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F.J.L. Un oggetto teorico

Gérard Haddad
(18.10.2009)

1. Il triangolo F.J.L.

Ringraziamo Michel Cazenave e gli organizzatori di questo incontro (1) per averci riuniti intorno a questi tre nomi. Freud, Jung, Lacan. La loro messa in rapporto e in tensione produce in effetti un nuovo oggetto teorico che potrebbe aprire delle nuove vie alla nostra riflessione, la quale meriterebbe di prolungarsi al di là di questo incontro nei nostri differenti gruppi di lavoro.

Il primo interesse di questo oggetto triangolare, F.J.L., risiede nel fatto che ogni vertice getta una luce e rischiara sotto un nuovo giorno gli altri due.

La seconda proprietà di questo triangolo: una parete divisoria quasi stagna che separa ciascuno dei vertici dagli altri due, un tramezzo a doppia faccia; vedremo più lontano in che cosa consiste questa dualità.
Freudiani, lacaniani e junghiani proseguono il loro cammino nell’ignoranza pressoché totale gli uni degli altri, dei loro lavori, ed è il merito di questo incontro d’introdurre nelle pareti una certa porosità, di avere annodato – forse borromeanamente – queste tre correnti di psicanalisi.

Possiamo rappresentare questo oggetto FJL con il piccolo schema seguente:

il quale mette in evidenza un punto di intersezione I al centro della problematica di cui noi definiremo tra poco la natura.

Queste doppie barriere rappresentano i gravi avvenimenti che hanno marcato la storia della psicanalisi: separazione, esclusione, scomunicazione.

2. La separazione-esclusione-scomunicazione

Ecco subito le mie carte sul tavolo. “La scomunicazione” di Lacan – così ha nominato la sua messa in disparte operata dall’I.P.A. – è in una certa maniera la ripetizione di quella che ha colpito Jung un mezzo secolo prima. Essa ha la stessa causa, se crediamo ai due esclusi.

Che cosa ci dice Jung della sua esclusione nel suo libro Ma vie (2)? Senza dubbio essa è sovradeterminata, ma uno dei fattori principali, ci dice, tiene al fatto che Freud soffriva di una nevrosi intorno alla questione religiosa, e rimuoveva il suo profondo sentimento religioso, rimozione riguardante evidentemente il suo giudaismo.

Noi abbiamo detto precedentemente che la parete che separa F e J è a doppia faccia: quella che Jung percepisce pertinentemente e quella che non percepisce e che Lacan più tardi avrà il merito di definire con precisione. Per l’istante diciamo che la controversia tra Freud e Jung verteva sul mito, al quale Jung accordava una considerevole importanza. Ora Freud provava la più grande antipatia per questa inflazione mitologica, probabilmente perché era ebreo; e la cultura ebraica ha disincantato il mondo, per riprendere il preciso giudizio di Max Weber.

Se al presente si esamina ciò che ci dice Lacan delle ragioni della sua scomunica (3) (e ci spiace che gli psicanalisti che si rifanno a Lacan non ne abbiano colto l’importanza) noi troviamo delle parole molto vicine a quelle di Jung. Lacan ci dice esplicitamente che la psicanalisi freudiana, nella sua teoria come nelle sue istituzioni, soffre di un male misterioso, effetto della nevrosi del suo fondatore, il suo “peccato originale”. Questa nevrosi consiste nell’evitamento di Freud nell’analizzare il suo rapporto al giudaismo, preferendo rivestire la sua scoperta di abiti greci, e poi etnologici. Il progetto di Lacan era precisamente di riaprire tale questione, di “riprendere le cose là dove le aveva lasciate Freud”. Cosa che aveva annunciato nel suo seminario L’angoscia e che contava di sviluppare nel seminario I nomi del padre. L’istituzione freudiana, l’I.P.A. glielo ha impedito.

Ma come Jung non vede che una faccia della sua controversia con Freud, Lacan a sua volta non ha visto che la rottura che gli ha imposto l’I.P.A. aveva una seconda faccia, profondamente ebraica: la questione del rito, ovvero il rito delle sedute.

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Christiane Apprieux, "Dio e la questione donna", 2007

Siamo ormai in misura di nominare il punto d’intersezione dei due scismi: si tratta della questione religiosa, più precisamente la questione del giudaismo, situata al cuore di questo imbroglio istituzionale e teorico, questione che rimane sempre misconosciuta. Pure le crisi che non cessano di attraversare la psicanalisi si producono sempre in una spessa coltre di oscurità.

Il merito di Lacan, anche se i suoi allievi non sembrano intenderlo, sarà comunque stato di percepire e di nominare questo nodo centrale, anche se ha fallito nella sua ambizione di scioglierlo.

Nello stesso modo che Jung non percepisce l’orrore che può suscitare l’inflazione mitologica in un soggetto marcato dal giudaismo, Lacan non percepisce com’era insopportabile per tutti gli ebrei che dirigevano l’I.P.A., la trasgressione dei riti che regolavano sino ad allora la condotta delle cure. E per di più questa trasgressione non si è mai avvallata di un sostegno teorico elaborato, ancora di meno di un dibattito collettivo. Per lui il rito, dal pronunciato profumo ossessivo, doveva essere, se non disprezzato, almeno ricondotto alla sua giusta misura, la più piccola possibile. Lo scisma cristiano non ha operato differentemente schiacciando con disprezzo tutti i riti ebraici. “La lettera uccide”, aveva affermato San Paolo. Cosa che non ha impedito ulteriormente alla Chiesa di sviluppare la sua pompa magna. A questo ribatte il giudaismo: “Il rito trasmette”, anche nell’ignoranza del senso profondo di quello che si trasmette.

3. L’inconscio

La riflessione intorno alla nozione di inconscio è senza dubbio la più importante, quella che condiziona tutto il dibattito su Freud, Jung, Lacan.
Il termine, ricordiamolo, preesisteva a Freud (Hartmann e altri), ma prende nella sua opera un senso radicalmente nuovo.

A leggere Jung, questo stesso significante occupa un posto centrale nel suo pensiero, con una presenza forse ancora più massiva che in quella di Freud. Solamente a leggere queste due opere, ci si pone immediatamente la questione: si tratta dello stesso inconscio, la parola designa la stessa cosa? Sembra proprio, al contrario, che l’inconscio junghiano abbia poco a che vedere con quello di Freud, che si tratti là di quello che Maimonide chiama un “omonimo”, ossia una stessa parola designante delle realtà differenti.

Freud, ci sembra, non ha mai dato una definizione precisa, ontica, dell’inconscio. Preferisce, pare, definirlo attraverso le sue manifestazioni, posizione che richiama la teologia negativa di Maimonide.
In Jung, al contrario si trova questa strana definizione di inconscio nella sua autobiografia, ripetuta due volte: “L’inconscio corrisponde al mitico paese dei morti, il paese dei nostri antenati” (307), o altrove (502): “Inconscio e paese dei morti sarebbero, in questa prospettiva, sinonimi”. Questa prospettiva non è accettabile per nessun freudiano o lacaniano, essa lo sgomenta.

Per gli allievi di Freud, di qualsiasi obbedienza, l’inconscio è il luogo del desiderio rimosso, in ogni caso un luogo di vita e non un cimitero.
Senza dubbio, tardivamente e con reticenza, Freud introdusse il concetto di “pulsione di morte”, tendenza verso un ritorno all’inanimato in cui ogni tensione sarebbe abolita. Ma questo concetto non sembra avere nessun rapporto con il “paese dei morti” junghiano.

Che cosa ne è del terzo vertice del triangolo? Lacan, per definire questo concetto d’inconscio, ha voluto aderire ai testi di Freud, e sopra tutto a quelli del primo periodo: Interpretazione dei sogni, Psicopatologia della vita quotidiana, Il motto di spirito e il suo rapporto con l’inconscio. Ne ha tratto la sua celebre formula: “L’inconscio è strutturato come un linguaggio”. L’inconscio dunque come effetto del linguaggio. Non lascerà mai la presa.

Da queste differenti concezioni dell’inconscio, si deducono le questioni dell’interpretazione dei sogni e dell’analisi didattica.

4. Interpretazione dei sogni

Nella teoria de L’interpretazione dei sogni, Freud mette l’accento sul lavoro onirico. Sotto l’effetto di un’istanza di censura, questo lavoro condensa e sposta, quindi deforma, ovvero capovolge il vero senso del sogno. Questa deformazione è la conseguenza del conflitto al cuore di ogni soggettività.

Jung rigetta questa concezione. Per lui il sogno è un messaggio dell’inconscio in anticipo sul momento presente, da qui il suo carattere a prima vista incomprensibile. Ma non deforma, né a fortiori mente. Questo è un messaggio che bisogna sapere ascoltare, per dire così tale e quale. C’è incontestabilmente nella concezione junghiana del sogno, l’idea di una premonizione piuttosto che quella di un desiderio del soggetto che non può confessarsi a viso aperto.

5. Analisi didattica

Dalla concezione dell’inconscio si deduce quella della cura, e particolarmente dell’analisi didattica.

Freud intraprende la sua analisi, dal carattere necessariamente particolare, all’inizio del suo cammino. Più tardi qualificherà l’analisi come la concepisce e come è praticata dai suoi allievi, di tutte le scuole, di paranoia controllata. Si tratta in effetti di una interpretazione di tipo paranoico degli atti del discorso, sogni, lapsus, motti di spirito, associazioni verbali; impresa sostenuta e controllata da un personaggio transitorio, rigettato alla fine del processo, l’analista. Per lui, questo ruolo fu tenuto da Fliess.

Le cose sembrano differenti per Jung. Intraprenderà, lui, ciò che può essere qualificato d’analisi didattica junghiana originaria, poco dopo la sua rottura con Freud, quindi nel mezzo del suo cammino.

Questa rottura spinse in effetti Jung in un profondo smarrimento, in un’autentica depressione. Ci si chiede per altro perché Freud cominciò a sovrainvestire sino a questo punto Jung, e questo almeno fino al 1909, allorché il loro disaccordo era già molto profondo. Lo qualifica, nella lettera del 16 aprile 1909, di “figlio maggiore” di cui egli stesso era il padre. Linguaggio piuttosto strano in un ambiente dalle pretese scientifiche.

La spiegazione abituale, secondo la quale Freud cercava di dissipare, attraverso Jung, la qualificazione della psicanalisi come scienza ebraica – cosa che conferma al volo il ruolo che la questione del giudaismo gioca in tutto questo affare – non saprebbe soddisfarci.

In ogni caso è in questo momento di sgomento acuto che Jung intraprende qualcosa che chiama “Confronto con l’inconscio”, quello che qui sopra ho chiamato l’analisi originaria junghiana. Questa esperienza non potrebbe essere qualificata di “paranoia controllata”, ma piuttosto di “schizofrenia controllata”, il cui risultato sarà la produzione dei principali concetti junghiani. L’intera dottrina freudiana è marcata da questo confronto con la paranoia di cui il presidente Schreber gli fornirà il testo canonico. Il junghismo invece è marcato profondamente nel suo procedere dal confronto con la schizofrenia, concetto inventato d’altronde da Jung e dal suo maestro di un tempo, Bleuler. Pensiamo che occorra sottolineare questo dato.

Chi o cosa gioca il ruolo di analista, l’equivalente del ruolo tenuto da Fliess, nell’analisi di Jung? Egli pensa che questo ruolo sia stato tenuto da un gurù puramente immaginario che chiama Filemone. E conforta questa supposizione di un dialogo con un saggio indù che gli parla di “gurù spirituale”, ossia fittizio.

Da parte nostra, pensiamo che questo ruolo abbia potuto essere svolto da Théodore Flournoy, ma sopra tutto è stato tenuto dal grande gioco di costruzione che intraprende con pietre e argilla.

Questa interrogazione dell’inconscio attraverso un’attività manuale, e sopra tutto un’attività di costruzione, influenzerà, direttamente o indirettamente, certuni dei suoi allievi, anche di analisti d’obbedienza freudiana. Si può leggere in questa attività di costruzione un lavoro di riparazione dell’immagine spezzettata del corpo, così importante per lo psicotico, cosa che Jung, con disarmante sincerità, riconosce d’essere, attraverso la confessione delle sue frequenti allucinazioni. Lacan più tardi avrà la stessa sincerità.

Se l’universo freudiano è principalmente un’esplorazione dell’universo simbolico, l’universo junghiano, come lo dirà Lacan, appare piuttosto un’esplorazione dell’immaginario. Le Scuole che si richiamano a queste due correnti dinamiche restano definitivamente inscritte su ciascuno di questi due versanti.

6. La questione della morte e dell’impurità

Jung, con molta sincerità, ci confida che, dall’infanzia, è affascinato dalla morte, più precisamente dai cadaveri. Non ne ha paura come la maggior parte dei mortali. Avrebbe potuto essere un eccellente medico legale. Questa passione contribuì fortemente alla sua rottura con Freud.

Nel corso del viaggio che fecero entrambi nel nord della Germania, sulla via per gli U.S.A., si trovarono nella regione delle paludi. Là, Jung manifestò il suo interesse per il fenomeno del “cadavere dello stagno”. Si tratta di morti caduti negli acquitrini e il cui scheletro è dissolto dall’acidità dell’acqua nello stesso tempo che le parti molli del corpo sono mummificate e schiacciate sotto strati successivi di torba accumulati sopra (4).

Questo interesse provocò la collera di Freud : “Che cosa le importano questi cadaveri?” gli gridò. Questa collera era così violenta che Freud svenì durante un pranzo in cui si evocò nuovamente questo fenomeno.
Jung non capisce questa reazione che giudica eccessiva. In verità, essa tocca qualcosa di essenziale che Jung non percepisce, ragione per cui abbiamo parlato di una doppia faccia della rottura. Questa faccia riguarda nuovamente il giudaismo che considera il cadavere come la sorgente di tutte le impurità e di cui occorre assolutamente preservarsi dal contatto. Così è proibito ai preti, ai Cohen, di andare in un cimitero, salvo che per ragioni familiari. Una parte essenziale del giudaismo, dei suoi riti, dei suoi testi talmudisti, tratta della questione dell’impurità, precisamente per purificarsene.

Ora, per inventare la psicanalisi, Freud fu costretto a entrare in contatto con il territorio dell’impurità, quello della morte e del sangue, quello pure – come lo ha illustrato J.P. Vernant – dei momenti di transizione tra due stati: nascita, pubertà, mestrui… Ma lo fece con molta reticenza. Com’è pervenuto a negoziare questo contatto proscritto? Attraverso l’arte italiana, universo di Cristo crocifisso, di giudizi universali. Ogni arte plastica necessita di questo contatto con l’impurità, ragione per cui non c’è stata arte, né artisti ebrei sino al XIX secolo. Ho sviluppato questo punto nel mio saggio Freud in Italia.

Quando Freud pone in una lettera la questione: “Perché è un ebreo miscredente, e non uno di questi ebrei devoti, che ha inventato la psicanalisi?”, egli afferma due cose: che la psicanalisi non poteva essere inventata che da un ebreo, ma che ha pure qualche idea di risposta alla sua domanda. Forse è questa: la sua miscredenza gli ha permesso di sormontare il tabù dell’impurità, con senza dubbio per cicatrice un sentimento di colpevolezza.

Così, dice a Jung, non esageriamo! Non sguazziamo con delizia in questa palude dell’impurità! Evidentemente Jung non comprende nulla di tutta questa problematica, lui, figlio di pastore la cui cultura cristiana è un dialogo con la croce, ovvero con un cadavere suppliziato, necessariamente impuro.

Questo tabù dell’impurità è raddoppiato, portato a una gravità suprema dall’interesse che porta Jung agli spiriti, ai redivivi, agli spettri maligni.
Ricordiamo l’unico passaggio della Bibbia ebraica dove è riportata un’attività spiritista. Il re Saul, in un momento di grande smarrimento, ricorre ai servizi di una chiromante per convocare i mani del profeta Samuele. Questi risponde che per avere osato tale abominazione, lo scettro gli verrà presto ritirato.

La legge mosaica condanna in effetti nel modo più categorico tutte le pratiche spiritualistiche di cui Jung va matto.

Freud può avere rotto con ogni pratica religiosa, ma non può che risentire questo interesse del suo allievo, al quale conta di trasmettere le chiavi della casa che ha costruito, come di pessimo gusto. Ma non può confessarlo, e sopra tutto ancora di meno spiegarlo, impigliato com’è nella sua contraddizione di miscredente e nello stesso tempo di profondamente ebreo.

Intanto Jung ha lanciato una freccia affilata che tocca Freud sul vivo: “Lei non può, gli dice in sostanza, fare l’economia di un dialogo con gli antenati morti! Lei non può fare l’economia di un mito!”. Forse poneva in tal modo la questione degli archetipi, ovvero questi temi ben definiti che riappaiono dappertutto e sempre.

7. Il rapporto con l’antenato e con gli archetipi

La questione di Jung non poteva restare senza eco. Freud va quindi a tentare di rispondervi. Come? Con il suo saggio Totem e tabù, ovvero creando un nuovo mito, il solo, secondo Lacan, creato in Occidente nei tempi moderni.

All’origine dell’umanità, ci dice Freud, nel momento in cui essa si stacca dal regno animale, c’è il parricidio, dappertutto e sempre. Volete un archetipo? Eccone uno!

Da questa pietra miliare Freud trae qualche conseguenza. Questa uccisione originale del padre, seguita da un rimorso immediato in cui la Legge e il sentimento religioso vanno ad affondare le loro radici, il gruppo lo ripeterà anno dopo anno nel rito del pasto totemico. È in questo pasto, preso in comune dal clan, che il gruppo acquisisce il sentimento tanto sottile quanto indistruttibile di condividere un indefinibile sentimento d’unione, di condividere lo stesso “sangue”. Questo sentimento Freud lo chiamerà più tardi identificazione primaria.

La noia di questa bella costruzione, è che i suoi punti d’appoggio, ossia la teoria totemica di Frazer e quella del pasto totemico di Robertson Smith, sono nel frattempo crollati. Queste due teorie, da allora, sono state rigettate dall’insieme degli etnologi.

Lacan non ha esistato a caratterizzare Totem e tabù di prodotto della nevrosi di Freud, del tentativo di risolvere quelle difficoltà personali che Jung osserva de visu.

Rimane almeno, di questa teoria, un elemento essenziale, ovvero la questione dell’identificazione primaria, decisamente importante per capire i fenomeni di gruppo, di società, così come gli avvenimenti politici.
È per rispondere a questo buco nella teoria, a questa sfida lanciata alla psicanalisi, che abbiamo elaborato il concetto di Libro, appoggiandoci sull’analisi di certi riti ebraici.

Il sentimento sottile del gruppo proviene dalla manducazione di ciascun membro del gruppo, con varie tecniche, del Libro fondatore del gruppo, Torah per gli ebrei, Corano per i musulmani, Vangeli per i cristiani, ecc..
Nel nostro saggio Mangiare il libro abbiamo così delineato una teoria del Libro quale vero padre simbolico.

I nostri colleghi lacaniani non hanno accolto l’occasione che offre questa teoria del Libro per rinnovare e risolvere certuni enigmi della dottrina e della clinica.
La comprensione della storia contemporanea, in particolare quella dei fenomeni totalitari e integristi, ci pare facilitata da questa teoria del Libro, e in particolare dalla sua distruzione che inaugura ciascuno di questi fenomeni.

8. Lacan di fronte a Freud e a Jung. La questione del soggetto della scienza

Lacan è stato appassionatamente freudiano, malgrado la terribile critica che gli ha portato sotto il termine di “peccato originale della psicanalisi”, ossia questa nevrosi religiosa che non smetteva di analizzare. Là, ha emesso la stessa critica di Jung.

Noi abbiamo ugualmente ricordato, quello che nessuno dei suoi allievi non sembra avere inteso, che attribuisce la sua “scomunica” dall’I.P.A. al suo progetto di correggere questo “peccato originale”.

Pochi studi sono stati consacrati, a nostra conoscenza, al rapporto di Lacan a Jung. Non si sa nemmeno che fece il viaggio in Svizzera per incontrarlo.
Attraverso certi brevi incidenti dei suoi scritti e dei suoi seminari si può almeno proporre alcune annotazioni.


8.1) La questione dell’immaginario:

Se c’è una qualche intersezione tra le idee di Jung e quelle di Lacan, esse non possono che situarsi intorno alla questione dell’immaginario, e correlativamente alla teoria dell’io (moi).

Lacan affermò un giorno che Jung si era occupato esclusivamente di formazioni dell’immaginario, come gli apparivano attraverso i suoi studi della schizofrenia.

Forse c’è pure qualche analogia tra quello che Jung chiama il e Lacan l’emergenza del soggetto del desiderio.

Si sa che la maggior parte di quelli che si affermano freudiani considerano l’Io l’istanza di sintesi e di controllo dello psichismo, il prodotto del principio di realtà. Conviene dunque di rinforzarlo nella cura.
Jung rigetta radicalmente questa concezione. Per lui, l’Io è per eccellenza il luogo del misconoscimento e dell’illusione, fuscello di paglia davanti alla potenza dell’inconscio quale lo concepisce.

Si nota che, su questo punto preciso, e senza dirlo, Lacan è molto vicino alle posizioni di Jung. Anche per lui l’Io è il luogo del misconoscimento e dell’alienazione. Si tratta dell’influenza di Jung o, più probabilmente, di un cammino personale attraverso le sue riflessioni sullo stadio dello specchio, che l’ha condotto a questo confronto?


8.2) Soggetto della scienza

Si può affermare che un punto importante della dottrina di Lacan sia consistito nel teorizzare le ragioni della rottura tra Freud e Jung, in che cosa le loro due dottrine siano radicalmente incompatibili. A partire da qui ha tentato di precisare di che cosa tratti la psicanalisi freudiana. Essa concerne, ha risposto, il soggetto della scienza.

Che cos’è questo soggetto della scienza? Un soggetto piatto come il nastro di Mœbius che lo rappresenta, ovvero un soggetto che ha rotto il suo legame di dipendenza con tutto il corpo mitologico in cui, dall’origine dell’umanità, è immerso. In questo corpo mitologico, bisogna includere la Rivelazione. Ne conserva certo la nostalgia, anche dolorosa, aderisce a certe sue parti, ma il vero padrone del gioco è ormai altrove, è la scienza, il suo discorso e il nuovo Libro che essa scrive ogni giorno.

In ogni caso, solamente tali soggetti – e l’esperienza lo conferma – rilevano, se lo auspicano, della psicanalisi. Coloro nei quali la sfaldatura non si è operata, che restano aderenti al corpo dei miti religiosi o altri, non sono analizzabili. Coloro che possono riconoscere la scienza come strumento tecnologico; ma non hanno attraversato l’esperienza del Cogito cartesiano e del dubbio radicale che l’ha preceduto.

Si conoscono i tratti d’humour di Lacan riguardanti i veri “cattolici che non sono analizzabili”. Si può dire altrettanto degli integristi di ogni obbedienza, senza parlare dei popoli detti primitivi.

Per contro Jung rifiuta con veemenza di rinunciare al mito. Nella concezione di Lacan, noi diremo che rifiuta di situarsi come soggetto della scienza. Per lui, il mito è l’ossigeno che respira il nostro psichismo. Rinunciarvi implica il prosciugamento di questo psichismo. Cosa che non può che attirargli la simpatia di tutti coloro che sono in rivolta contro l’universo che forgia la scienza.

Piuttosto che considerare questa posizione come arretrata, ci pare più giusto di considerarla come reazione o difesa contro le devastazioni del discorso scientifico. Jung sarebbe, a questo titolo, il profeta di tutte le ideologie di tipo New Age.

Lacan, per contro, sebbene affatto cosciente di questi danni del discorso scientifico che stritola l’umanità e la dirige verso la sua uniformizzazione, afferma che non si può fare altrimenti che di situarsi in questa posizione di soggetto della scienza. È su questo suolo che la psicanalisi freudiana si è costruita e non c’è da ritornarci sopra. Il suo ruolo è precisamente di riassorbire i danni che produce il discorso della scienza.

Da allora, tra junghiani e freudiani di ogni scuola la rottura è ineluttabile. Ci si chiede anche come i due uomini, Freud e Jung, abbiano potuto fare insieme un tratto del cammino, così importante e appassionato.

Troviamo l’analisi di Lacan chiarificatrice e feconda. Essa permette di porre con chiarezza la questione del posto della religione e del mito nella psicanalisi. Essa permette, almeno in teoria, d’aprire il dialogo tra tutte le correnti che, un giorno, sono state marcate dalla parola di Freud. Non è lo scopo del nostro incontro?



1) Colloquio "Freud, Jung, Lacan", Bruxelles, 15 settembre 2008, diretto da Michel Cazenave.

2) Carl Gustav Jung, Ma vie, Gallimard,1966, nella traduzione italiana: Ricordi, sogni, riflessioni, Rizzoli, 1998. Le citazioni sono tratte dalla versione in francese.

3) Cfr.: Le péché originel de la psychanalyse, Seuil, 2007.

4) C.G. Jung, Ma vie, op. cit., p. 253.





Gérard Haddad è nato a Tunisi nel 1940, ingegnere agronomo, poi medico e psichiatra, si è formato con Jacques Lacan, che incontra nel 1969. Questa avventura dura dodici anni, ovvero sino alla scomparsa di Jacques Lacan. Nel corso della sua analisi intervengono delle notevoli trasformazioni: da marxista, ateo, si confronta - sollecitato dallo stesso Lacan - con la tradizione ebraica della sua famiglia. La forza della religione e dell’ebraismo come istanza intellettuale emergono, e la sua ricerca si svolge da allora lungo il filo della lettura incrociata del giudaismo e della psicanalisi.


Bibliografia di Gérard Haddad


L’Enfant illégitime : Sources talmudiques de la psychanalys, Hachette, 1981.

Manger le livre, Grasset, 1984.

Les Biblioclastes, Grasset, 1990.

Les Folies millénaristes, Grasset, 1990.

• (avec Antonietta Haddad) Freud en Italie : Psychanalyse du voyage, Albin Michel, 1994.
Traduzione italiana : Freud in Italia. La psicoanalisi è nata in Italia, Xenia, 1996.
Lacan et le judaïsme, Descléee de Brouwer, 1996.

Maïmonide, Belles-Lettres, 1998.

• (con Didier Sicard) Hippocrate et le Scanner, Descléee de Brouwer, 1999.

Le jour où Lacan m’a adopté, Grasset & Fasquelle, 2002.

• (con Hechmi Dhaoui) Musulmans contre l’Islam ?, Cerf, 2006.

Le péché originel de la psychanalyse, Seuil, 2007.


Traduzione dal francese di Giancarlo Calciolari


1 marzo 2009


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19.05.2017