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Bettina e le altre: il mistero delle donne di Pontassieve

Paolo Pianigiani
(23.02.2009)

Da quando il Palazzo Sansoni Trombetta è diventato la sede del Comune di Pontassieve, tutti quelli che si son trovati di fronte agli affreschi di Ferdinando Folchi, che raccontano storie di sette donne famose, si sono chiesti: ma chi saranno mai queste signore? Fino ad oggi solo una è stata individuata, Lucrezia Mazzanti, ritratta mentre si getta dal ponte dell’Incisa, per non cedere alle brame degli imperiali, ai tempi dell’assedio di Firenze (1529). E le altre?

Si era attribuito ad una delle figure femminili, quella con il bambino in collo, il nome di Chinzica dei Sismondi, l’eroina pisana che avvertì i cittadini dell’arrivo dei turchi. Ma era un errore. Il vero nome di questa coraggiosa mamma era Bettina Tommasi, e la sua città era Ancona. Alcuni anni fa, mi interessai una prima volta di questi affreschi, per rafforzare l’ipotesi di attribuzione di altri dipinti del Folchi, di carattere sacro, presenti nella Collegiata di Empoli, sul soffitto della Cappella del Crocifisso. Pubblicai un articolo proprio qui su Reality, limitandomi però ad un esame stilistico e formale delle pitture, senza scendere nei dettagli. Mancava assolutamente qualsiasi riferimento bibliografico e, in assenza dei documenti, i pochi che avevano provato ad approfondire lo studio iconografico, si erano fermati alla superficie. Si capiva che le donne raffigurate dovevano aver compiuto qualche azione coraggiosa, da meritare d’essere ricordate e celebrate per sempre: ma chi fossero e cosa avessero fatto, rimaneva un mistero. Di certo c’era la rappresentazione dell’Italia e della Grecia, raffigurate per la maggior gloria delle famiglie Sansoni, di origine livornese e Trombetta, ricchi banchieri che provenivano da Corfù, e che in qualche modo dava anche l’indicazione della data del ciclo di pitture: quella dell’Unità d’Italia e, con ogni probabilità, quella di Firenze capitale.

A districar di molto le nebbie è arrivato il libriccino dei conti del Folchi, che si è ritrovato fra i manoscritti della Biblioteca degli Uffizi. Con scrupolo e la sua bella calligrafia, Ferdinando ci ha lasciato annotate tutte le sue pitture, con la descrizione e le somme incassate. Alla data del 7 Dicembre 1864 ecco precisato che ...

Dall’Illmo Sig. Gio Battista Trombetta, per le pitture fatte a buon-fresco nel salone del suo Palazzo in Pontassieve in N° 8 gran quadri e rappresentanti fatti gloriosi compiuti da Donne Italiane cioè, la Mazzanti, La Anconitana, L’Aldobrandini, La Sicurana, La Chita Tessitrice Fiorentina, la Bellisandra Maraviglia, La Luisa Strozzi, e l’arme Trombetta avente ai lati le figure di Italia, e Grecia


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Ed ecco facilitato, almeno nella gran parte, il percorso verso la definizione dei personaggi femminili, che qui di seguito sono elencati, completi di riferimenti ai testi, che sicuramente Ferdinando Folchi ebbe sotto mano al momento di eseguire i disegni e i cartoni degli affreschi.

La Mazzanti. Nell’Assedio di Firenze, opera che dette la fama a Domenico Guerrazzi, viene dedicato un intero capitolo a questa signora. Durante le prime fasi dell’assedio del 1529, Lucrezia fu fatta prigioniera dagli imperiali. Era bellissima e ci fu subito la disputa fra i tanti che volevano approfittare di lei. Lucrezia fece finta di voler contentare tutti, convincendo i giovanotti a rimandare la decisione alla sera, al campo. Ma attraversando il ponte all’Incisa, si buttò di sotto, affogando, fra il dispiacere interessato, è immaginabile, di tutti i presenti.

La Anconitana. Siamo nel 1174, ad Ancona. Ce lo conferma l’Arco di Traiano, che compare sullo sfondo e che ancora oggi è presente nella zona del porto. La città era assediata dall’Arcivescovo di Magonza, che comandava le armate di Federico Barbarossa, alleato dei veneziani. La città, dopo un lungo assedio, era stremata e affamata. Sulle mura è di guardia il soldato Peppo, qui raffigurato ridotto al lumicino dalla fame; viene avvicinato da Bettina Tommasi, la giovane moglie di un dottore, che in un gesto estremo e generoso, sta per offrigli il seno per una poppata rigeneratrice. Ma è sufficiente il gesto: subito Peppo si slancerà contro gli assedianti, pieno di nuove energie, facendo strage di nemici e rimanendo a sua volta ucciso. Il libro che parla di questa vicenda è L’Assedio di Ancona, scritto da Giuseppe Cannonieri e pubblicato a Firenze nel 1848.

La Aldobrandini. Si tratta di Giulia, la figlia di Salvestro Aldobrandini, personaggio che ebbe un qualche ruolo nell’assedio di Firenze. Fu lui a parlare durante l’assemblea-farsa, che si tenne per ratificare in piazza l’accettazione da parte del popolo fiorentino, dei patti imposti dal Papa Clemente VII e da Carlo V. In pratica la resa senza condizioni. Alcuni anni dopo, ad Urbino, durante un ricevimento, Giulia rifiutò, con male parole, l’invito al ballo rivoltole da Fabrizio Maramaldo, l’uccisore di Francesco Ferrucci a Gavinana. Ecco come andò:

Quella corte, piena sempre di gentilezza, faceva un ballo; sul quale trovòssi il feroce Fabbrizio; e vedutavi una bella giovane, che dovette più delle altre piacergli, a quella con militar baldanza presentandosi, la richiese di ballare con lui. Ma quella rispose, no. — Perché non volete? — Ne io, né altra donna d‘Italia che non sia del tutto svergognata, farà mai veruna cortesia all‘assassino di Ferrucci. — Di che il rodomonte restò mutolo e confuso, e la bella giovane da tutti manifestamente lodata.


Da: Storia dei Conti e Duchi d’Urbino, di Filippo Ugolini, Tipografia Grazzini, Giannini e C., Firenze 1859.

La Sicurana. Si tratta di Caterina Sigurana di Nizza, che si distinse per aver ammazzato un giannizzero turco e avergli sottratto la bandiera, che questi aveva piantato sul bastione della città di Nizza. I fatti avvennero durante l’assedio portato dai Francesi, alleati dei Turchi, che si svolse nell’estate del 1543. La bandiera dipinta è infatti quella francese, con i gigli d’oro su fondo azzurro.
Da notare che i libri del tempo riportano come la Caterina fosse proprio brutta, una specie di virago, tanto è vero che il suo soprannome era “La Maufaccia”, la Malfatta. Ma il Folchi, da gran gentiluomo, le rende giustizia e la gratifica di un bel lifting pittorico. L’evento si riferisce ai tempi quando la città era piemontese, quindi italiana. Anche Garibaldi, suo concittadino, la citò come esempio di coraggio in alcuni suoi discorsi da senatore.

La Ghita Tessitrice Fiorentina. E’ il dipinto di maggior respiro e con il maggior numero di personaggi ritratti e chiaramente individuabili. Siamo anche in questo caso ai tempi dell’assedio di Firenze; in Palazzo Vecchio i principali artefici della difesa della Repubblica ricevono la visita di Ghita, una tessitrice di seta del popolo di San Frediano. La coraggiosa madre, che ha appena visto morire il proprio marito, Bindo del Tovaglia, in difesa della città, è venuta a offrire in sostituzione il figlio Ciapo, poco più che un ragazzo. E’ anche questo un episodio ricavato dall’Assedio del Guerrazzi, dove i protagonisti vengono rappresentati dal Folchi con dettagli presi dal testo. Ecco Michelangelo che disegna il ritratto di Ghita, che utilizzerà in un suo dipinto oggi conservato a Pitti, Le tre Parche. Ecco il gonfaloniere Francesco Carducci, pallidissimo in volto, proprio come lo descrive il libro, e lo storico Iacopo Nardi, che prende appunti in diretta.


Bellisandra Meraviglia. E’ la celebre eroina veneziana che, caduta prigioniera durante le presa di Cipro, fece saltare la nave turca che la conduceva, insieme ad altre sventurate, in qualche harem in Anatolia a soddisfare le voglie dell’emiro a cui erano destinate. Ho anche ritrovato la fonte iconografica, quasi speculare, alla quale si è ispirato il Folchi: una stampa dal libro di Giuseppe Gatteri, Venezia, tip. Giuseppe Grimaldo, 1860.

Luisa Strozzi. Nobile fiorentina, viene rappresentata nell’atto violento (la poltrona rovesciata in terra lo testimonia), di rifiutarsi al duca Alessandro, che durante un ricevimento le aveva direttamente proposto un incontro fra le lenzuola. Ne parla il libro Luisa Strozzi di Giovanni Rosini, edito a Firenze nel 1850 dall’editore Le Monnier. Era il passatempo preferito dal duca: approfittare del potere per facili conquiste femminili. Sarà proprio una di queste avventure, finita male, che lo porterà alla rovina, per mano di Lorenzino de’ Medici, suo stretto parente.

Risolto finalmente il mistero, resta nell’aria una considerazione di chiusura: adesso che tutto è chiaro, fin nei dettagli delle storie, le sette signore avranno ancora il fascino che avevano prima, quando nessuno sapeva chi erano? Io mi auguro di sì. I misteri femminili, se non vengono prima o poi svelati, sono una disperazione per la curiosità degli uomini!

L’articolo è stato pubblicato nel numero 49 di Reality, Ctedizioni, Santa Croce sull’Arno (PI)


Paolo Pianigiani, Firenze-Praga. Scrittore, artista, redattore di “Transfinito”, direttore di “Campandino.it”


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30.07.2017