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Mario Pomilio, "Il quinto evangelio"

Marina Monego
(1.03.2009)

Romanzo complesso e difficile di un autore messo ormai da parte nel nostro panorama letterario, Il Quinto Evangelio è un’opera particolare, che raccoglie attorno a una cornice vari documenti attribuiti a epoche diverse: raccolte di lettere, frammenti, novelle, storie o rifacimenti di storie, una professione di fede. Ciascun testo è preceduto da una presentazione esplicativa.

Elemento di raccordo è una lettera che apre il libro: è indirizzata al segretario della Pontificia Commissione Biblica da Peter Begin, ex ufficiale americano che racconta l’esperienza che ha cambiato la sua vita.

Nel 1945 si trovava di stanza a Colonia, in Germania, alloggiato nella vecchia canonica d’una chiesa bombardata. Qui ha scoperto gli scritti d’un antico sacerdote riguardanti l’esistenza di un misterioso quinto vangelo apocrifo e inedito.

Sebbene inizialmente agnostico, Peter s’appassiona alla vicenda, spenderà la sua intera vita nella ricerca, diverrà professore di Storia del Cristianesimo, raccoglierà attorno a sé allievi, contagiati dalla sua stessa passione. Ora, malato, invia a Roma una parte dei documenti ritrovati per darne notizia alla Commissione Biblica.

Nel racconto della sua esperienza è appassionante la dimensione della ricerca, il modo in cui Peter viene catturato dal fascino degli antichi testi e sente viva la presenza di coloro che, prima di lui, hanno inseguito il quinto evangelio, soprattutto il misterioso prete: “un uomo non abbandona praticamente intatta la casa dove ha abitato senza lasciarla impressa di mille segni del suo temperamento e della sua stessa personalità morale”. (p.9)

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Hiko Yoshitaka, "Dio", 2007, gesso patinato

Dapprima l’americano pensa di lasciar perdere tutto, torna in patria, ma si sente inadempiente, poco per volta percepisce di dover rispondere a una chiamata, che finisce per catturarlo e per trasformarsi in una missione. Peter diventa un “pellegrino dei sogni”, “un peccatore di miti”. La sua esperienza cresce e diviene ricerca di verità e gioia di una vita spesa per uno scopo, che coinvolge in seguito anche i suoi allievi.

Il libro raccoglie testimonianze diversissime il cui autentico filo conduttore è il misterioso quinto evangelio: nominato, visto da qualcuno, citato per alcune sue sentenze, potrebbe essere un vangelo composto da Giovanni prima dell’Apocalisse, utilizzato in seguito per comporre il vangelo canonico togliendo alcune notizie.

Il quinto evangelio non sarebbe un apocrifo qualsiasi, è l’Apocrifo degli Apocrifi, un supplemento di verità, perpetuamente inseguito e nascosto, soggiace alle Scritture, ma continuamente ne modifica e amplifica il senso.

“Nella persistenza del mito d’un quinto evangelo inedito è in fondo l’emblema della condizione del cristiano e al limite il senso stesso della storia del Cristianesimo: la metafora, voglio dire, di quella delega della Parola in virtù della quale ciascuna generazione sembra come in attesa d’un supplemento di rivelazione, e non soltanto rilegge diversamente i Vangeli, ma, dal modo in cui ne adotta e ne esplica il messaggio, è come se a sua volta scrivesse un suo vangelo”. (p.32)

Il quinto evangelio è “la parola che si rinnova, la verità in espansione”, è lo Spirito che si cerca, è la tensione perpetua tra una Verità rivelata e l’attesa di una verità che debba ancora manifestarsi”.

Nel grandioso excursus attraverso i secoli che l’Autore compie con virtuosismo letterario e storico, è interessante notare le diverse reazioni che il quinto evangelio suscita: chi lo accoglie e lo predica, chi lo guarda con diffidenza e sospetto, chi lo vede come un segno della vitalità della Parola. Di fatto questo libro sembra comparire quando gli uomini ne hanno più bisogno e con frasi che parlano al loro spirito e paiono completare quelle dei vangeli canonici. Ognuno s’aspetta qualcosa di diverso dal quinto evangelio.

È proprio in questa specie d’inseguimento del libro attraverso i secoli – tra l’altro giova ricordare che alcuni anni dopo Eco pubblicherà “Il nome della rosa”, altro romanzo in cui si parla di un libro sparito e in cui si affrontano tematiche religiose, sebbene in altra chiave – che si manifesta l’abilità di Pomilio e anche la difficoltà per il lettore, costretto continuamente a cambiare registro e a spostarsi nello spazio e nel tempo.

L’Autore infatti si sofferma su molti movimenti ai margini della chiesa se non decisamente ereticali: dai Viandanti in Cristo alla storia di fra Michele minorita, dai Valdesi a Giansenio, all’Illuminismo.

La genesi de “Il quinto evangelio” è assai tormentata. La prima idea per il romanzo balenò nel 1969 in seguito alla lettura della traduzione dei quattro Vangeli curata da Lisi, Alvaro, Valeri e Bontempelli per l’editore Neri Pozza.

Dapprima Pomilio progettò una sorta di romanzo epistolare, fatto di missive scritte talora a distanza di secoli, ma tutte convergenti in un unico interrogativo: la ricerca di un vangelo sconosciuto mai raggiunto, ma sempre intravisto. Pomilio condusse ampi e complessi studi sulle fonti e poi, dopo molte riflessioni, decise per la struttura a più moduli narrativi, dei quali la vicenda di Peter Bergin non costituisce una semplice cornice, ma la storia contemporanea nella quale culminano quelle del passato.

Nelle vicende complesse che vengono raccontate è evidente che i vangeli e l’idea di un quinto evangelio hanno sempre acceso l’immaginazione umana e hanno sempre fatto discutere, portando a ripensamenti, ansie di rinnovamento, discussioni. È tutta una vitalità interna dei testi che paiono incarnarsi ogni volta in modi diversi. Si osserva a un certo punto: “Cristo non ci ha lasciato delle dottrine da seguire, ma una vita da imitare”.(p.135)

Trapela tra le pagine un richiamo alla povertà della chiesa , a una rilettura e studio dei Vangeli, soprattutto da parte del clero che, in certi periodi storici, viene presentato più legato a formulazioni dottrinali, a regole dettagliate che all’essenzialità di una Parola che non conosce più. Sebbene trasposte nel passato queste esigenze sembrano provenire dalle istanze innovative del Concilio Vaticano II.

Come piccole luci si rincorrono invece alcune sentenze del quinto evangelio, che si comprenderanno meglio nel finale: “Padre, li ho salvati tutti”; “Nessuno che venga a me andrà senza perdono”;”Anche se voi sarete infedeli, io vi sarò fedele”.

A conclusione delle testimonianze storiche vengono riportate le lettere di alcuni discepoli di Bergin che dimostrano come anch’essi siano stati coinvolti esistenzialmente nella ricerca del loro maestro. Le voci sul quinto evangelio sono come richiami da una stanza all’altra attraverso i secoli e rivelano una crescita permanente della Parola, un suo rimbalzare nel tempo e nello spazio senza esaurirsi.

Vi è poi una lettera della segretaria di Bergin alla Commissione Biblica: il professore è morto e tra le sue carte è stato trovato un dramma teatrale, completamento di quello che Bergin aveva trovato a Colonia nei documenti del suo prete.

A sorpresa abbiamo di fronte l’ultimo testo, quello culminante ed eponimo.

La rappresentazione si svolge nel 1940 in una città della Germania all’interno di una sala parrocchiale. All’apertura del sipario un sacerdote è in piedi dietro un tavolo, altre persone – una trentina – sono sedute. Il religioso ha appena tenuto una conversazione sul tema di Gesù e sta sollecitando il pubblico al dibattito. Giova ricordare che nel 1955 Diego Fabbri, col suo “Processo a Gesù”, aveva affrontato un analogo argomento.

I personaggi saranno numerosi: oltre al sacerdote cattolico, un avvocato ateo e razionalista, un protestante, uno studente molto critico che impersonerà Giuda, una semplice signora animata da sincera fede e poi gli evangelisti, Pilato, Barabba, i ladroni, Caifa, Pietro, il Cireneo.

La domanda fondamentale è la stessa che Cristo rivolse agli apostoli: “Ma voi chi dite che io sia?”. Si discute sul ritratto di Gesù che danno gli evangelisti e sulle differenze tra i loro testi. A un certo punto, per favorire il confronto soprattutto sull’episodio di Cristo davanti al Sinedrio – è sulla Passione che si concentra l’attenzione – si decide di fare partecipe il pubblico: quattro spettatori impersonano gli evangelisti e s’identificano così tanto col loro personaggio da assumerne le difese e immaginarne le reazioni. Il coinvolgimento è sempre più notevole, tanto che le stesse figure della Passione vengono incarnate dai presenti e ciascuno sostiene le sue argomentazioni.

Nasce un dramma profondo e interessante che vede entrare in scena uno strano personaggio: il quinto evangelista, che così si presenta:

“Sono gli apocrifi, sono tutti coloro che si sono ripiegati sulla Parola per meditarla e commentarla, sono l’insieme dei cristiani che nel corso dei secoli si sono interrogati intorno a chi fosse il Cristo, sono la somma della tradizione e il simbolo della ricerca. Fuori dal paradosso, rappresento la tensione che voi quattro avete suscitata scrivendo di Gesù. Se preferite, esprimo l’ansia di prolungare l’evangelio – o di portarlo a compimento. L’evangelio non è finito, questa è la verità”. (p.348)

Il quinto evangelista appare molto ben informato su Gesù e su coloro che l’hanno seguito e sorge così un acceso dibattito che coinvolge Pietro e il suo rinnegamento, rivela qualche polemica tra gli evangelisti e soprattutto fa entrare in scena il personaggio più inquietante: Giuda, che si sente un predestinato, una vittima del piano divino di una salvezza rivolta a tutti gli uomini, ma non a lui, che pure si dice convinto della divinità di Cristo. La colpa che il quinto evangelista gli rimprovera è l’aridità, il non amore, non essersi fidato, non aver creduto che in Gesù ci fosse amore sufficiente per entrambi.

Il grande affresco della Passione prende vita grazie alle parole tramandate dagli evangelisti: entrare in contatto con queste parole è entrare in contatto con la persona del Cristo – ciò è evidente per Pomilio – e interrogarsi e dunque riscrivere il vangelo nel proprio tempo. Gli stessi evangelisti, pur essendo quattro, non sono riusciti ad esaurire la figura di Gesù, si ponevano domande di fronte al mistero della sua figura che, come personaggio, li sovrasta sempre.

“di solito un autore sovrasta il suo personaggio; se non altro, lo piega a sé, lo assoggetta alle proprie intenzioni. Al contrario, nel caso degli evangelisti, è Gesù che li sovrasta, li situa in umile atteggiamento d’ascolto, tesi solo a custodire ciò che egli ha effettivamente detto”.(p.370)

Ciascun vangelo diventa così un viaggio alla scoperta di Gesù, è un itinerario e una scommessa col mistero, una ricerca continua come dimostra la stessa rappresentazione scenica, che segna l’acme del libro di Pomilio e vede un colpo di scena finale.

Le tematiche sollevate sono moltissime e ampie e meriterebbero studi a parte.


EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Mario Pomilio (Orsogna-Chieti 1921-Napoli 1990) letterato italiano.

Mario Pomilio, Il Quinto Evangelio, Milano, Bompiani 2006. Introduzione di Riccardo Scrivano. A cura di Nicoletta Trotta. Dopo una profonda revisione il testo teatrale fu messo in scena nel 1975 dal regista Orazio Costa (questa versione fu poi stampata per le edizioni Paoline, Milano 1986).



Marina Monego, dicembre 2008


Prima pubblicazione su Lankelot.eu

http://www.lankelot.eu/index.php/2008/12/21/pomilio-mario-il-quinto-evangelio/


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