Transfinito edizioni

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Il romanzo del cuoco

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Giancarlo Calciolari
La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

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Christian Pagano
Dictionnaire linguistique médiéval

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Fulvio Caccia
Rain bird

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Jasper Wilson
Burger King

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Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

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Imago. Non ti farai idoli

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Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

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Pontormo il freddo e la luna

Paolo Pianigiani
(8.03.2009)

Empoli, Teatro Shalom, Febbraio 2009

Il testo e la regia sono di Simona Peruzzi. L’attore protagonista è Riccardo Zini, che ha impersonato la figura di Jacopo da Pontormo, dandogli uno straordinario respiro contemporaneo.

Il ragazzino, quasi un fantasma, che compare nel vuoto della stanza, irridente e scanzonato, è interpretato da un bravissimo Federico Masi.

Lo spazio teatrale è ridotto al minimo: pochi oggetti, fari a illuminare uno spazio chiuso. Siamo al secondo piano della casa dove Jacopo si è barricato: per scendere usa una scala che può essere tirata sù, isolandosi dal mondo esterno. Di sotto lavora uno speziale, un maledetto e rumoroso speziale, che macina e macina i suoi intrugli, interrompendo il flusso di pensiero dell’artista. Riceve visite da amici, come il Bronzino, che vorrebbero invitarlo fuori, a cena, nel mondo normale, e lo chiamano dal basso, dalla strada. Ma lui non risponde, ha altro da fare e da pensare. Si stancheranno, prima o poi, di chiamare, se ne andranno, lo lasceranno solo.

Il tormento invade l’incespicare di Jacopo, che percorre lo spazio della scena come un leone in gabbia, prigioniero delle sue fobie. Le citazioni sono quasi testuali, sia dalla lettera di Jacopo a Benedetto Varchi, dove si afferma la superiorità del disegno sulla scultura e sulla pittura, che dal Diario, da lui stesso intitolato “Il libro mio”, vero e spietato autoritratto degli ultimi anni di vita e lavoro del maestro pontormese, impegnato a emulare, se non superare, il divino Michelangelo sulle pareti del coro di San Lorenzo, a Firenze: la chiesa dei Medici, i suoi committenti e padroni.

Il dialogo con il mondo è un monologo, appena interrotto dalla presenza casuale di un ragazzo, arrivato non si sa come né perché a violare la sua solitudine. Si improvvisa suo allievo, si mette a copiare un disegno, dando la possibilità al pittore di ricordare quando anche lui era ragazzo di bottega e doveva ricopiare all’infinito i disegni dei Maestri che ebbe, grandissimi: Leonardo, Piero di Cosimo, Andrea del Sarto. Necessario copiare e copiare, per impadronirsi alla perfezione dello stile del Maestro, per poi allontanarsene, appena il genio personale reclamerà la sua vita propria.

Il ragazzo somiglia al “portatore d’acqua”, l’agile fanciullo che “vibra” di vita e di movimento sulla cima di una scala nel bellissimo lavoro pontormesco del Cristo davanti a Pilato, che si trova alla Certosa. Dipinto per ricompensare i frati per l’accoglienza, durante la peste che infuriava a Firenze.
La scenografia è ridotta all’essenziale, gira intorno a una tavola metallica, una lamiera sonora e oscura, dove appaiono e scompaiono i sogni, le pitture, le forme, ma che è anche la porta chiusa di una camera da letto, dove dorme distante l’allievo, quello vero, di Jacopo, che dovrebbe invece accudirlo e rispettarlo, come merita. E che non compare mai, è uscito mentre il Maestro dormiva: tornerà, forse, fra qualche giorno.

Il messaggio che attraversa, sottile, il lavoro di Simona Peruzzi è il desiderio di riportare in vita un artista, figlio illegittimo del suo tempo: la sua sensibilità esaltata, i suoi timori, le sue allucinazioni.
E l’attenzione esagerata al tema del corpo, della carne, descritta nella sua corruzione nei cadaveri degli affogati, ritratti forse dal vero, come avrebbe fatto, di lì a poco, il Caravaggio, che fanno da sfondo al grande Diluvio affrescato nel Coro di San Lorenzo. Il Vasari non gli perdonerà quelle figure, subito marchiate a fuoco come troppo “tedesche” e quindi contaminate dall’eresia. Saranno abbattute nel settecento, sepolte dal nulla crudele del bianco dell’intonaco, dall’ultima propaggine del potere dei Medici, l’Elettrice Palatina. Senza rimpianti da parte dei contemporanei, ben contenti di vedersi togliere dalla vista quei morti affogati.

Jacopo ci ha lasciato nelle opere, nei disegni, nel “libro suo” un urlo sommesso: un continuo tormento interiore, che ce lo rende così vicino, nella distanza dei secoli. I suoi pugni contro una porta chiusa sono anche i nostri, contro un mondo che ci appare sempre più lontano e oscuro.







Paolo Pianigiani. Firenze, Praga. Artista, scrittore, redattore di “Transfinito.eu”, direttore del sito di referenza su Dino Campana.


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30.07.2017