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"La battaglia dell’immagine". Christiane Apprieux alla galleria "La Parada" di Brescia

Giancarlo Calciolari
(27.05.2009)

La vera immagine è affrontata anche dagli studiosi più eruditi con nozioni come quella di “credenza”, come se l’efficacia delle immagini richiedesse un atteggiamento religioso. Non a caso il dibattito sull’immagine è sorto dapprima in ambito teologico.

È chiamata in causa non solo la credenza nelle immagini ma anche il bisogno di giustificare tale credenza.

In breve, per la teologia politica dell’immagine, oggi post-secolarizzata, è vera l’immagine connotata come vera dalla comunità degli interpreti. Nel caso di un dubbio di lettura, spunta infatti la comunità degli interpreti, che porrebbe i limiti dell’interpretazione.

Invece ciascuna immagine è vera e trae la sua efficacia dal potere della mente. Per inciso: le varie comunità degli interpreti cercano il monopolio sul potere delle menti. Il che è da dementi, nel senso che non c’è controllo che non realizzi lo scatenamento di quello che si vorrebbe controllare.

La realtà tale e quale sarebbe riprodotta dalle immagini vere è lo spaccio della bestia trionfante e del suo ordine, ogni società che si fondi sul totem e sul tabù.

Questo solo per introdurre il retroterra della contesa culturale sulla quale si staglia l’opera di Christiane Apprieux, che non riproduce la realtà tale e quale (ovvero non abbocca ai vari ammaestramenti sociali, quelli che l’avevano distolta provvisoriamente dal suo cammino artistico) semplicemente perché il suo lavoro riguarda ciascuna volta un lembo di reale: Quel qualcosa che si fa, che resta, che si trasforma. Tale è la sua invenzione artistica, scevra da ogni mimetismo, e semmai seguace della mimesi, che non è altro che la dimensione stessa delle immagini.

Ciascun lembo di reale, ovvero ciascuna opera di Christiane Apprieux sfugge alle catalogazioni religiose e a quelle militari, che provano solo la sensazione d’incredulità, l’altro nome dell’anticamera della psicotizzazione. E non solo ci sono gli osservatori e i censori politici, oltre a quelli religiosi, morali e mentali, ma c’è anche chi tra gli artisti tiene la contabilità della varie inscrizioni sociali, per presunta sovversione, anticonformismo, rivoluzione, antiautoritarismo...

Chi guarda le opere di Christiane Apprieux avverte la libertà come un loro aspetto, ovvero non cade nell’orbita della religione e nemmeno in quella militare, prerogativa delle avanguardie, sino alla transavanguardia. Le immagini che si stagliano dalle opere indicano come false quelle prodotte e riprodotte dallo scenario planetario di immagini, che peraltro le propone come immagini vere. Vere perché falliche. Vere perché immagini decretate tali dal potere costituito.

L’arte di Christiane Apprieux sorge anche dalla non accettazione dell’interdizione delle immagini conseguenti agli ordini delle genealogie di potere. Non si tratta d’intendere il suo lavoro artistico come reazione alla discriminazione sociale, come forma di autodidattica o come un gesto antiaccademico, ma come emergenza irrefrenabile dell’originario.

L’opera di Christiane Apprieux nella sua astrazione tende a fare limite al senso, oppure tende verso un certo vuoto di significazione? Tale domande sono poste a partire dall’orizzonte del senso e da quello della significazione.
Ciascuna opera è l’occasione per imbattersi in un effetto di senso (avvertito come controsenso), in un effetto di sapere (avvertito come sapere non corretto) e in un effetto di verità (avvertita come menzogna). È questo un altro modo di dire che ciascuna opera di Christiane Apprieux è originaria, ovvero è senza origine e ancora di più: senza (più) il principio d’origine (caro ai telecomandati da Dio, dal popolo, dal diavolo, dalla società, dalla famiglia, dall’ideologia, dall’amore, dall’odio, eccetera).

Le opere di Cristiane, come le pietre di Luca (19,40), parlano, e ancora di più se si confrontano con il silenzio generale dell’arte che asservita si fa decorazione, ornamento.


(estratto dalla prefazione al libro di Christiane Apprieux, "La battaglia dell’immagine", di prossima pubblicazione da Transfinito Edizioni)

Giancarlo Calciolari


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Specchio dell’enigma

Mostra personale:

"La battaglia dell’immagine"



presso la galleria “La Parada” di Brescia,

espone le sue opere più recenti



CHRISTIANE APPRIEUX


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Christiane Apprieux con l’art director Gi Morandini

L’opera di Christiane Apprieux non riproduce la realtà fisica o sociale tale e quale, semplicemente perché il suo lavoro riguarda ciascuna volta un lembo di reale: quel qualcosa che si fa, che resta, che si trasforma. La sua invenzione artistica, scevra da ogni mimetismo, e semmai seguace della mimesi, che non è altro che la dimensione stessa delle immagini.
Ciascuna opera di Christiane Apprieux sfugge alle catalogazioni. Chi guarda le sue opere avverte la libertà come un loro aspetto, ovvero non cade nell’orbita religiosa e nemmeno in quella militare, prerogativa delle avanguardie, sino alla transavanguardia. Le immagini che si stagliano dalle opere indicano come false quelle prodotte e riprodotte dallo scenario planetario di immagini, che peraltro le propone come le immagini canoniche del vero.

L’arte di Christiane Apprieux sorge anche dalla non accettazione dell’interdizione delle immagini conseguenti agli ordini delle genealogie di potere. Non si tratta d’intendere il suo lavoro artistico come reazione alla discriminazione sociale o come forma di autodidattica o come un gesto antiaccademico, ma come emergenza irrefrenabile dell’originario. Tale è la battaglia dell’immagine.



Inaugurazione:

Domenica 31 maggio 2009 alle ore 18,30

L’ingresso è libero. Interviene l’artista. L’esposizione è presentata da Gi Morandini, art director della galleria



Associazione Culturale “La Parada”

Via Milano, 64

Brescia

Orari d’apertura dalle 19 alle 21 dal lunedì al venerdì o su appuntamento.

Ar Director Gi Morandini, cell. 335 5633509

www.laparada.it

http://www.transfinito.eu/spip.php?page=recherche&recherche=christiane+apprieux


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