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Gérard Haddad. Psicanalisi e ebraismo

Giancarlo Calciolari
(5.08.2009)

Come ha esordito la sua ricerca sui rapporti tra psicanalisi, testi ebraici e questione ebraica?


È cominciata durante la mia analisi, più precisamente nel momento in cui sono entrato nella fase che Lacan ha definito come passe, ovvero nel momento in cui ho cominciato a ricevere i pazienti, pur proseguendo per anni la mia analisi. Certamente c’è stato quel momento del mio primo incontro con lui, che ho messo degli anni a decifrare. All’epoca ero un militante politico, membro del partito comunista, nel quale avevo alcune responsabilità. Ma nel momento in cui ho girato per la rue des Saints-Pères, per imboccare la rue de Lille e andare al mio primo appuntamento, ho avuto la visione del velo che ricopre il Santo dei Santi nell’antico Tempio di Gerusalemme. È un fantasma che avevo avuto quando ero adolescente. L’ho raccontato a Lacan alcuni minuti più tardi. È stato molto colpito. Credo anche che sia impallidito prima di dirmi: “Lei comincia la sua analisi dal punto dove gli altri la finiscono".
Poi ho dimenticato questo e l’analisi si è sviluppata, ha avanzato; ho fatto delle cose, ho fatto i miei studi di medicina, e poco a poco il mio interesse per il giudaismo è emerso. Lacan non mi spingeva in questo senso ma avvertivo i suoi incoraggiamenti. Più tardi quando ho conosciuto più a fondo i testi di Lacan, in particolare uno che mi ha marcato, trascrizione di un’emissione alla Radio belga, Radiophonie, in cui si trova un paragrafo dove parla del rapporto tra Midrash (non conoscevo neanche la parola, è quindi lui che me l’ha insegnata), e psicanalisi ho afferrato quanto questa domanda era fondamentale per lui. Ho fatto il punto di questa ricerca nel mio ultimo libro, Il peccato originario della psicanalisi, espressione che Lacan utilizza per designare il male che rode la psicanalisi a causa di qualcosa che in Freud, ovvero il suo rapporto al giudaismo, non era stata mai analizzata. Attribuiva la sua "scomunica" dall’IPA al suo progetto di riaprire tale questione.

Hiko Yoshitaka, "Giocolieri che vanno dovunque", 2008

Il mio interesse per il giudaismo ha evidentemente delle ragioni interne, dei ricordi di infanzia che la mia cura ha svegliato. Nell’infanzia mi sono aperto alla vita dello spirito, alle domande fondamentali, proprio attraverso il giudaismo e i suoi testi. Poi ho rigettato tutto in un ateismo di facciata. Le prime persone che mi hanno parlato in modo interessante sono stati alcuni rabbini. Mi ricordo delle parole di un rabbino, il sabato pomeriggio, che ci faceva il Midrash senza che la parola non fosse mai pronunciata. Ero affascinato da tutti quei commenti biblici. Era la rivelazione di un universo meraviglioso che spiccava dal mondo piuttosto grigio, triste e senza interesse della mia infanzia. Era una specie di finestra aperta che mi permetteva di respirare intellettualmente.


Lacan ha effettuato la lettura che Freud non ha fatto del suo rapporto col giudaismo? Lei pone l’obiezione che Lacan si riferiva soprattutto al Cabala…


Questo è secondario. Il fatto più importante è che Lacan durante la sua vita, dal suo primo testo sulla famiglia, si è confrontato con la questione ebraica, col giudaismo. Certo in un modo che considero come ambiguo: da un lato fascino e vivo interesse, dall’altro una specie di detestazione, altrimenti si sarebbe convertito al giudaismo. Per altro, sembra, a un certo momento è stato tentato di farlo. Non ne non so niente. Ma ciò che conta è il fatto che riteneva importante di interessarsi al giudaismo quando si fa lo psicanalista. In ogni caso è così che l’ho inteso.


Lacan, dunque, non ha risolto l’enigma del confronto della psicanalisi col giudaismo?


Risolvere l’enigma che cosa vuol dire? Lacan ha nutrito la sua opera, tra tante altre cose, con la sua riflessione sul giudaismo. Ciò l’ha condotto a correggere certi errori di Freud come quello di Totem e tabù, per esempio, che chiamava: “Totem e debout [ in piedi] ", storia incredibile, da dormire in piedi. Non esitò a dire che questa opera era il frutto della nevrosi di Freud. Credo che seguendo questa critica, ho compiuto qualche passo in più coi miei lavori Mangiare il Libro e Le follie millenaristiche in cui ho costruito una nuova teoria della paternità e delle sue metamorfosi.
Questa nevrosi ha trascinato con sé una serie di gravi problemi per la psicanalisi, in particolare la posizione di Freud rispetto a Jung, incensato in un primo tempo, e poi soggetto di una brutale rottura. Se si legge la biografia di Jung, libro tanto bizzarro quanto interessante, si trova un rimprovero di Jung a Freud: lei ha un problema con la religione. Lei è una persona molto religiosa e non vuole vederlo. E è forse questa la ragione profonda della loro rottura. Ma questa non è anche la critica che Lacan va a riprendere?
Lacan incontrò Jung. Durante un anno, nel 1937, andava a Zurigo tutti i quindici giorni, per vederlo. Ma che si sia chiaro: Lacan non aveva una grande stima per la dottrina junghiana. Ma amava avere l’informazione di prima mano.


È uno scoop?


Forse. In ogni caso me lo ha detto Michel Cazenave, filosofo e responsabile della pubblicazione delle opere di Jung in francese, un amico che apprezzo molto per la sua apertura intellettuale. Si è recato a incontrare la famiglia di Jung che gli ha mostrato le agende del padre, ed egli ha constatato che il nome di Lacan si trovava annotato tutti i quindici giorni durante un anno, il 1937, probabilmente nel momento in cui la sua relazione con Loewenstein si era degradata. Ci sarebbe un lavoro da fare su questa cosa. Ho scritto un articolo su: “Freud, Jung, Lacan: un nuovo oggetto teorico " (1), un triangolo in cui ogni vertice illumina gli altri due altri, anche se Jung dice delle cose che noi freudiani non possiamo accettare, ma nello stesso tempo è un testimone che ci insegna altre cose. In ogni caso sono giunto alla conclusione, in seguito a incontri con gli amici junghiani, che l’esclusione di Lacan è stata forse la ripetizione dell’esclusione di Jung.


Ma Freud che sapeva del giudaismo?


I lavori dell’eminente universitario Yosef Haym Yerushalmi sul Mosè di Freud, mostrano che Freud leggeva l’ebraico. Yerushalmi ha fatto un lavoro sulla dedica in ebraico che il padre di Freud, Jakob, ha inserito in una Bibbia che ha offerto a suo figlio per i suoi trent’ anni, in cui gli dice: quando eri bambino l’hai studiata. Ci si può immaginare che un padre scriva a suo figlio in una lingua che questi non comprenderebbe? Questo non significa comunque che Freud fosse molto istruito negli studi ebraici. Ma era l’atmosfera intellettuale che respirava. Io stesso quando ho letto un poco il Talmud, scoprii che ne sapevo qualche cosa senza averlo mai aperto.


Quando Lacan si interessa al rapporto di Freud col giudaismo, si interessa anche al modo in cui Freud ha scoperto la psicanalisi.


È un mistero anche per Lacan. Come “questo piccolo medico viennese” abbia potuto inventare questa cosa enorme che è la psicanalisi? È proprio quello che cerca di comprendere attraverso la sua interrogazione del giudaismo. Ciò l’ha condotto alla domanda sull’inanalizzato di Freud che chiama “Il peccato originario del psicanalisi". Lacan nel 1964 fa questa interpretazione che i suoi allievi non vogliono vedere (ma Lacan ha avuto veramente degli allievi?). Non è stato escluso per le sue sedute corte, che all’epoca non erano poi così corte, è stato escluso per avere voluto riaprire la questione del “peccato originario della psicanalisi”.


Dice anche che è stato escluso per avere introdotto il nome-del-padre, un termine che non esisteva nella psicanalisi.


È la stessa cosa, dico proprio questo. Con il nome-del-padre voleva riprendere la questione del giudaismo, con Abramo, il sacrificio di Isacco e tutto il resto. E nessuno dei presunti allievi lo coglie. A parte me. Il mio libro su Il peccato originario della psicanalisi, aveva per progetto di riaprire tale questione fornendo alcuni documenti essenziali. Tutto ciò, evidentemente, avrebbe meritato alcuni dibattiti coi colleghi “lacaniani “, e quindi d’essere invitato nelle loro associazioni. Eh bene no! A parte due o tre piccoli gruppi, nessuno. Questo la dice lunga sullo stato di decadenza teorica di questi gruppi.


Non c’è stato dibattito?


No, nessuno. È la stessa questione che è rimossa senza tregua, ivi compreso da quelli che si vantano dell’insegnamento di Lacan. Nel mio interesse per il giudaismo non c’è nessuno sciovinismo. Politicamente ho posizioni molto chiare sul problema palestinese. Penso che la politica israeliana sia una catastrofe, ivi compreso per il popolo ebraico, e che essa sia condannabile. Per me, in quanto psicanalista, il giudaismo è una questione teorica, che bisogna abbordare come tutte le altre questioni teoriche. Certi analisti ebraici affrontano oggi tale questione sul modo sciovinista, mettendo Freud nel Pantheon dei grandi uomini ebraici a fianco di Einstein e di alcuni altri. Il mio maestro Leibowitz diceva a queste persone che non è il giudaismo che ha offerto Einstein alla scienza, è la scienza che ha fatto un regalo al popolo ebraico con Einstein. Leibowitz cercava di vanificare il narcisismo del popolo ebraico che ha perso da una parte il contatto coi suoi valori tradizionali e dall’altra parte, in proporzione, si compiace in uno sciovinismo catastrofico che istupidisce.


Lei sostiene che Lacan nel suo confronto col giudaismo si sarebbe perso, trascinando i suoi discepoli in un vicolo cieco, in particolare a proposito della nozione di nome-del-padre.


Occorre parlare chiaro. Provo un immenso debito per Lacan che fu il mio maestro. È in nome della mia stima per lui che mi permetto alcune obiezioni. La questione del nome-del-padre è abbastanza bizzarra in Lacan.


Non è chiara.


Non è per nulla chiara. Una delle cose capitali per me che Lacan ha portato alla teoria freudiana è la sua teoria delle psicosi come forclusione del nome-del-padre. La trovo molto importante perché l’ho verificata personalmente nella mia cura, nella mia pratica, nelle mie osservazioni. È una nozione fondamentale per me; tranne che per la maggior parte delle persone che non sanno cosa sia. Ho seguito Lacan da vicino, in particolare ho assistito alla sua presentazione dei malati. C’è stato un giorno una presentazione di malati decisiva, nella quale ha detto: ecco, un caso concreto di ciò che chiamo una forclusione. Credo che eravamo nel mezzo degli anni 70 del secolo scorso.
Il nome-del-padre è essenzialmente la religione, il gruppo in cui si nasce. La storia di questo giovane uomo, molto psicotico è la seguente: i suoi genitori erano stati deportati e dopo la liberazione hanno fatto tra di loro un giuramento, quello di non dire mai al loro bambino che erano ebrei, affinché non soffrisse come loro. E Lacan ha detto: è quello che chiamo una forclusione. È il fatto che hanno cancellato la loro origine ebraica.
Dunque ha mantenuto fino alla fine della sua vita questa teoria della forclusione come causa della psicosi; ma allo stesso tempo ha percepito che il mondo intero oggi funziona sulla forclusione del nome-del-padre, e che il mondo di oggi è totalmente pazzo. Nel mio libro Il giorno in cui Lacan mi ha adottato ho intitolato un capitolo “Tutti all’asilo ". Questa espressione era sua. Pensava che eravamo diventati tutti matti e non esitava a dire: Sono un isterico asintomatico, ossia un psicotico. Siamo in un mondo pazzo.
Detto questo, a partire da un certo punto della sua vita, diciamo a partire dal seminario sul transfert, sembra cercare una nuova via. Mentre alla partenza il nome-del-padre era la chiave di volta dell’organizzazione simbolica, il punto d’appoggio nell’incessante deriva del significante sulle onde del significato, sembra volere conferire questa funzione d’appoggio all’oggetto a. Sembra rigettare questo nome-del-padre, lo ridicolizza parlando pure degli “asinelli-del-padre ", gioco di parole tra nome ed asinelli [ânons]. Come se avesse voluto superare la teoria che aveva costruito, superare forse Freud. In breve, ci si perde un po’. Forse cercava una via per il trattamento delle psicosi, questa terra promessa di cui parlava Freud rivolgendosi a Jung.
Per me la questione del nome-del-padre non ha niente di teorico, appartiene al vissuto, propriamente al vissuto tragico. Ciò è stato molto importante nella mia vita, perché io stesso ero in un processo forclusivo rispetto al giudaismo. A partire dalla mia analisi, e con l’aiuto di mia moglie, ho provato a ricostruire qualcosa di questo significante nella mia vita. Abbiamo sentito il pericolo che pesava sulla nostra famiglia e in particolare sui nostri figli. E da quando mi è riuscito questo fai da te riparatore, la mia vita ha preso un’altra piega. È diventata molto più feconda. Scrivo, rifletto. Ho l’impressione d’avere un destino. È Lacan che dice nel seminario Il transfert: “ecco ciò che si chiede alla psicanalisi: di darci un destino”.
Perché se non abbiamo un destino siamo ciò che si chiama in ebraico un oggetto efker, un oggetto abbandonato, un senza domicilio fisso della vita, che ogni passante può calpestare. Prima della mia analisi non avevo un destino. Ero efker. È un nozione talmudica che non è molto commentata ma che mi pare molto importante. Ogni oggetto è connesso ad un soggetto. Ma ci sono degli oggetti che sono senza soggetto: sono efker. Ero efker.


Non è molto tenero coi gruppi lacaniani.
Ho fatto parte di tre o quattro e francamente nulla di notevole. Preferisco non polemizzare più su questo tema. È inutile. Si chiama una constatazione.


Anche Freud ha privilegiato la trasmissione attraverso la famiglia, con sua figlia.
È l’accusa che Lacan ha rivolto contro Freud. Ma si è visto molto di peggio tra i suoi propri eredi. Anna, la figlia di Freud non aveva poi così tanto potere. C’era quanto meno Mélanie Klein. C’erano altre correnti che avevano più di libertà.


Ci sono ragioni teoriche e non solo "sociologiche" a questo problema di trasmissione dell’analisi?


Penso che Lacan abbia un po’ psicotizzato la sua opera, lasciando dopo di lui un’istituzione psicotica che si è subito riorganizzata in piccole sette. Penso che ci sia un rapporto stretto tra psicosi e fenomeni settari. Ho sviluppato questa idea nelle Follie millenaristiche. Certi furbetti hanno ripiegato sull’università e sul suo discorso che Lacan aveva destinato alla gogna. I lacanoidi sono diventati dei seguaci del discorso universitario.


Quale è a suo avviso il grande problema attuale della psicanalisi?


Quando ho incontrato Lacan ho giocato la mia vita, la mia vita familiare, il mio poco denaro, la mia carriera professionale ben avviata, tutto. Avevo bruciato i ponti dietro di me. E non lo rimpiango. Ero partito, come altri, in un grande viaggio con lui, una specie di conquista di territori, conquista di verità. Ne abbiamo fatto alcune di queste conquiste. Ma dopo di noi? Questo grande progetto è crollato.
La grande questione oggi, il grande problema che mi pongo, è che noi, quelli della mia generazione, abbiamo avuto dei maestri, ci siamo formati più o meno bene, ma abbiamo anche ricevuto qualcosa. E mi accorgo - sono un colpevole tra molti colpevoli - che non abbiamo saputo trasmettere. La nuova generazione è lasciata, per l’essenziale, in balia di stessa. Solo la Chiesa sa forse formare dei nuovi maestri, alcuni brillanti intellettuali. È probabilmente ciò che diceva Lacan quando prevedeva un brillante avvenire alla Chiesa.
Quale è oggi lo statuto della psicanalisi nella società? Paragonatelo a ciò che era negli anni ’60-’70 in cui la psicanalisi in Francia aveva una sorta di nobiltà, la si rispettava, la si ascoltava. Oggi è una buffonata. C’è ogni tanto un clown che va in televisione a dire qualche banalità su Obama o sulla crisi finanziaria…
L’indebolimento della psicanalisi non proviene dai progressi delle neuroscienze che riguardano un campo a parte e lascia intero l’enigma della realtà psichica. Non proviene dal comportamentismo che utilizza il vuoto che lasciano le nostre lacune. L’indebolimento della psicanalisi proviene dalle sue incessanti lotte interne (dal conflitto Freud-Jung) che hanno esaurito le nostre forze. Come può la psicanalisi essere forte dopo un secolo di “guerre civili”?


Che cosa pensa degli schemi dei nodi borromeo?


Penso che all’inizio gli schemi borromeo erano un progetto molto interessante. Lacan ha restituito così la sua dignità all’immaginario che era molto disprezzato dai suoi allievi. Questa congiunzione delle tre dimensioni che costituiscono il nome-del-padre è una trovata molto bella. Vi ho colto qualche cosa che ritrovo nella teoria della profezia di Al Farabi, ripresa per Maimonide.
Solo dopo, il nodo borromeo è diventato per certuni una specie di religione che permette loro di non confrontarsi all’esperienza inaggirabile della cura. Hanno dimenticato tutto il resto. È una specie di piccola religione che si è fatta intorno al nodo borromeo.
Lacan ha detto un giorno questa frase straordinaria, nel secondo o nel terzo seminario: quando vi faccio un disegno alla lavagna è per aiutarvi a tener conto del commento. Ma se avete dimenticato il commento, potete gettare lo schema. Ora, che cosa hanno fatto gli allievi? Hanno fatto il contrario! Hanno perso il commento e si sono tenuti lo schema.




(1) clicca qui per leggere l’articolo tradotto in italiano.




Gérard Haddad è nato a Tunisi nel 1940, ingegnere agronomo, poi medico e psichiatra, si è formato con Jacques Lacan, che incontra nel 1969. Questa avventura dura dodici anni, ovvero sino alla scomparsa di Jacques Lacan. Nel corso della sua analisi intervengono delle notevoli trasformazioni: da marxista, ateo, si confronta - sollecitato dallo stesso Lacan - con la tradizione ebraica della sua famiglia. La forza della religione e dell’ebraismo come istanza intellettuale emergono, e la sua ricerca si svolge da allora lungo il filo della lettura incrociata del giudaismo e della psicanalisi.


Bibliografia di Gérard Haddad


L’Enfant illégitime : Sources talmudiques de la psychanalys, Hachette, 1981.

Manger le livre, Grasset, 1984.

Les Biblioclastes, Grasset, 1990.

Les Folies millénaristes, Grasset, 1990.

• (avec Antonietta Haddad) Freud en Italie : Psychanalyse du voyage, Albin Michel, 1994.
Traduzione italiana : Freud in Italia. La psicoanalisi è nata in Italia, Xenia, 1996.
Lacan et le judaïsme, Descléee de Brouwer, 1996.

Maïmonide, Belles-Lettres, 1998.

• (con Didier Sicard) Hippocrate et le Scanner, Descléee de Brouwer, 1999.

Le jour où Lacan m’a adopté, Grasset & Fasquelle, 2002.

• (con Hechmi Dhaoui) Musulmans contre l’Islam ?, Cerf, 2006.

Le péché originel de la psychanalyse, Seuil, 2007.


Intervista di giovedì 22 gennaio 2009, Parigi. Traduzione dal francese di Giancarlo Calciolari .

Intervista in versione originale francese, rivista dall’autore.


Gli altri articoli della rubrica Teoria :












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30.07.2017