzabile, e che la fisica quantistica ancora insegue come particella elementare con la statistica e il calcolo delle probabilità. E per questo alcune particelle più piccole hanno la stessa forza di particelle più grandi, per questo è possibile la biiezione tra un segmento e la retta: così è nato il transfinito attuale, e non potenziale, con Cantor.


Il trionfo della vita di ciascun istante richiede il transfinito. E ciascun istante è conclusivo, eppure non finito. Nessuna escatologia dell’elemento. La decisione è già presa, indica lo stagliamento e il taglio del tempo, e non è temporalizzata. Resta pertanto inattribuibile al babbo natale in cui ognuno crede: il soggetto. Ma la verità che qualcuno ritiene di possedere non è la verità che emerge dai pori, eppure indaghiamo quel sapere sociale spacciato come verità e che viene dato come nobile menzogna del tiranno affinché ognuno resti nella sua cella di partenza, sulla quale si doppierà la sua cella d’arrivo, in un viaggio circolare.


La repubblica italiana come si regge? Chi la governa? I cosiddetti governanti o la moltitudine dei deleganti? Le risposte sono facili, le più interessanti sono quelle offerte dal metodo paranoico, che giunge sino all’ipotesi del complotto contro la vita, identificando i vari gruppi d’interesse; ma accettano il metodo causale, presumono che le oligarchie siano “causa”, mentre sono un effetto del trionfo della morte in ogni momento di ognuno: ogni uno che si faccia schiavo sociale, marionetta, che abbia capito che è inutile o utilissima la battaglia perché ormai il principe di turno ha in mano tutto, la stampa, la scuola, la comunicazione, esclusa l’altra parte, l’altra banda, che altre volte ha governato. Pluralità delle bande che vale da democrazia.


Ebbene questa è la descrizione, la descrittura e la decifra, che indica le dimissioni dalla vita, l’abdicazione, la rinuncia, l’accettazione piena di quel modello di vita che è osteggiato. Una formulazione molto semplice è: “io non ho nessun obbligo a tatuarmi e per questo sono tatuato in ogni lembo di pelle”. Ovvero, è tatuato socialmente, come volevasi dimostrare. “Io sono libero e per questo voto il principe o l’antiprincipe di turno”. Questo è il trionfo della morte.


“Io sono libero e per questo voto x”, e per questo risolvo l’incognita con una nominazione sociale, un’equazione che vale una carriera. In questo caso il nome del principe è sostituibile con ogni altro nome dei personaggi del teatro politico, nazionale e internazionale. “Io sono libero e per questo scelgo la morte”.


La libertà è una proprietà della vita, non dell’uomo, non del soggetto alla vita. “Io mi attengo alla libertà della parola e per questo non delego nulla a chicchessia”. E per questo non abbocchiamo alle lotterie, ai premi, alla prostituzione, alle droghe, ai psicofarmaci, alle carriere sociali. Forse siamo tra i rari a intendere in un modo non preconfezionato socialmente come e perché Grigorij Perelman non abbia accettato i ricchi premi di matematica.


Il trionfo della vita non è ideale, non è dato come un’idealità, che come indica Armando Verdiglione, è ancora la morte, perché diventa un tabù del fare, una ragione per non fare.


Poggiando sul trionfo della vita, anche in circostanze non propizie, negative, c’è chi si trova a ammettere qualcosa della decisione che era già nella sua struttura estetica, etica e clinica. Per esempio, la bellezza dell’idea: trarre da poche particelle elementari il troppo dell’energia per vivere, e non per scopi bellici. E quando, come è accaduto a Werner Heisenberg, viene richiesta la bomba atomica risponde come ha fatto Leonardo con l’invenzione del sottomarino: non dà la ricetta, per evitare l’uso militare. Non trattandosi per Heisenberg di una performance eroica, il pubblico visionario non ha ancora capito com’è andata la cosa. A noi non pare che l’astrofisico si sia attenuto al trionfo della morte. La vittoria è dell’inconscio e non delle astuzie della ragione.


Giancarlo Calciolari, direttore di “Transfinito.eu” e di Transfinito edizioni


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30.07.2017