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Krisis

Giancarlo Calciolari
(10.02.2009)

Si possono leggere le varie teorie sulla causa della crisi, che sono economico finanziarie e investono la geopolitica globale, a partire dal paese che l’ha vista sorgere, gli Stati Uniti.

Le profezie più facili sono state quelle catastrofiste, anche quella del Nobel per l’economia 2008, Paul Krugman.

Chi vede di fronte a sé l’albero della conoscenza del bene e del male mira sempre a fare l’economia del male per giungere al bene supremo, dimenticandosi che l’albero originario è quello della vita.

La tesi di copertura, ovvero frutto della gnosi economico-finanziaria, è che la deregulation e le dinamiche di un sistema finanziario svincolato da ogni controllo hanno prodotto la peggiore crisi dagli anni Trenta ad oggi. Giustamente, la crisi del ’29 ha la stessa radice nella paura. Quale?
Prima di rispondere, annotiamo che i termini trapelano qua e là: il panico dei mercati finanziari, l’allarmismo dei media, sino alla paura di intraprendere, per non parlare del timore di spendere le ultime riserve in acquisti voluttuari.

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Hiko Yoshitaka, "Omaggio a Piazza Armerina", 2007, bronzo a cera persa, elaborazione digitale

Un’ondata di paura. Come rispondere alla paura quando dilaga in ogni angolo del pianeta? Analizzandone le ragioni sino a imprimere un’altra direzione rispetto a quella che ha portato la crisi.

Due sono le risposte convenzionali alla paura: l’euforia e la disforia, entrambe senza direzione intellettuale. C’è poco da lamentarsi che l’euforia e la disforia portino alla catastrofe quando le oligarchie mondiali e il civil gregge (Leopardi) oscillano tra questi due poli. Anche adesso i più si dividono tra l’euforia delle classi ricche e la disforia delle classi povere. Anche nel senso che i debiti del tracollo sono finiti sui risparmiatori. A parte qualche banca capro espiatorio che permette per l’appunto alle altre banche di mantenere quell’euforia che creerà altri disastri.

Qual è la paura? Non è di origine economica né finanziaria. Si tratta della paura che la direzione del pianeta sia sbagliata e in mano alle persone sbagliate. Nulla garantisce – come dimostra la crisi – che le oligarchie (le bande dei vincitori, secondo la definizione di Kojève) che si spartiscono il pianeta sappiano dare una direzione di vita all’avvenire e non una direzione di morte, in un conflitto infinito, come mostra sempre la guerra tra Israele e Paesi arabi. E questo malgrado che un matematico, Nash, sia stato insignito del Nobel per l’economia, dimostrando che nei giochi non cooperativi c’è sempre un punto di equilibrio; con la speranza che la cosa sia applicabile anche alle guerre.

Quindi rispetto alla tesi corrente che la causa della crisi è stata l’incapacità di comprendere cosa stesse accadendo nel mondo finanziario, occorre almeno togliere l’aggettivo e leggere il “mondo”, anche in certi dettagli. Il caso Madoff oscura il caso Iraq. 50 miliardi di dollari di buco sono una patina sul buco della guerra in Iraq. Entrambi sono il frutto dell’euforia degli scomunicanti che presumono di avere in nome di Dio sempre ragione sull’Altro.

Negli anni Trenta la risposta è stata la prosecuzione della stessa euforia, e così la paura non letta ha armato anche la seconda guerra mondiale sino alla Shoah. Infatti è per paura del comunismo che le oligarchie occidentali (Chiesa compresa) hanno accettato il nazismo. E in tal senso, Martin Heidegger e Carl Schmitt sono i capri espiatori per lavare disforicamente l’occidente e riarmarlo euforicamente per guerre e massacri. Come accade per l’appunto anche oggi.

La paura sulla direzione imboccata dal mondo cerca un’altra lettura, anche rispetto a quella che accetta la divisione del pianeta in tiranni e popoli, i cui effetti costituiscono il bestiario analizzato da Machiavelli nel Principe.

In particolare, l’opposizione al tiranno sino al suo abbattimento comporta solo tiranni ancora più dispotici. Ognuno non avrebbe altro che da obbedire o da disobbedire, da conformarsi o da anticonformarsi, da apporsi o da opporsi. Queste sono, se esistessero, le predestinazioni sociali.

Nell’originario, nella vita autentica - come insegnano i casi di assenza di compromessi, per citare il più noto, che ha cambiato la nostra datazione del tempo, quello di Gesù – ciascuno si trova a fare in modo inedito, senza cedere non solo sul suo desiderio, come auspicava Lacan, ma nemmeno sull’etica, sull’estetica e sulla pragmatica.

Per parlare della paura, come se nominarla corrispondesse già a esorcizzarla (per proseguire nella stessa direzione acefala), l’opinione comune impiega il termine crisi. Tale è la risposta che si ottiene attenendosi all’albero della conoscenza, all’albero dell’incubo comune minimo e universale. L’albero di copertura della vita, che non c’è, ma che se ci fosse produrrebbe lo scempio della vita che ognuno avverte, a modo suo.

Procedendo dall’albero della vita la crisi ha un altro statuto. In greco krisis è giudizio. Il giudizio originario, senza più escatologia. Senza più inizio e fine del tempo. Anche oltre il tempo logico di Lacan: il tempo come taglio, come frazione, come sospensione della durata. Pleonastica risulta la definizione di frazione della durata. Questione di pragma e non di logos. Il giudizio è una proprietà del tempo e non del soggetto giudicante. Gli umani hanno orrore del giudizio al punto di proporlo in salsa universale, e si affidano ai tribunali per certificare la propria mancanza di giudizio.

Lo spaccio mediatico globale della crisi nega la krisis, a favore di una pseudo fase critica che giunta alla fine permetterebbe alla società animale (il cui emblema è l’araba fenice) di mantenere poi lo stesso assetto di prima, il regno della paura (tra l’algebra e la geometria della morte e della prigione).

Certamente, attenersi al lusso di leggere e di intendere non alimenta la bocca della paura, che senza più rappresentazione è l’indice di quello che occorre leggere in modo inedito.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito.eu" e di Transfinito Edizioni.

Articolo scritto per la rivista "Helios Magazine"

10 febbraio 2009


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