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Mario Tobino, "Le libere donne di Magliano"

Marina Monego
(12.05.2009)

“La mia vita è qui, nel manicomio di Lucca. Qui si snodano i miei sentimenti. Qui sincero mi manifesto. Qui vedo albe, tramonti, e il tempo scorre nella mia attenzione. Dentro una stanza del manicomio studio gli uomini e li amo. Qui attendo: gloria e morte. Di qui parto per le vacanze. Qui, fino a questo momento, son ritornato. Ed il mio desiderio è di fare di ogni grano di questo territorio un tranquillo, ordinato, universale parlare”. (p.95)

Nel 1953, data della prima pubblicazione del libro, Tobino ha esercitato già da alcuni anni la professione di psichiatra in vari istituti d’Italia. Ora è arrivato al manicomio di Maggiano, in provincia di Lucca, un ex-convento, una struttura enorme che ospita 1040 malati, duecento infermieri, diciannove suore.

È un luogo opprimente, un concentrato di deliri umani e di sofferenze, un autentico microcosmo nel quale anche i medici conducono una vita ritirata, isolata quasi quanto quella dei loro pazienti.

Tobino è responsabile del reparto femminile, a queste figure muliebri devastate dalla follia dedica pagine che riflettono tutta la sua dedizione, il suo disinteressato amore per un’umanità deturpata e sofferente, soggiogata da un male ancora misterioso, una dea bizzarra in grado di rimanere a lungo silente per poi risvegliarsi all’improvviso con inaudita violenza.

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Hiko Yoshitaka, "Femme absolue", 2008, cifratipo: acrilico su carta

“E questa malattia è un tal mistero che io ne vorrei fuggire, che ormai è molti anni che la guardo”. (p.117)

La pazzia è la vera dominatrice del manicomio, le sue urla costituiscono spesso il sottofondo alla scrittura di Tobino, che vive lì, in un isolamento quasi monastico, circondato dalle malate – alcune tra le “tranquille” si dedicano con amorevole dedizione al “servizio medici” – dalle infermiere, da diafane e misteriose suore, che a una certa ora della sera si ritirano tutte nel loro dormitorio per ricomparire con i loro grandi copricapi inamidati il mattino dopo, pronte al lavoro.

Le condizioni delle malate sono terribili, la pazzia non conosce cure precise e i deliri erompono in tutta la loro forza, trattenute da mura potenti, da inferriate, chiavistelli, vetri molto spessi. Tobino non parla di altri mezzi di contenzione e solo una volta accenna di sfuggita all’elettrochoc, che pure era praticato.

Il manicomio è un luogo di reclusione nel quale si arginano almeno i danni sociali della malattia mentale, le si impedisce di venire a contatto con il resto del mondo. Le malate sono divise in categorie, le più tranquille possono svolgere piccole attività, hanno i loro momenti d’aria nel cortile; le agitate, nelle fasi peggiori, vivono rinchiuse in celle dalle pareti nude, con una porta robusta dotata di uno spioncino di vetro spesso. La finestra, nei casi più pericolosi, è posta molto in alto cosicché neppure saltando ci si arriva e comunque il davanzale è inclinato. Da un rettangolo traforato e coperto di griglia, vicino al pavimento, proviene l’aria calda del termosifone.

La malata è nuda, se non dimostra la tendenza a stracciare tutto, le vengono dati il materasso e la coperta, altrimenti la si tiene “nuda all’alga”, le viene cioè posto nella cella un mucchietto di alghe particolari, dalle lunghe ciglia, che opportunamente seccate hanno il potere di emanare calore come una coperta, sono lavabili, non prendono fuoco. Per tutto il tempo necessario l’alga costituirà la coperta e il vestito dell’ammalata, libera di gridare, strappare, agitarsi.

I pazzi sono “furenti sacerdoti di ciò che la loro stessa mente sprigiona”.

Sono i ritratti di queste donne che Tobino ci offre, donne spesso preda di catatonie inviolabili, schizofrenia, manie, deliri erotici. Sono scarmigliate, vestite con la divisa del manicomio, senza belletti, senza orpelli, eppure Tobino coglie in loro squarci di bellezza straordinaria, ne intuisce le storie, i pensieri, posa su di loro uno sguardo di fraternità, che non lo lascia immune dalla sofferenza.

“Con i matti che comunicano le loro leggi io con facilità mi accomodo, si cammina sullo stesso binario e se un improvviso spettatore dovesse d’un subito giudicare chi dei due è il malato si troverebbe incerto; e tale mio esercizio, che dei giorni ripeto con frequenza, mi stanca e ritorno al mio andito con la nebbia di una vaga angoscia, quasi un convalescente, come se quei minuti che mi trasferivo nella mente del matto, abbandonando la mia, fosse come andare nell’inferno, vivere nei gironi, avere oltrepassato le fredde acque dell’Ade, e ritornassi alla vita con l’anima ancora ghiacciata dalla morte”.(p.70)



I suoi ritratti ricordano quelli dei pazzi di Gericault, ma desiderio più profondo di Tobino non è solo narrare, è coltivare la piccola parte ancora normale dell’animo delle malate e farla fiorire.

Queste donne – povere, recluse, a volte dimenticate – Tobino chiama libere. Libere perché la pazzia sgomina tutte le ipocrisie, i freni inibitori e le sue matte, scatenate durante l’estate in abbracci e amori tra loro, dove proprio le più deformi, le più idiote sono maggiormente ricercate, gli paiono creature sommamente libere, vittoriose, vere. Finalmente lì, in quei cortili, sono se stesse, ambasciatrici di quella dea strana e terribile.

“Questi matti sono ombre con le radici al di fuori della realtà, ma hanno la nostra immagine (anche se non precisa), mia e tua, o lettore”. (p.34)

Tobino vuole presentare però l’intero universo manicomiale nelle sue varie componenti: ci racconta di sé e di un collega, delle infermiere, in maggioranza attempate contadine zitelle che, poco per volta, riescono a trovare un marito, un vedovo o un agricoltore alla ricerca di uno stipendio (e di una futura pensione) sicuro. Per la realtà rurale circostante il manicomio è una fonte di reddito importante, una vera risorsa che consente, nel tempo libero dal lavoro, di dedicarsi alla campagna. I contadini desiderano che i loro figli trovino un impiego nel manicomio.

Ad assistere i malati c’è inoltre un folto gruppo di suore, cui Tobino dedica pagine di simpatia, umanità e grazia, le vede come creature misteriose e celesti, efficienti, lievi, sebbene con i loro difetti. In estate,dal terrazzino, “le loro voci si alzano come una zuffa d’ali, gioco del paradiso”, e bellissimo è il racconto delle ore trascorse con tre di loro in una sorta di gita fuori dal manicomio.

Penosi invece i riferimenti ai bambini “degenerati” e ai parenti del matti, che “hanno un marchio nel fisico, nell’animo, nella mente”, sono tutti uguali, hanno retto alla pazzia, ma sono stremati dopo quello che hanno passato e “vengono a trovare i derelitti forse più felici di loro se l’abbandono e la sincerità è una benedizione del Signore, e i matti sono svincolati dalle normali leggi”. (p.104)

Va osservato che, se molti esempi di follia sono veramente descritti come pericolosi, vi sono anche casi sociali che in tempi più moderni avrebbero potuto esser risolti in modo meno drammatico. Una donna vittima di violenza domestica inaudita, picchiata selvaggiamente sulla testa dopo esser stata svegliata in piena notte è ben motivata a dare segni di squilibrio, ma dovrebbe venire rinchiuso l’autore della violenza.

Lo stile di Tobino si rivela efficace, fluido, libero da certi barocchismi che si erano notati in precedenza. La sua attività letteraria ha proseguito, si è raffinata e l’Autore ha imparato a dominare certe effusioni eccessive di lirismo. L’attenzione alla natura non manca, ma è più controllata, ha un ruolo d’accompagnamento alla sinfonia di base costituita dai ritratti umani e dai fatti quotidiani della vita manicomiale.
Ispirazione profonda del libro è l’amore fraterno per creature sentite come diverse, ma non meno degne. Scrive Tobino nell’introduzione alla ristampa del libro nel 1964:

“Scrissi questo libro per dimostrare che i matti sono creature degne d’amore, il mio scopo fu ottenere che i malati fossero trattati meglio, meglio nutriti, meglio vestiti, si avesse maggiore sollecitudine per la loro vita spirituale, per la loro libertà”.

E ancora:

“E ora, se un piccolo potere ha la letteratura – e mi piacerebbe avere il diritto di dire la poesia – questo libro davvero si ripubblica per domandare ai sani se non sia giunto il tempo di aiutare chi è sulla soglia, in bilico se rientrare nel mondo o invece ripiombare nella caverna. Per i sani è giunto il momento di fare i loro dovere verso i folli. E, per aiutarli, è semplicemente necessario aumentare il numero dei medici, degli infermieri specializzati, è necessario costruire piccoli ospedali per modo che ogni malato sia una persona e non un numero pressoché anonimo, è necessario e obbligatorio innanzitutto non dare soltanto il denaro, ma partecipare, sorvegliare, criticare, appassionarsi a ogni passaggio di questa meravigliosa impresa contro la pazzia, la più misteriosa dea che esista al mondo”.

Parole quanto mai attuali nonostante la rivoluzione degli psicofarmaci e la legge Basaglia.





Edizione esaminata e brevi note

Mario Tobino (Viareggio 1910-Agrigento 1991) psichiatra e scrittore italiano

Mario Tobino, Le libere donne di Magliano, Milano, Oscar Mondadori 1982. Introduzione di Geno Pampaloni.

Links:

http://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Tobino

http://www.italialibri.net/autori/tobinom.html

http://www.fondazionemariotobino.it/tobino_vita.php



Prima edizione su Lankelot.eu


Marina Monego, aprile 2009


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