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Il potere è un verbo

Hilda Perek
(1.04.2009)

Potere, in latino popolare, rifacimento del verbo classico posse, “essere capace di”. Poi ha preso anche il senso di “avere importanza, influenza, efficacia”. Il senso di “è possibile” è più antico e viene da potis est. L’aggettivo potis è “padrone di, possessore di”, senso conservato in possedere o potente. Il potenziale, il possibile vengono da questa costellazione linguistica. Potis proviene da un termine indoeuropeo poti che designava il capo di un gruppo sociale, famiglia, clan, tribù, ricostituito grazie al greco posis, nel senso di “sposo”, al sanscrito patih, capo famiglia. Potenza è anche la traduzione corrente del termine greco che alla lettera dà dinamica.
Non il potere dei piedi ma il potere del capo. Il capo popolo, il capo gruppo, il capo partito, il capo famiglia. Il potere come causa nella sua verticalità fallica. Scende dall’alto, dall’altissimo e piramidalmente si distribuisce. Il potere come causa, non il potere come effetto, il potere del fare, che non spartisce nulla con l’algebra del fare tra affaccendamento e dolce farniente.

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Christiane Apprieux, "Senza titolo", 2009, argilla

In una donna che lavora, che manda avanti la casa, che cucina… c’è potere. Il potere non è potere dell’altro. L’altro diventa Altro solo per delega. Il dio degli uomini e il dio delle donne sono tali per delega. Occorre la decisione assoluta di non delegare la propria vita a nessuno. Ogni delega costituisce il credito gratuito di chi presume di fondarsi sul potere fare e sul potere sul fare.

Poter fare, ma anche voler fare, saper fare, dover fare. Sono i quattro verbi del soggetto, che è la protesi fallica per eccellenza. E il fallo, come ogni psicanalista sa, uomo o donna, non riguarda solo gli uomini. È principio di orientamento, di misura anche per la quasi totalità delle donne, basta notare la debolissima trasversalità tra i ceti sociali e tra le società. Non riguarda solo le caste indiane. Sono rarissime le donne di un ceto ritenuto socialmente superiore che scelgono partner di ceto inferiore. E ovviamente l’inverso non è solo il frutto del potere maschile di scegliersi donne di ceto inferiore per padroneggiarle meglio, è anche il risultato di un amore del fallo, che non prenderlo in considerazione è ridicolo.

Non è in causa in questa lettura quell’ampia parte dell’immaginario maschile (che come Lacan dice della donna che non è pas toute bisognerebbe dirlo per quei rarissimi uomini che non fanno parte della volgare schiera) che si attualizza e ritualizza sotto i nostri occhi. È chiaro che ci sono paeselli e forse quartieri interi di città italiane e francesi dove gli uomini si vanno a comprare la moglie in Romania o in Thailandia per averne una “indietro di cinquant’anni”, perché non riescono a rapportarsi con una donna moderna, meno succube anche del potere della Chiesa, che in Italia ovviamente la fa da padrone.

Quello che alcune teoriche del femminismo chiamano il potere degli uomini è il “fallo” ed è il sistema genealogico delle società, applicato con precisione quasi assoluta da uomini e donne. Gli uomini non hanno nessun beneficio primario, come le donne non hanno nessun beneficio secondario nella falloforia. Entrambi i benefici sono sostitutivi della vera vita. Il godimento non ha nulla a che vedere con il beneficio e neanche con il maleficio.

Uomini e donne si attengono al plus valore fallico, e da questo assioma fanno dipendere valutazioni, alleanze, decisioni. Il potere come causa è cercato a tutti i costi, in tutte le direzioni, a qualsiasi condizione e con tutti i mezzi e, una volta trovato, fanno di tutto per conservarlo, accumularlo, erigerlo a scala di Giacobbe che arrivi sino a Dio, dove il fallicismo è puro, bianco, supremo.

Infiniti uomini a una dimensione e infinite donne a “enne” dimensioni, cogitano, ovvero hanno conati, si muovono spinti dal bisogno di gareggiare, di vincere, di primeggiare in una gara fratricida, perché il padre e la madre sono dati per morti, secondo quella morte della famiglia su cui filosofeggiava l’antipsichiatra David Cooper, oggi caduto del dimenticatoio. In questo gioco le donne si trovano tra il pubblico e più spesso a casa, ma non senza responsabilità di come va il mondo. La presunta non responsabilità delle donne perché ce ne sono poche al potere vale come delega di responsabilità e ottiene l’opposto di quanto ricercato, ovvero ingrassa i grassi, gli ottimati, come li chiama Machiavelli. E giustamente è un’immagine fallica.

Occorre interrogare il legame con il potere e i suoi intrecci con la sessualità maschile e il legame di sottomissione al potere e i suoi intrecci con la sessualità femminile.

L’opportunità non soggiace all’algebra del pari e del dispari. La pari opportunità è sempre l’opportunità parziale, quella appunto distribuita geometricamente dall’ordine fallico. L’opportunità autentica è quella della politica prima, come la chiama Luisa Muraro, la politica del fare di ciascun gesto, ciascun momento. Ciascun istante è di valore.

Una volta Lacan ha detto che chi crede di pensare con la testa in effetti pensa con i piedi. Magari! Se i pensatori del capo, sino al capo dei pensatori, producono e riproducono i danni contro la vita in ogni angolo del pianeta, allora non resta che pensare con i piedi. Fine della battuta. Non pensavo ai piedi “umani”, pensavo a quelli metaforici, come nell’espressione “il piede del tempo”. Ciascun istante poggia sul piede leggero della Gradiva (di Jensen) che tanto ha fatto sognare Freud, al punto da pensare che la via regia all’inconscio stesse nella lettura del sogno.






Hilda Perek. Parigi, Verona. Psicanalista, scrittrice d’arte, segretaria di redazione di "Transfinito"


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19.05.2017