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"Parnaso d’Oriente" di Luciano Troisio

Marina Monego
(11.02.2009)

TRA ORIENTE E OCCIDENTE



Una poesia elegante e colta che si colloca tra Oriente e Occidente fin dal titolo dell’opera: il Parnaso, il monte occidentale delle Muse, trapiantato nel mondo e nella cultura orientale, che l’Autore conosce bene per diretta esperienza.
La raffinata raccolta poetica di Troisio è suddivisa in varie sezioni che raccolgono testi appartenenti a diversi periodi, tra il 1990 e il 2003; e costituisce un itinerario realizzato da un attento viaggiatore occidentale attraverso immagini, personaggi, paesaggi orientali, scrutati con uno sguardo disincantato e talvolta ironico.

Conoscere da vicino una civiltà così diversa e distante non significa però per l’Autore rinunciare alle proprie radici culturali, alla propria identità d’occidentale, che nelle liriche emerge ben chiara attraverso riferimenti e citazioni.

Se l’Autore da un lato non è un semplice «turista» o visitatore dell’Oriente, ma dimostra di conoscerlo, di essersi impossessato della sua lingua (l’ultima sezione comprende alcune traduzioni di liriche cinesi davvero molto evocative e raffinate), dall’altro lato continua pur sempre ad essere un europeo colto, che non ha rinnegato le sue origini e non è stato contagiato da acritico esotismo.

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Antonella Iurilli Duhamel, "Inviolabili equilibri", 2008, acrilico su tela, cm 70x80

La prima, e più lunga sezione, datata 2003, s’intitola “Correlativi” e presenta liriche assai diverse ma tutte egualmente eleganti.

Numerosi sono i ritratti di differenti personaggi: i funzionari che aprono l’intera raccolta, la teen-ager kamikaze, che è una figura tragica e disperata, guardata con un senso di compianto per una giovinezza devastata e per le distrutte speranze nel futuro. “E certo avresti potuto/ vantare un giorno prossimo/ l’adolescente chimera” (p. 10).

Ed è struggente la chiusa con il vecchio contadino che ricorda l’episodio del bimbetto ebreo “secco scaleno” (p. 11) che arriva, in un giorno di canicola, con mezza anguria gigantesca.

L’Oriente è fatto anche di templi ora devastati come quelli di Tanah Lot, che danno una sensazione di decadimento, di nostalgia per ciò che non è più, ma l’Oriente è anche popolato di figurette gentili e aggraziate come Tin Lin, che s’oppone alla potatura di un ramo di pruno cresciuto un po’ troppo.

In pieno mondo orientale, ecco spuntare il vilucchio che “si era avvolto alla carrucola del pozzo” (p. 16), immagine richiamante Montale. E poco oltre: “perché dunque evitare/ terse occasioni «haiku»,/ non cimentarsi/ in classiche/ fulminee/ «Ci»?” (p. 17)

Quadri d’Oriente divengono «occasioni” di poesia, emblemi, «correlativi” di stati d’animo diversi.

Con soave levità le immagini si snodano, sfilano: una ruota di preghiera apre una lirica, un insonne primo ministro riceve un politico italiano “dal buffo cappellino” (p. 29), oppure c’è la forza della natura che si manifesta nell’esplosione di vitalità in “Cornucopia”, nella quale una teoria di fiori e frutti viene evocata e ritratta nel suo risvegliarsi primaverile.

La potenza e la violenza del monsone asiatico invece emergono in “Come sono”: un quadro di furia naturale dotata di un suo fascino particolare.

Vi è, in questa sezione ed anche in quella successiva, Shang Hai Xiao Ya (1990-1992), una visione della vita che passa ininterrotta e priva di illusioni, forse violata dal disincanto: “Ma se per tutta la vita / da una banda prefissata / le rette corressero parallele…” (p. 28), le “speranze parallele” (p. 28) s’incontrano solo nell’utopia, terra lontana, probabilmente irraggiungibile.

Ciò nonostante, la scrittura rimane comunque una delle possibilità: “non serve a nulla ma scrivi” (p. 36) dicono gli altri e la poesia continua a nascere.

Scrivere rifacendosi ancora una volta alle proprie radici culturali. Da questo punto di vista la lirica “Correlativi” è ricchissima di riferimenti ad altri poeti ed ha un alto tasso di letterarietà, mitigato infine dalla chiusa ironica.

Eppure lo scrittore continua nella sua opera: “esisto per stupirmi” (p. 37).
“Opere incominciate e non continuate più. / Ma l’avere fatto in luogo di non avere fatto/ questo non fu vanità” (p. 38).

Il “pellegrino spirituale” continua le sue osservazioni, talvolta il silenzio si fa estraniante: “Ignorare le cose/ permette la loro trasmissione nell’integrità/ conduce tra scienza e descrizione/ alla diversità” (p. 42).

Non viene più notato il paesaggio circostante ed è come sprofondare nello straniamento, una dimensione diversa, straziante del reale, che non è più colto e goduto in pienezza, ma è quasi ignorato da un io concentrato su se stesso.

Figura disillusa anche quella del maestro che l’allievo dice di non comprendere:
“la rinuncia conquista l’assenza travolge” (p. 46), non vi è una grande fiducia nella possibilità di cambiare il mondo, l’unica via è forse il dominio del pensiero e il distacco sovrano dall’eccesso di desiderio: “oggetti desiati cautamente/ senza bramosia di possederli” (p. 48) in “Tradurre gemma”.

Oriente e Occidente ancora si toccano nelle poetesse cinesi “acromegaliche in finta immagine anoressica” (p. 60) paragonate a Euridici, mentre una riflessione sul concetto di tempo accompagna il bellissimo scenario di “La valle dei Li Shu”.

Originale e, a tratti, divertita la “Piccola ode ai maialotti shangaiesi” dove una scena di vita orientale ben descritta (alcuni contadini vanno al mercato in bicicletta con un grosso maiale legato sul portapacchi) offre lo spunto per riflessioni quasi filosofiche dal punto di vista degli animali.

“Prove di provocazione” appaiono come composizioni di fine millennio, citano ironicamente Nostradamus, quello che “prevede sempre dopo” (p. 84), ritorna però nell’ultima poesia lo stilema “esisto per stupirmi” (p. 86), presente anche in “Correlativi”, a dimostrare che, in fondo, finché si riesce a meravigliarsi del mondo, ad avere nuove parole per descriverlo si può pur sempre riuscire a migliorarlo almeno un poco.

Una pagina bianca “Blanchissement Blanchissage”, tregua della parola, respiro di riflessione, introduce alla sezione intitolata “Il Parnaso dei fumetti”, un vero omaggio all’infanzia, al mondo del divertimento e della fantasia. Qui l’Autore recupera con abilità l’uso della rima e rivisita, elevandoli ad un loro, particolare Parnaso, i più vari personaggi dei fumetti, da quelli disneyani a Mafalda a figure fiabesche come la Bella Addormentata e Biancaneve.

Ironia e sguardo ormai distaccato permettono di osservare con un certo divertimento queste figure che hanno popolato le fantasie infantili: “Per i bacetti per i tuoi giochini / perché ero il favorito tra i bambini/ Pippi Calzelunghe ti amerò / e dai pedofili ti difenderò” (p. 94).

Ritorna il viaggiatore in “Variazioni sui porti”: “Visitai mondi lontani città strepitose/ vidi l’unicorno impagliato ma più cactus che rose” (p. 101).
L’apertura altamente evocativa e fascinosa che sembra alludere a mondi fantastici, riporta però, con l’immagine dei cactus, a una disillusione di fondo, a promesse non del tutto mantenute.

“Di tanto mondo / poco mi spiego” (p. 104): dopo tanto viaggiare il mondo resta sempre un mistero, nel quale ancora si leva la poesia, la parola.

Rimane “l’addio straziato / dei bastimenti / che lasciano il porto” (p. 104): il viaggio comunque continua in un fluire della vita che non s’arresta.

Chiudono la raccolta alcune affascinanti traduzioni dal cinese, che dischiudono per noi l’orizzonte su una cultura assai lontana e ancora poco nota ai più.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE


LUCIANO TROISIO, ricercatore del Dipartimento di italianistica dell’Università di Padova, ha insegnato nelle Università di Pechino, Shangai, Bratislava, Lubiana. Ha pubblicato numerosi volumi dedicati alla poesia: By logos, esproprio transpoetico, 1979; Folia sine nomine, 1981; e La Trasparenza dello scriba, 1982 (con Cesare Ruffato); La poesia nel Veneto, 1985; Ragioni e canoni del corpo, 2001; Linee odierne della poesia italiana, 2001. Inoltre ha pubblicato le raccolte poetiche: L’angelo alle spalle, 1960; Anamnesi in tre versioni, 1965; Precario, 1980; Persistenza del cavallino, 1984; I giardini della maharani, 1986; Le poetesse cinesi, 2000; Three or four girls, 2002.

In dialetto altopadovano: Drìoghe ai poeti, 2001.

In prosa: Tirtagangga e varie sorgenti, 1999; Viaggio a Ko Ciang, 2001; Nuvole di drago, 2003; La ladra di pannocchie, 2004.

LUCIANO TROISIO, Parnaso d’Oriente, Venezia, Marsilio 2004. Elleffe, Lingue di poesia, Collana diretta da Cesare Ruffato.



Marina Monego, maggio 2004



Prima pubblicazione su Lankelot.eu


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