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L’ombra, la luce, la novella. Mostra di Alberta Marchi

Giancarlo Calciolari
(19.05.2009)

L’ombra della luce è un modo ironico per Alberta Marchi di affrontare la questione di quale ombra e quale luce. Nell’arte l’ombra è giunta allo sfumato con Leonardo e la luce con Cézanne è un’acquisizione per ciascun artista. La scuola d’arte della luce per antonomasia è quella di San Pietroburgo, mentre la scuola del colore è stata chiamata quella di Mosca. Ma cosa diviene la luce nell’astrazione, più che nell’astrattismo? A parte la questione che non ci sarebbe figura né figurativo senza una briciola di astrazione.

Fiat Lux! La luce non può prescindere dall’apporto del testo biblico e in particolare di quello evangelico, anche per chi lo ignora e si pone in una posizione laicista. La lezione del Paradiso di Dante è che la luce è ascolto. Il paradiso è irrappresentabile. Altra invece è la questione della figura di Cristo, pur mantenendo l’indicazione dell’Esodo (20, 4), così difficile da intendere (“non ti farai immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra”). La questione è così densa e complessa che anche i libri più specifici sulla questione dell’immagine non possono che partire dall’immagine di Cristo, come fa ad esempio Hans Belting.

L’iconoclastia e l’iconolatria, l’odio e l’amore per le immagini, hanno tentato di cancellare l’atto di Cristo. La Chiesa ha cercato anche di irreggimentare l’arte, ma l’attacco più folle contro la testimonianza artistica dell’atto di Cristo è venuto dalla militarizzazione dell’arte con il comunismo. Anche negli imperialismi c’è differenza: tra Napoleone che si tiene in camera la Gioconda di Leonardo e Stalin che distrugge un’opera di Bielutin.

Il pennello e la penna distinguono tra l’immagine e l’idolo: allora l’itinerario di Cristo, che ellenizzato col pathos diventa la sua passione, è aperto alla testimonianza dell’arte, senza il pericolo di edificare altri idoli, oltre a quelli che la società dello spettacolo propone e propina.

Allora, ecco i ritratti di Cristo nell’opera di Alberta Marchi, come l’intenso Cristo Trionfante.

 Ecco l’ombra inconciliabile dalla quale procedono le cose, e anche la luce. Non la gnosi che contrappone la tenebra e la luce, perché non c’è più ritorno da quando è stata creata la luce. L’ombra non sta dinanzi, sarebbe l’idolo degli ombrosi! E nemmeno la luce sta dinanzi, come ha creduto l’illuminismo, che si è concretizzato nella ghigliottina, nella separazione gnostica del puro dall’impuro, dell’ombra dalla ragione. Ancora l’idolatria, la dea ragione.

Alberta Marchi non nega l’ombra, non vuol vederci chiarissimo (Pirandello: ecco un lampo! Una cantonata!), c’è il contrasto, un modo dell’ombra, dell’apertura, con ironia ne propone l’apologia, per l’appunto con l’opera: Apologia del contrasto.

E gli altri volti, afferma Alberta Marchi, hanno il volto di Cristo come impossibile paragone. Ma è da questo impossibile confronto che prendono la forza i ritratti di Alberta Marchi, come quello di chi si situa molto lontano dall’imitatio Christi: Alienato con la monomania del bere.

L’ombra può sembrare evanescente, eppure conta molto di più l’ombra della caverna di Leonardo che le ombre dei prigionieri nella caverna di Platone. L’ombra è intoglibile. “Ombra comunque da rispettare!” dice Alberta Marchi.

L’ombra, la contraddizione, il due inconciliabile, dal quale procede la logica singolare e triale, che trova già la sua introduzione nel De Trinitate Dei di sant’Agostino. La luce procede dall’ombra. Nessun impero della luce, che promette la salvezza per meglio applicare il principio del terzo escluso, come spesso è il caso di donne, bambini, malati, stranieri, diversi… costretti nell’ombra.

Inevitabili nella vita il lutto e il dolore. L’ignoranza è un tesoro rispetto alla teoria della conoscenza che contro l’Esodo vuole figurarsi ogni cosa. Nell’itinerario di Alberta Marchi, Dio opera, è fede, come ha indicato l’escluso Spinoza, è inimmaginabile. Essenziale alla ricerca, senza più la ricerca di Dio, che è una prerogativa degli smarriti, o come li chiamava Maimonide: i perplessi.
Procedendo dall’ombra come modo dell’apertura e non più della chiusura, ciascun elemento è libero, originario, e entra nella parola: uomo, quiete, silenzio, ascolto, amore, esistenza … e quindi entra nella pittura di Alberta Marchi.

Vangelo è novella, mentre che sia buona o cattiva (quando è stata imposta come religione dell’impero) è l’ombra. Dall’ombra procede il vangelo che Alberta Marchi sta scrivendo con le sue opere, e procede anche la luce, l’arte dell’ascolto, sino all’approdo alla qualità, che richiede la lingua diplomatica, la lingua del paradiso, e non più la lingua dei litiganti, la lingua infernale, la lingua comune, quella senza Dio.




Testo per l’esposizione di Alberta Marchi, “L’ombra, la luce, la novella” in occasione del Festival Biblico di San Bonifacio (VR), quinta edizione, dal 29 maggio al 2 giugno 2009. La mostra si svolge presso il Foyer del cinema Teatro Centrale di Via Marconi.


Orari: venrdì, sabato e lunedì 16.20, domenica e martedì 9-12 / 16-20.

Inaugurazione venerdì 29 maggio ore 15,30.

Alberta Marchi in www.soaveinarte.it





 Giancarlo Calciolari


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30.07.2017