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Gianfranco Franchi, "Monteverde"

Marina Monego
(20.07.2009)

Gianfranco Franchi, "Monteverde"




“Sono composto di contrasti, come le mie città, sono uno straniero: non ho patria diversa da quella ideale, nel mio sangue ci sono tanti popoli e tante etnie, e scontri generazionali, culturali, sociali”. (p.305)



Con “Monteverde” si completa la trilogia dell’identità iniziata con “Disorder” e “Pagano”. Guido Orsini – storico alter ego di Gianfranco Franchi – è ritornato nel suo libro più completo e più maturo, articolato in sei sezioni: Casa, Lavoro, Donne, Musica, La Roma e Patrie Lettere, che contiene i provocatori Diritti del Letterato e “Frontiere”, uno dei testi migliori della raccolta.

In apertura un Antefatto e tra una sezione e l’altra cinque Interludi.

“Monteverde” è lavoro precisamente strutturato, compatto pur nella frammentarietà, i racconti, in sé conclusi, formano nell’insieme un mosaico della società italiana, filtrata attraverso la personalità di Guido-Gianfranco, che espone le sue passioni, il suo carattere, le sue opinioni e suoi problemi.

Franchi ancora una volta parla di sé, è autoreferenziale, fin troppo a volte, ma con uno stile tale che non si può rimanergli indifferenti ed è impossibile non apprezzarlo per l’acutezza di analisi, per lo spirito d’osservazione e per quella straordinaria padronanza e fluidità della lingua che da sempre lo caratterizzano.

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Foto di Antonella Iurilli Duhamel

I testi di Franchi grondano della lettura e dell’interiorizzazione quasi cannibalesca di migliaia di libri e i riferimenti, diretti o meno, a molti autori sono sempre presenti.

Guido Orsini, dunque, ritorna e si definisce straniero, privo di patria, ma il libro s’intitola “Monteverde”, il quartiere di Roma in cui Guido vive nella sua mansarda, a volte rintanato tra libri e musica, allergico alle visite inaspettate e al telefono, vissuti come invasioni del suo territorio e violazione della sua intimità domestica.
“Monteverde”, in passato abitato da artisti e letterati come Pasolini e Bertolucci padre, è il luogo cui Guido si sente più legato, è la sua isola, la piccola città nella città, così familiare, nota, sede di affetti e punti di riferimento importanti come la casa.

Proprio dalla mansarda hanno inizio le vicende di Guido: dal godibilissimo “Fusillo” all’evocativo “Catafalco” a quell’inno alla sacralità dell’amicizia – tanto più totalizzante e intensa negli anni giovanili – costituito da “Ombrellone”.

Gli inneschi narrativi prendono avvio da oggetti e fatti molto semplici, quotidiani (un fusillo finito nella presa elettrica, un pianerottolo col suo zerbino e in seguito un carico di riviste da distribuire, una compilation musicale), che acquistano un significato simbolico.

“Io vedo simboli e significati in tutto”. (p.55)

La stessa porzione di pavimento su cui ha poggiato il catafalco funebre del nonno non potrà più esser attraversato da Guido con indifferenza.


Dalla dimensione personale si passa a quella generazionale e in seguito sociale e antropologica. Franchi prende avvio dalle vicissitudini del suo alter ego per parlarci del mondo contemporaneo, dell’alienazione e delle nevrosi che si creano al suo interno, delle precarie condizioni dei lavoratori, specie giovani, della corruzione dilagante, della trasformazione subita dalla musica, del calcio e dei suoi riti e miti.

Il panorama è sconsolante: se le relazioni umane si disperdono e rarefanno e i rapporti di coppia sono irrisolti o destinati a dissolversi nella noia e nell’abitudine, privi di progettualità e capacità di rilancio, l’ingresso nel mondo del lavoro costituisce un’autentica odissea, un quadro della desolazione italiana, della corruzione e della mancanza di prospettiva, almeno per quanto riguarda un giovane letterato borghese di vasta cultura e belle speranze, cui tocca adattarsi a diversi mestieri, vivendo una disillusione dietro l’altra.

Il rischio è l’annullamento di sé e dei propri sogni, ma è anche la rovina della salute e il tracollo del sistema nervoso.


Il lavoro va e viene come i rumori del frigo, gli fa notare un amico, e Guido cerca in qualche modo di motivarsi e di dare un senso e una direzione, con alterne vicende, anche alle attività più semplici. L’ironia non gli manca.

Spesso si percepisce fuori posto, “dipendente nipote di padroni e figlio di sindacalista”(p.109), un anfibio, estraneo alle logiche dello sfruttamento legalizzato, all’editoria di mercato, discendente di un nonno borghese saggio e onesto, artefice della fortuna di famiglia e vera figura educativa, purtroppo scomparsa troppo presto, eppure così viva nei ricordi infantili di “Catafalco”, uno dei racconti più belli dell’intero libro.

Guido è coerente, non ama i compromessi e il clientelismo, preferisce farsi cacciare dalla radio piuttosto che tacere, è onesto, accetta un lavoro pesante d’inseritore notturno per fronteggiare le tasse legate alla sua breve attività editoriale in proprio e per rifondere al suo socio almeno parte della spesa iniziale.
Guido è anche un esteta raffinato, legatissimo ai suoi oggetti, al suo mondo, alla casa che custodisce gelosamente, è distaccato dalle masse e dalla communis opinio.


Spesso si percepisce fuori tempo, il dialogo con gli adolescenti gli riesce difficile, si ritrova perplesso e smarrito, si sente già vecchio a trent’anni.

A volte Guido sembra rimpiangere un passato in cui la tecnologia era meno avanzata, la musica aveva un altro valore e non costituiva l’onnipresente e invadente sottofondo di ogni umana attività, le compilation erano una dichiarazione d’identità e il frutto di un lavoro di pazienza, il lato b era uno “stato mentale”.

L’autodefinizione di “dinosauro postmoderno” è ironica, ma non fuori luogo.

Le sezioni Casa, Lavoro e Musica risultano le più vivaci, l’intero lavoro è comunque vario, Franchi è uno sperimentatore, introduce un monologo interiore (“Tifoso bianco”), un paio di favole godibilissime (“Istrice” e “Micia”), a tratti spezza la sintassi e lascia le frasi sospese, riesce a inoltrarsi in pagine di analisi antropologica (“105.6”) molto attente.



La sezione Donne rivela tutta la precarietà dei rapporti di coppia odierni, la difficoltà a mantenere brillantezza, l’aggrapparsi a musica e poesia per poter sognare ancora. Nessuna figura femminile è convincente o forte nel tempo, tutte, a turno, vengono congedate o se ne vanno, partono come la madre, che se ne va col treno sbagliato.

“Non riesco a dire niente perché mia madre e io ce ne siamo andati sul treno sbagliato e non abbiamo mai avuto il coraggio di restare”.(p.128)
Lo stesso errore che, molti anni dopo, farà Guido con una ragazza.

La sezione dedicata alla Roma invece, con l’eccezione di “105.6”, risulta difficile da apprezzare per chi non condivide tanta passione per il calcio e non conosce fatti e personaggi nel dettaglio. I tifosi della Roma qui certamente si entusiasmeranno, personalmente ho faticato a completarne la lettura. Il calcio evoca in Guido la figura paterna, con la quale ha condiviso le partite allo stadio fin da bambino.

Di fronte alla decadenza contemporanea Musica e calcio costituiscono comunque occasione di sfogo e di relativa consolazione.

Ad incorniciare le sezioni, l’Antefatto e gli Interludi, sorta di basso continuo, squarci di autocoscienza, di impietosa consapevolezza e di scavo nella propria ricorrente depressione da parte di Guido.

“Sono una sigaretta che non si spegne, fuma soltanto”.

Un misterioso cane con gli occhi differenti gli appare, forse è un segno del destino.

Guido vorrebbe essere acqua e che la sua scrittura fosse scritta nell’acqua. A volte esplodono rabbia, dolore e frustrazione, che alla fine Guido trasforma in tensione verso il futuro, perché “il passato intossica”. Orfeo ha perduto tutto guardandosi indietro.

“Essere altro. Essere avanti. Essere lingua nuova, scrittura viva. Nuova.” (p.236)

L’ultimo interludio segna un passaggio su un ponte, Guido passa in una nuova fase della sua vita, si lascia il passato alle spalle, non ha certezze sul futuro, ma vede quel che lo circonda. L’importante è andare avanti fino alla meta, mantenendo l’equilibrio.


Chiude il libro lo splendido “Frontiere”: le radici di Guido sono lì, il bambino “addestrato alla schizofrenia” dalle varie componenti famigliari in contrasto tra loro diventa l’adulto che ha interiorizzato la frontiera e i contrasti.
Unica patria la letteratura.

“Ho scelto come patria la letteratura in lingua italiana con opportune commistioni dialettali e linguistiche perché io sono amalgamato così; ho scelto come patria la letteratura perché è terra di menzogna e oasi di invenzioni e meraviglia, non ha pretese d’essere vera o realistica ad ogni costo, né d’essere Storia: è storia delle storie, è tante storie insieme”. (p.306)

Dopo questo lavoro ci si aspetta da Franchi, magari di qui a qualche anno, un romanzo d’ampio respiro, forse una saga famigliare di frontiera, nella quale si ricompongano le origini e acquisti dignità e spazio anche una figura materna non più evanescente e fuggitiva.

Prodromi al saggio sui Radiohead: “Piazzale Michelangelo”, “Resurrecturis” e parte di “A scatola chiusa”.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Gianfranco Franchi (Trieste, 1978), detto Lankelot, ha pubblicato in poesia: L’imperfezione – Opera III (2002) e Ombra della fontana. (2003; Kult, 2006), poi confluiti ne L’inadempienza (Il Foglio Letterario, 2008). In narrativa: Disorder (Il Foglio Letterario, 2006) e Pagano (Il Foglio Letterario, 2007). In saggistica, ha curato la plaquette Lettere alle tre amiche di Scipio Slataper (Alet, 2007).

È stato coordinatore di due riviste letterarie universitarie, Ouverture e Der Wunderwagen, tra 1997 e 2003. Dal 2003 è responsabile del portale indipendente di arti e scienze Lankelot.eu. Vive a Roma. Collabora con diverse testate, web o cartacee; lavora da consulente editoriale per la narrativa.

Gianfranco Franchi, “Monteverde”, Castelvecchi, Roma, 2009.

Approfondimento in rete: rassegna stampa

Franchi in Lankelot.eu:

http://www.lankelot.eu/index.php?archivione=1&k[0]=letteratura-italiana&start=300

http://www.lankelot.eu/index.php?archivione=1&k[0]=letteratura-italiana&start=400

Marina Monego, maggio 2009


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30.07.2017