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La città facendo, secondo il progetto e il programma di vita di ciascuno (irrappresentabile nella dicotomia padrone/schiavo, e anche amico/nemico), è la città dell’arte, della cultura e della scienza. Nulla a che vedere con la città spaziale, lottizzata e soggetta al controllo delle bande, presenti in ogni strato della società.
La città vista è la morte della città. Perché le cose si intendono senza visione, senza il sogno di padronanza sulle cose, che diverrebbero fatte a immagine e somiglianza dei desideri degli argillosi, glebei, terrestri. La Bibbia, a chi la interroga in modo irreligioso, ovvero non canonico, non secondo i legami connotativi sociali, offre spunti impensabili all’analisi. Sia il Genesi che l’Esodo indicano come la città di Caino non regga. Il crimine che gli umani avrebbero commesso tra fratelli, come ha scritto Freud in Totem e tabù, rovina la città. Gerusalemme, il paese di latte e miele, è l’altra città, quella che non si edifica sulla Repubblica di Platone e nemmeno sulla Politica di Aristotele. Babele rovina e le cose restano inimmaginabili, irrealizzabili. Infatti anche oggi, la Gerusalemme realizzata è lottizzata dai tre monoteismi. L’altra Gerusalemme è sempre da edificare, nella sua insituabilità.

La città di Caino è la città che risponde alla tentazione del serpente, quella della conoscenza del bene e del male, ovviamente praticando il male e poi purificandosi sino al raggiungimento del bene ideale. L’araldica, che non è diffusa solo nelle insegne delle città e delle squadre sportive, indica la “zampina della bestia”, ossia la genealogia seriale animale, garantita da Darwin. I figli della bestia sono cavalli di razza o cavalli pazzi, lupi o agnelli … Introvabile è solo il veltro, invocato da Dante contro le tre fiere sociali.
Anche la più semplice analisi sociologica (per altro debitoria delle fantasie sociali del suo creatore, Comte) delle città d’Italia, e delle altre del pianeta, constata i principi tanatologici su cui si fondano. E ognuno pensando di trarre dei vantaggi secondari sopravvive, ovvero aderisce all’ordine fallico, che è appunto quello del serpente.
Rari sono coloro che leggono il Genesi come la vanificazione del paganesimo, che solo tardivamente troverà la sua scrittura con Platone e la sua formalizzazione logica con Aristotele. Ovvero, per esempio, il poeta escluso dalla città di Platone diviene il principio del terzo escluso di Aristotele. Persino le gerarchie cattoliche oggi, segnatamente i “teorici”, i teologi, sono alle prese nella lotta contro il serpente e non per la battaglia di vita.
Noi, come i sofisti, non stiamo in nessuna classe, e la nostra partita è il preludio a un’altra politica e a un’altra città. Città inconfiscabile, città inlottizzabile. E se il rumore di fondo è alto nei vari media è perché il cannibalismo come tentativo impossibile non è in crisi. Eppure, l’altra città è la città dove cessa il brusio della lingua dei litiganti. Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito.eu"