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Paolo e Heidegger

Giancarlo Calciolari

È curioso che il tempo della filosofia (che è circolare anche per l’assenza dello zero) possa confondersi con il tempo dell’escatologia e viceversa.

(13.01.2009)

Non c’è da sorprendersi per il tiro a segno positivo o negativo verso Heidegger. Si tratta di un dettaglio nell’algebra e nella geometria sociali, ovvero nel sistema di spartizione della vita e del pianeta. Impero che è sempre un tentativo fallito di padronanza e di controllo, segnalato già dal bilancio di guerre e di massacri. Trionfi della morte, istituzionalmente condivisi.

Rispetto alla filosofia moderna, che pare sempre in debito con l’opera di Martin Heidegger, si è sviluppata anche una corrente che non decide, non legge (nel senso che nemmeno afferma i risultati della propria ricerca), non discerne, e solo mostra qualcosa degli archivi che altrimenti rimarrebbero chiusi. Viene pubblicato quel tanto che basta per sopravvivere nell’università. Per l’appunto in questo caso ci si trova sotto l’insegna dell’ordine fallico sovrano e della sua inintellettualità.

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Hiko Yoshitaka, "La differenza sessuale", 2008, bronzo a cera persa, dettaglio

Certamente il sistema è una chimera e i dispositivi di vita originaria non sono mai completamente negati, senza contare sull’emergenza dell’originario nel sintomo. Quindi si tratta sempre di leggere tra le righe dei testi, anche quelli ufficiali.

Per le edizioni Urbaniana University Press, della Pontificia Università Urbaniana, è stato pubblicato Heidegger e San Paolo. Interpretazione fenomenologica dell’Epistolario paolino. Il libro è a cura di Aniceto Molinaro, professore emerito di metafisica nella Pontificia Università Lateranense, e contiene testi, oltre che del curatore, di Bernard Casper (filosofia della religione all’università di Friburgo), di Pietro de Vitiis (filosofia morale all’università di Roma), di Umberto Regina (filosofia morale all’università di Verona), di Friedrich-Wilhelm von Herrmann (professore emerito di filosofia all’università di Friburgo).

L’approccio è sobrio, filosofico e non teologico, se non nell’ultimo testo, di Aniceto Molinaro sulla questione della mistica, in cui l’interrogazione teologica arriva alle soglie della filosofia, senza questionarla radicalmente, forse in omaggio all’insegnamento della metafisica, che per noi è una chimera, e quindi degna di infinito interesse.

Il titolo stesso, Heidegger e San Paolo, indica filosofia & teologia e non teologia & filosofia, come sarebbe nel caso di “San Paolo e Heidegger”. Inoltre, intitolare un libro della Pontificia Università “Heidegger e San Paolo” vale infinite assoluzioni per gli errori del giovane Heidegger.

Anche il sottotitolo va nella stessa direzione: Interpretazione fenomenologica dell’Epistolario paolino. Non interpretazione teologica. Infatti nonostante gli infiniti studi sull’ateismo condotti nella Urbaniana University, l’ellenizzazione vi regna sovrana.

Scrivere “interpretazione fenomenologica” non pone nessun problema logico, salvo che a noi. Al punto che il giovane Heidegger avrebbe “confrontato la sua fenomenologia ermeneutica con l’analitica esistenziale cristiana condotta da San Paolo”. Analitica esistenziale cristiana? Era filosofo Paolo? La sua parziale ellenizzazione era non solo linguistica ma anche filosofica? I filosofi che schernirono Paolo lo fecero per la sua lingua, per la sua analitica?

In breve, perché anche noi come Paolo non facciamo ciò che vogliamo, anzi facciamo ciò che non vogliano, come scrivere qualche nota su questo libro invece di fondere in bronzo una bottiglia di Klein: l’apostasia di Heidegger non viene mai citata in questi termini e l’affermazione ripetuta dell’ateismo assoluto della filosofia (c’è anche nei tardivi seminari di Zollikon) è sfumata.

La necessità di elaborare una filosofia della religione non a partire da preconcetti filosofici e religiosi ma dall’analisi di una esperienza religiosa fattuale rientra nell’esperienza secondaria della religiosità, proprio per il tentativo pagano e politeista (più che ateo) di togliere l’originarietà della vita.

Non solo la filosofia ma anche la teologia è pagana. Se ne era accorto Jacob Taubes che alla lettera il termine “teologia” è una bestemmia. Theos è il nome generico di un dio tra gli dèi greci. E nella sua pronunciabilità non ha nulla dell’Impronunciabile. YHWH. Addirittura in Heidegger c’è l’ultimo dio.

Non c’è Dio nel pensiero greco. Non c’è lo zero, non c’è il due (se non come uno diviso in due), non c’è il tre, non c’è il terzo, che ognuno sa è escluso.

È molto più importante rilevare, come fa Umberto Regina, come il “tempo” di Heidegger sia il tempo di Paolo, ossia quello dell’escatologia, che era già tardoebraica ancora prima che cristiana. Ma questa escatologia non pone problemi teorici ulteriori, nemmeno il Da-sein pone problemi.

Che il tempo di Martin Heidegger sia quello dell’escatologia offre l’occasione per intendere la sua concordanza con il tempo di Carl Schmitt. Si può intendere come l’apostata e il cattolico siano rimasti nazisti pragmatici, ovvero entrambi contro le molteplici facce dell’anticristo, che nel secolo scorso amava vestirsi da comunista e oggi da terrorista. È noto che Heidegger e Schmitt non hanno mai abiurato, mentre il giusto Galileo…

Non c’è nessun bisogno di scomodare filiazioni gnostiche di Heidegger e di Schmitt (i vari circoli teosofici…), di risalire a Böhme, filosofo, teologo, mistico, per capire la non ritrattazione dell’errore tecnico chiamato nazismo.

Heidegger in un passo poi tolto da Essere e tempo, ha scritto che “l’essere stesso è circolare” (c’è nell’edizione delle opere in tedesco). Occorre provare a leggere il tempo escatologico come un’algebra superiore della circolarità. Il tempo che resta, in cui resta impigliato anche il filosofo Giorgio Agamben, che cerca Saulo in Paolo.

È curioso che il tempo della filosofia (che è circolare anche per l’assenza dello zero) possa confondersi con il tempo dell’escatologia e viceversa.

Non solo la secolarizzazione della scolastica sta alla base delle istituzioni sociali moderne, come ha ben segnalato Pierre Legendre, ma la si ritrova intatta nel sempre attuale compromesso tra filosofia e teologia (e già la teologia è parte del compromesso).

Noi che non siamo filosofi e neanche teologi, ci chiediamo chi prima di Hegel abbia impiegato il termine fenomenologia. Comunque, con Hegel s’instaura la formalizzazione filosofica e atea di Paolo. E Nietzsche, come ha detto Taubes, ha i cannoni puntati contro Paolo. Schmitt ha l’orologio sincronizzato con quello di Paolo. Taubes ha tutti gli strumenti ottici per leggere al meglio Paolo.

E Paolo è un apostolo. Prima del suo breve testo c’è l’oralità di Gesù, raccolta dagli evangelisti. E prima ancora ci sono i primi cinque libri del Vecchio Testamento, senza trascurare gli altri.

Nelle prime pagine del Genesi c’è già l’essenziale della lettura del paganesimo, e del suo dissolvimento. Non ha torto l’erratica lettrice biblica Marie Balmary a ritrovarvi già l’essenziale della ragione di Freud, e anche di quella di Lacan (che andava a lezione di lingua ebraica e di esegesi biblica).

Leggere Paolo come apostolo della parola originaria senza più l’orpello di nessun discorso (logia)? Che bella questione!






Aniceto Molinaro (a cura di), Heidegger e San Paolo. Interpretazione fenomenologica dell’Epistolario paolino, Urbaniana University Press, Città del Vaticano, 2008, pp. 156, € 14,00.


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