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Autorità. Alexandre Kojève

Giancarlo Calciolari
(25.10.2009)

"Alcuni scrivono libri interi su ciò che Kojève risolve con eleganza in una nota."
Jacob Taubes, Messianesimo e cultura, p. 393.

Scritto nel 1942, La notion de l’autorité è stato pubblicato solo nel 2004. Il testo è firmato con il nome russo Kojevnikoff, che in italiano si translitera in Kojevnikov.
Dopo Il principe di Niccolò Machiavelli, questo testo di Kojève è il libro che con maggior forza pone la questione dell’autorità in modo intellettuale e non finalizzato a una parte politica. Forse vale anche per Kojève quello che Machiavelli scrisse per sé, che la cognizione delle azioni degli uomini è imparata da lui con una lunga esperienza delle cose moderne e una continua lezione delle antiche.

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Nel testo di Kojève, che come il testo di Machiavelli è stato pubblicato post-mortem, c’è la conclusiva brevità, frutto del tempo di guerra, e dell’impossibilità di ornamenti, clausole ampie, parole ampollose e magnifiche, come richiesto dal modello universitario. In Machiavelli la brevità è dovuta alla sua formazione libera, non incasellabile come tutt’oggi si fa nella filosofia politica. Machiavelli non è filosofo, Kojève sì.

Alexandre Kojève è noto per la sua lettura della Fenomenologia di Hegel, tenuta presso l’École pratique des hautes études di Parigi dal 1933 al 1939, che ha formato intellettuali come Raymond Queneau, George Bataille, Jacques Lacan, André Breton e Raymond Aron. Benché Hegel abbia prefato un’edizione del Principe di Machiavelli, ne La notion de l’autorité non c’è traccia di Machiavelli.

Nel suo dispositivo di lettura Kojève arriva alla cima della sua analisi, ovvero è in condizione di leggere “ogni teoria dell’autorità”, anche quelle che risulterebbero dalla combinatoria algebrica dei quattro tipi “puri” di autorità, da lui identificati: l’autorità di padre, l’autorità di padrone, l’autorità di capo, l’autorità di giudice. Tuttavia la sua combinatoria arriva a 64 tipi misti, mentre dovrebbe arrivare a 256 (4 elevato a 4).

Questa potenza categoriale richiama quella del logico matematico e filosofo Charles Peirce, che reinventa la filosofia chiamandola semiotica. Nella quarta conferenza di Havard del 1903, Peirce mette in scena i sette sistemi di metafisica, che raggruppano le combinazioni concepibili di categorie, razionali o irrazionali, che sono emerse nel corso della storia della metafisica. Hegel è nel terzo sistema mentre Platone e Aristotele sono nel settimo sistema, propriamente quello della metafisica.
Ecco come si presenta Peirce: “mi qualificherei come aristotelico della branca scolastica, vicino allo scotismo, ma spingendomi più lontano in direzione del realismo scolastico”. In tal senso, Kojève è un platonico e aristotelico, scolastico e hegeliano che si evolve teoricamente in direzione dei paradossi della logica. Ma la sua vita prende un aspetto pragmatico, diviene consigliere del governo francese per i dossiers più importanti. Consigliere del principe, come Machiavelli. Senza più il bisogno di pubblicare il suo libro La nozione di autorità.

Mentre Machiavelli indegnamente sopporta una grande e continua malignità di fortuna, Peirce inventa il pragmatismo e fallisce nelle imprese pragmatiche, Kojève prima perde la sua fortuna in pessimi investimenti finanziari e poi ha molta più fortuna per le sue virtù d’analisi.

Un ultimo impiego di Peirce come reattivo all’analisi di Kojève: “Il pragmatismo è una massima di logica; e la logica non può contare su nessun sostegno della metafisica”.
Alexandre Kojève utilizza tre livelli di lettura: analisi fenomenologica, analisi metafisica, analisi ontologica. Dall’analisi fenomenologica emergono i quattro tipi di autorità, che non sono più riducibili l’uno all’altro. Autorità di giudice (Platone), autorità di capo (Aristotele), Autorità di padre (scolastica), autorità di padrone (Hegel). L’analisi metafisica qualifica l’autorità come umana, sociale, storica, il cui fondamento metafisico è una modificazione dell’entità “tempo”; e si precisano i tipi di autorità rispetto al passato, al presente, al futuro e all’eternità. Padre (passato), Padrone (presente), Capo (futuro), Giudice (eternità). L’analisi ontologica studia la struttura dell’Essere in quanto tale, e dovrebbe permettere di capire il perché e il come della struttura (metafisica) del mondo reale.

La struttura quaternaria dell’autorità permette a Alexandre Kojève di distinguere molti elementi specifici di ciascun modo di governo. Nelle due appendici del piccolo libro ci sono l’analisi dell’autorità del Maresciallo Pétain e l’analisi sulle condizioni di un’altra rivoluzione nazionale francese.

L’approccio di Kojève pone obiezioni alla classica divisione occidentale dei poteri, poiché rileva come manchi l’autorità di padre, per altro diventata oggi una litania anche del lacanismo con il declino della funzione paterna.

Certamente, prendere l’algebra dell’autorità di Kojève permette d’intendere molte cose del funzionamento delle istituzioni sociali, ivi compreso lo stato. Ciascuno può trarre indicazioni leggendo i dispositivi in cui interviene, dalla famiglia al lavoro, dalla scuola all’esercito. Non ha caso dare consigli era diventato il lavoro di Kojève.

Non è facile leggere Kojève e nemmeno Machiavelli. Mentre la via facilissima è quella di commisurarli al partito preso, che risulta sempre quello dell’elusione dell’autorità per l’uso più o meno celato della forza. Per questo aspetto, la lezione di Kojève è importante: l’autorità non ha nulla a che vedere con la forza. E noi riscontriamo come l’uso della forza sia un aspetto dell’autoritarismo e dell’antiautoritarismo.

Anche nei lavori più recenti sull’autorità, come quello di Myriam Revault d’Allonnes, che procede dall’aspetto sociologico di Weber (che ha nutrito anche il giurista Carl Schmitt, amico di Alexandre Kojève), che abbiamo recensito su “Transfinito”, l’autorità rimane un mistero. Scrive Kojève: “Per la sua stessa essenza, l’Autorità suppone una generazione spontanea” (115); e nelle annotazioni preliminari annota che “l’essenza stessa di questo fenomeno ha raramente attirato l’attenzione” (49). Eppure Kojève manca l’essenziale dell’autorità; le teorie dell’autorità da lui menzionate non rendono conto dell’autorità della parola, quella parola che per esempio s’impone con Gesù, già quando bambino va nel tempio. È questo l’esempio anche del laico Giuseppe Pontiggia, che per vent’anni ha scritto un libro sul linguaggio autoritario, senza mai concluderlo.

Noi abbiamo fatto il percorso dell’autorità nella psicanalisi. In Freud quasi non c’è, sebbene ci sia l’esigenza di Roma, dove è sorta. Si possono trarre degli spunti interessanti dalla lettura di Totem e tabù, e dal modo stesso in cui ha inventato la psicanalisi. Lacan, che s’interroga su come Freud abbia avuto accesso alla psicanalisi, in effetti si interroga sulla sua autorità spontanea, e ha per lo più indagato sulla questione dell’autorizzarsi (come psicanalista). Per Verdiglione l’autorità s’instaura con la parola originaria, in particolare con la funzione di rimozione, che non ha nulla di una funzione personale o sociale.

La crescita indicata dall’etimo di autorità è quella del cominciamento delle cose: il rilievo, che è un aspetto del ritorno come nome del significante rimosso.
L’autorità è il “crescente”, il lievito della vita. Ed è quanto di più distante ci sia dalle rappresentazioni del potere. Anche dalle rappresentazioni dello stato.

L’autorità originaria è irrappresentabile, come ciascun elemento della vita, e quindi per ognuno è inconcepibile, e non solo per i teorici dell’autorità. Per ciascuno la questione è quale sia lo statuto dell’autorità senza più fenomenologia, metafisica e ontologia. E nel caso di risposte affrettate, come le poche note di lettura che abbiamo reperito al libro su La notion de l’autorité di Kojève, c’è da chiedersi quale sia l’autorità senza più biologia, antropologia, psicologia, sociologia…


Alexandre Kojève, La notion de l’autorité, Gallimard, 2004, pp. 206, € 16

Giancarlo Calciolari, direttore di “Transfinito.eu”

23 febbraio 2008


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