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Caro Milan Kundera

Fulvio Caccia
(25.08.2009)

Caro Milan Kundera,

Da molto tempo desideravo scriverti. Il cattivo processo che ti si intenta nel tuo stesso paese d’origine me ne dà l’opportunità. Il fatto che ci si serva degli stessi procedimenti che hai sempre denunciato, ci mostra bene che siamo entrati di nuovo nell’era del sospetto. Ieri era soprattutto l’attributo dei regimi totalitari. Oggi diventa quello della società della trasparenza. Queste manipolazioni sono vecchie quanto il mondo. Di fronte a tutto ciò la finzione costituisce un bastione, o meglio un altrove dove si può sentirsi veramente liberi, senza fingere, senza falsa postura.

Tu, almeno, prendi sul serio il lettore! La tua voce è familiare, né troppo forte né troppo bassa. È per questo che non arrivo a darti del lei com’è richiesto dalla deferenza che esige lo scrittore giunto alla sommità della sua arte. Mi parli come a un amico vicino, "il suo doppio, il suo fratello", e non come a un ragazzino di dieci anni a cui occorre ripetere tutto per essere sicuri che abbia ben capito, o peggio, come un sempliciotto che inghiotte qualsiasi prosa col pretesto che c’è stampato sopra "novità". Ci sono alcune regole da rispettare, che diavolo! Prima di violarle.

... Caro Milan, per me tu resti il fraterno ricercatore di senso, che rivolta le parole come le pietre per vedere ciò che brulica sotto. E sotto che cosa c’è se non il groviglio della vita che non è né brutta né bella, ma altro non è che diversità. Si tratta di nominarla, di metterla in scena senza schiacciarla con parole-dogma a forza di ripetere ciò che i potenti permettono di designare della realtà che ci circonda. Ho forse l’aria di militare per un qualsiasi partito dell’immaginazione? Possibile. È il mio lato di immigrante, di minoritario che riemerge.

Natura, immigrazione, minoranza. Ecco parole tante volte sentite che sono diventate alla loro volta parola-lapidi, allegorie di cui si è perso la chiave. Ma non andiamo troppo rapidamente. L’essenza del romanzo, come l’hai molte volte affermato, è contraria a ogni indottrinamento. La sua storia è vecchia come il mondo. E come gli dei.

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Hiko Yoshitaka, "Un sogno di Lacan", 2007, bronzo a cera persa

L’arte di raccontare è anche il primo attributo del Potere. Gli specialisti in comunicazione affermano oggi apertamente il “storytelling” come un metodo di management politico. Si scopre l’acqua calda! E la retorica allora a che cosa serviva se non a convincere! La posta in gioco, oggi come ieri, è di convincere senza manipolare. Il romanziere, non è là per fare inghiottire serpenti, ma piuttosto per mostrare come sono cangianti, belli e mobili nell’emozione che provocano in noi, quella di essere un’illusione della realtà, uno specchio della verità. È così che il romanziere mostra che "il re è nudo " e che la "stoffa magica", tessuto di leggenda di cui si riveste, è solamente la proiezione dei nostri desideri, della nostra domanda di felicità e di protezione e di sicurezza, formulata non ai nostri dirigenti ma a ciò che va al di là di noi. Qui si situa il malinteso tra i popoli e quelli che li governano. È meglio allora avere il coraggio di ritornare all’essenziale, vale a dire all’incertezza della nostra stessa soggettività. È ciò che fai invitandoci a rivisitare questa caverna magica, pertanto familiare dove incubano i nostri valori, per capire il mondo. La caverna del nostro mondo interiore, ben malmenata dai tempi che corrono. Perché il mondo si muove.

A ogni soglia attraversata dall’umanità, reinventarsi un modo di raccontarsi.... Ultimo nato tra i generi letterari, il romanzo spunta nello spazio pubblico in compagnia di una parola che darà frutti tardivamente: intellettuale. Con Zola l’impegno diventerà una delle missioni del romanziere. Perché l’impegno è proprio politico nella misura in cui il romanziere diventa il portatore di una contro-parola festiva, ironica, critica al riguardo dei poteri. Sei uno dei rari ad assumere pienamente questo. Il famoso silenzio degli intellettuali, di cui si straparla da tre decenni, è soprattutto dovuto all’insuccesso del romanziere nel tenere la sua linea di interprete del mondo nel confronto coi discorsi delle scienze dell’uomo. Non è un deficit di interpretazione di cui soffra crudelmente il mondo ma un deficit di narrazione. Ancora una volta, sei stato il primo e il solo, in questo silenzio assordante, a dirlo. Tanto di cappello! Che tu sia originario di una piccola contrada non è probabilmente estraneo alla cosa. Occorreva lo sguardo di un eccentrico, di un emarginato, per vedere così la scena letteraria e il mondo. E per di più di un romanziere esiliato dal mondo comunista.

Il comunismo è stato l’ultima utopia umana per comandare il reale. Il comunismo è stato anche un figlio dell’Europa, della sua volontà di potere nell’imporre il bene attraverso il politico. La sua caduta, l’avevi anticipata, mostrandoci quanto tale pretesa poteva essere comica, grottesca e ridicola. Ogni tua opera si trova nell’esatto punto in bilico dove il politico tramonta e si mette fuori gioco. Così facendo ci svelavi, attraverso una piccola lente d’ingrandimento, un’altra storia dell’Europa: la storia segreta, complessa, molteplice, ospitale verso le sue arti. La storia dei suoi valori è la vera grandezza dell’Europa, spoglia infine dalla sua volontà di potere.

Ma oggi mentre l’economia, diventata dominante, mette tutte le letterature e le culture in concorrenza, e lo stato non riesce più a produrre l’unità e dunque l’identità, quale è il posto di questa storia? È con questa interrogazione che concludi Il sipario, il tuo ultimo saggio. "Attanagliato dall’angoscia, immagino il giorno in cui l’arte smetterà di cercare il mai-detto e si rimetterà, docile, al servizio della vita collettiva che esigerà da lui di rendere sempre bella la ripetizione..."

È forse la domanda che ti avrei posto, io l’emigrato, all’esiliato che sei, quando ci siamo incrociati, quattro anni fa a Parigi. L’amico Michel Erman mi aveva condotto in un caffè dove si teneva l’incontro di una rivista letteraria di cui eri il padrino con Arrabal. La rivista in seguito si è trasferita a Montreal. Abbiamo scambiato proprio alcune parole su Montreal, dove hai rischiato di abitare all’inizio del tuo esilio. Imbaldanzito dall’interesse che questo ricordo rievocava, mi sono arrischiato a chiederti un’intervista per la rivista che animo su internet. Che cosa avevo mai detto! Subito ti sei eclissato. Ho saputo allora che fuggivi come la peste le false confidenze che fanno il pane quotidiano della nostra stampa. Tale non era, certamente, la mia intenzione. Mi interessava dialogare con te. Ecco, volendo, è cosa fatta. Ti stringo la mano e ti dico: ciao!





Fulvio Caccia, Parigi. Scrittore, poeta, direttore di “Combats”, Periodico multilingue di letteratura, politica, cultura.

Prima pubblicazione sulla rivista “Mœbius” di Montréal.


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14.02.2017