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Enzo Bianchi, "Il pane di ieri"

Marina Monego
(15.02.2009)

El pan ed sèira, l’è bon admàn. Il pane di ieri è buono domani.

Proviene un grande senso di pace – lo stesso che si respira a Bose – da queste pagine di Enzo Bianchi, che della Comunità Monastica di Bose è il priore e il fondatore.

È come se padre Enzo invitasse alla sua tavola i lettori e raccontasse loro, con la sua voce profonda, i ricordi della sua infanzia e giovinezza, dei suoi genitori, delle persone più significative per la sua formazione, condividendo così una sua dimensione più familiare e intima.

Giunto oltre i sessant’anni questo straordinario maestro spirituale dall’enorme cultura e dalla saggezza profonda, sente il desiderio di guardare al proprio passato sia per cogliere le chiavi di lettura per il presente e il futuro, sia per manifestare l’amore per la sua terra e la gratitudine per la ricchezza di umanità ricevuta.

Cresciuto in un paese del Monferrato negli anni dell’immediato dopoguerra, prima del boom economico, il Priore ricorda la vita dura, assediata dalla miseria, scandita dai ritmi del lavoro agricolo. Gli affetti erano austeri e spesso tra le mura domestiche si manifestava una violenza verbale, psicologica prima ancora che fisica, accentuata da solenni ubriacature. Violenza che nessuno immaginava neanche di denunciare.

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Charley Supper-Bertho, "Paysage", acrylique sur plexiglass

Non c’è in queste pagine una visione idilliaca della vita contadina di allora, segnata dalla solitudine, non si vive infatti una realtà comunitaria e chi ha un dolore troppo grande per poter essere condiviso durante le veglie delle serate invernali se ne sta da solo a bere fino ad addormentarsi con la testa sul tavolo e la radio accesa.

Eppure non c’è asprezza in questi ricordi, ci sono valori, degli autentici comandamenti laici che hanno contribuito alla formazione del narratore e costituiscono tuttora una degna “coda” ai comandamenti consegnati a Mosè.

Non vi sono rimpianti o desiderio di ritorno al passato, si percepisce una sapienza antica, una pacatezza, un equilibrio che sa fare la pace anche con ricordi pesanti come quello della morte della madre, avvenuta quando il piccolo Enzo ha solo otto anni. Il suono della campana dell’agonia – i momenti della vita allora erano scanditi dalle campane, così tutti li condividevano – lo richiama verso casa mentre è fuori a giocare e la madre lo saluta per l’ultima volta, dicendogli: “Vedrai, io di là farò più di quanto ho potuto fare di qui per te…”

Di ogni gesto viene colta la dimensione antropologica profonda, in modo da non banalizzarlo mai e da arricchirlo di senso: ecco allora che cucinare per un’altra persona significa “testimoniargli il nostro desiderio che egli viva e condividere la mensa testimonia la volontà di unire la propria vita a quella del commensale”. (p.36)

La cucina e la tavola diventano “epifania dei rapporti e della comunione” e preparare una pietanza significa scegliere i suoi ingredienti, essere consapevoli che provengono da luoghi e genti diverse e che opportunamente dosati e cucinati convergeranno tutti per la creazione di una sinfonia di gusti.

Preparare un ragù può essere davvero un’esperienza di riflessione….e la bogna càuda quasi un’opera d’arte.

Ciò che trasforma un tavolo in una tavola è l’umanità, la condivisione, il raccontarsi, perché “nessuna vicenda della vita era insignificante per gli altri”. Si tratta di dimensioni vive in quella società che oggi tendiamo a perdere e che invece contribuiscono ad arricchire di senso la nostra esistenza.

Un’attenzione particolare viene rivolta al pane e al vino, così importanti anche nella tradizione cristiana. Sono cibi antichi nei quali coltura e cultura s’incontrano e s’armonizzano perfettamente.

“Mia madre deponeva sul tavolo ogni mattina una grìssia del “pane di ieri”, un fiasco di vino, un orciolo di olio e una saliera, tutto ricoperto da un tovagliolo da lei ricamato con la scritta: “l’olio, il pane, il vino e il sale siano lezione e consolazione”.

È un’immagine bellissima e semplice, un mondo è racchiuso in quei cibi e nel modo di presentarli.

La vigna viene colta nella sua bellezza e poesia attraverso le stagioni, è un duro e paziente lavoro coltivarla, attendere che porti frutto. È come fare un patto con la terra e vi è sempre la paura delle grandinate, capaci di devastare l’intero raccolto in pochi minuti. Ecco allora che non è insolito, in caso di temporali estivi, vedere il parroco avanzare tra tuoni e fulmini fendendo l’aria con l’aspersorio e il chierichetto – quasi sempre il piccolo Enzo, che abitava di fronte alla chiesa – recitando preghiere: per Deum verum, per Deum vivum…!

Colpiscono molto invece i maestri d’umanità più determinanti per il priore: figure semplici, umili, solitarie, anonime.

Troviamo il vicino di casa Pinot, l’ortolano, che affitterà al giovane Enzo quattordicenne un fazzoletto di terra da coltivare per suo conto.

“l’orto è una grande metafora della vita spirituale: anche la nostra vita interiore abbisogna di essere coltivata e lavorata, richiede semine, irrigazioni, cure continue e necessita di essere protetta, difesa da intromissioni indebite. L’orto, come lo spazio interiore della nostra vita, è luogo di lavoro e di delizia, luogo di semina e di raccolto, luogo di attesa e di soddisfazione. Solo così, nell’attesa paziente e operosa, nella custodia attenta, potrà dare frutti a suo tempo”. (p.95)

E poi compaiono Enrico, il sediaio e il “Muretin”, figura conosciuta agli inizi della Comunità di Bose e rimasta a condividere la vita dei fratelli.

Trapela una grande umanità e un grande amore per l’essere umano da questi ritratti e un’attenzione speciale per ciascuno, riconosciuto nella sua originalità di persona, importante per sé stessa quale creatura.

La vasta cultura del maestro spirituale rimane sottesa, qui s’intrecciano sapienza biblica e saggezza popolare, fondamenti cristiani e fondamenti laici provenienti dalle proprie radici e rivisitati con sguardo aperto e sempre attento a non farne una barriera di chiusura alle altre culture.

Con pagine più riflessive sul passare dei giorni, la vecchiaia e la morte si concludono i racconti di padre Bianchi: sono considerazioni umanissime ed equilibrate, di serena accettazione della realtà.

“Ma il mio compito, il compito di ciascuno di fronte alla vecchiaia che incalza non è prevederla bensì prepararla, colmando la vita di quanto può sostenerci fino alla morte”.


EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Enzo Bianchi (Castelboglione, Monferrato 1943) è fondatore e priore della Comunità Monastica di Bose.

Enzo Bianchi, Il pane di ieri, Torino, Eianudi 2008. Il libro è dedicato a Roberto Cerati.

Links:

http://www-1.monasterodibose.it/

http://www.monasterodibose.it/index.php/content/section/9/26/lang,it/

Marina Monego, gennaio 2009



Recensione presente anche qui:

http://www.lankelot.eu/index.php/2009/01/16/bianchi-enzo-il-pane-di-ieri/


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