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Ecce homo: essere il proprio destino!

Christian Pagano
(16.12.2008)

Ecco l’uomo! Tale è l’espressione “originale” che accompagna il gesto di Pilato (Giovanni, 9,5) che presentava alla folla, flagellato e coronato di spine, Gesù di Nazareth, che potendo evitare di essere là, in quel momento, si rivelava il vero autore del proprio destino.

Un gesto storico, dunque, ma un doppio messaggio: da una parte l’espressione stessa del principio di identificazione chiamata da Scoto hecceitas, fondata su un semplice riconoscimento, per altro l’implicazione dell’uomo nella creazione e la com-passione del mondo. Bisogna dire che la genesi di sé e dell’universo non cessa d’assillare gli uomini di tutti i tempi, in risposta all’Oracolo di Delfi: gnoti te auton, (conosci te stesso), e tu conoscerai anche le altre cose e gli dèi. Curiosa implicazione dell’uomo e di Dio insieme, che rinvia anche al problema ontologico espresso da Leibniz “perché c’è qualche cosa piuttosto che niente” e ancora al grido di dolore di Primo Levi: se questo è un uomo?

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Christiane Apprieux, "Vite isomorfe", 2008

Ancora meglio, questa domanda originaria, poiché ogni volta originale, ha generato lungo la storia le opere dei più grandi artisti, pensatori e mistici. Ecce homo è il titolo di pitture celebri, per esempio quella di Caravaggio a Genova, quella di Tiepolo conservata a Caen, quella di Tiziano al Museo del Prado. Senza dimenticare quelle di Correggio, Tintoretto, Mantegna, Antonello da Messina, e tanti altri... Occorre dire che niente di meglio dell’arte sottolinea l’unione differenziale, addirittura mistica tra i gesti umani, che esprime anche una parola, e la parola che si inserisce sempre in un gesto. Ma Ecce homo ha influenzato anche ogni tipo di pensatori lungo la storia. Senza farlo apposta, Pilato, prima di lavarsi le mani, compie un gesto filosofico e storicamente giusto: l’identificazione di una Persona di cui il volto sofferente diventerà simbolo di tutti gli altri volti, indicando così un ricerca continuamente iniziatica dell’umanità.

Abbiamo scelto alcuni autori che più si avvicinano alla questione:

- Duns Scoto, il primo che nella sua famosa teoria dell’hecceitas, mette in opera il principio di identificazione non come somma delle qualità dell’uomo, ma puramente e semplicemente la presentazione della sua singolarità.

- Giambattista Vico che ha ridato nella sua Scienza Nuova, (la Storia), una dignità noetica a tutti i "fatti" sempre singolari, sempre veri, in sé, come dicevano gli antichi “contra facta nihil argumentum”, contro i fatti non c’è argomento.

- Alfred North Whitehead che col suo libro sulla realtà come processo ha avuto anche una grande idea e una grande influenza tanto filosofica che…teologica, soprattutto nei paesi del Nord, apportando la cauzione della scienza a una visione cronachistica del mondo.

- Emmanuel Levinas infine che, venendo dalla lontana Lituania, dopo una guerra di cui fu vittima, ricorda che c’è sempre stata una filosofia dei fatti: l’Etica, (piuttosto che la Morale, come insieme di regole particolari) che è anche la filosofia che per prima, tuttavia dopo la Shoah, riprende tutto da capo.

- Poi c’è, più che un autore, un libro eccezionale: Ecce homo di Nietzsche, autobiografia filosofica originale, se ce n’è una, per diversi aspetti:
- Si tratta infatti di un genere nuovo, il solo che comporti le stesse parole Ecce homo riferite al Crocifisso, (per altro largamente ri-crocifisso dall’autore);
- ma anche il desiderio, come Lui, di fare "corpo" con la sua stessa opera. Per una “identificazione” non si può fare di meglio.

Le conclusioni non fanno che modulare in modi diversi un stesso ritornello: essere il proprio destino.

I. Degli autori

1. Giovanni Duns (1265-1307), detto Scoto, originario della Scozia, nacque nel secolo XIII, che visse lo sboccio di tanti movimenti culturali e religiosi (come i Templari), e anche linguistici, coi famosi trattati De modis significandi (de Grammatica speculativa), di cui uno attribuito a Scoto. La revisione periodica del linguaggio, modello e mezzo di conoscenza, porta sempre più visibilità al mondo e una acutezza accresciuta ai problemi umani, con la presa in considerazione dell’attività volontaria del locutore. È ciò che ha permesso a Scoto di distinguersi e di accedere rapidamente alla notorietà. Fu soprannominato dai suoi contemporanei Doctor subtilis.

A differenza dell’intellettualismo trionfante nella Scolastica, Scoto fu il pioniere di un filosofia volontaristica, tipicamente francescana, l’avversario risoluto della teoria assurda della doppia verità di Averroè, (Ibn Rushd), in voga alla Faculté des Arts di Parigi. Non c’è una doppia verità, ci sono piuttosto dei livelli differenti. Duns Scoto opta così per una distinzione tra filosofia e teologia: la prima ha un carattere piuttosto razionale, la seconda è piuttosto pratica (ragionevole), senza che ci possa essere un iato tra questi aspetti. Ciò valse a porre in crisi la teologia scolastica, che si riteneva rigorosamente dimostrabile. Ma Scoto non mancò di criticare anche il concetto di analogia applicato dalla Scolastica all’Essere per salvare la "differenza" tra Dio e le creature. Per Scoto l’Essere è univoco, è la verità stessa, tanto in Dio che nelle creature, autentiche scintille divine. Senza che ciò tolga la possibilità di rivolgersi a Lui nella preghiera, come verso una speranza eterna.

Dobbiamo soprattutto a Scoto la teorizzazione del gesto di Pilato nel suo famoso principio di identificazione sotto il nome di hecceitas. In modo più radicale di Tommaso per il quale (seguendo Aristotele) l’individuazione risiedeva nella "materia signata" (materia definita dalla sua quantità). Scoto cercando un principio che potesse identificare anche gli angeli, sottrae l’hecceitas all’impresa di ogni quantità materiale e di qualità concettuale. Non che il corpo umano non entri in gioco, ma, come dicevano i Romani, cum causa non est causa: con la causa, non è la causa. L’individuo umano che si presenta nella sua unità sostanziale è ogni volta "un fatto particolare", un neonato, ma ogni volta eterno, come ogni fatto che è fatto per sempre. Si può applicare a ogni individuo ciò che si diceva di Cristo: universale concretum, l’universale concreto, universalmente unico, per sempre. Ciò eviterebbe l’assurdità di una ricostituzione materiale della Persona, dopo la risurrezione, mantenendo "sostanzialmente", come nell’Eucaristia, l’unione del corpo e dello spirito. Per Dio, si diceva, tutto è possibile, ma perché obbligarlo a delle inutili assurdità?


L’hecceitas anticipa il principio olistico, (il tutto non è semplicemente la somma delle parti), e il celebre Dasein tradotto in francese, da Heidegger stesso, che fece la tesi su Scoto, non come essere là, essere gettato, o pro-gettato ma essere il là. Questo Dasein resta tuttavia prigioniero di una certa fatalità. L’hecceitas di Scoto non indica talmente un essere progettato ma un progetto vivente, capace di generare un destino unico, potendo nutrire delle passioni estreme, come quella della Croce. In tal senso è la semplicità stessa, potendo armonizzare delle complessità, oggi alla moda, in una complicità attiva, nel modo d’una resilienza, metabolizzando dei dati complessi e disparati, e restituendoli sotto forma di combinazioni inedite nel linguaggio. Questo principio rielaborato da Jung come processo di trasformazione interiore, indica anche un cammino terapeutico che mira ad armonizzare i contrari (Alchimia eterna), come negli antichi riti di iniziazione sciamanica e non solo.


Beninteso l’hecceitas non è un fiore nel deserto. Per Scoto fu il riflesso della sua posizione nominalista, nel problema degli “universali”, di fronte a un realismo ingenuo che non porta da nessuna parte. Solo l’individuo irriducibile a ogni presa puramente intellettuale fa prova di realtà autentica. E così l’hecceitas costituisce, paradossalmente, anche un’apertura realista verso l’infinità degli individui del mondo, legati tra di loro, secondo la fisica moderna.

La teologia di Scoto riconcilia così “sottilmente” l’infinito col contingente, la parte col tutto, il materiale e l’immateriale, ristabilendo il ruolo della volontà e dunque dei "fatti" aperti sull’infinità dei fatti reali in un’infinità di modi e di mondi possibili, secondo il napoletano Giordano Bruno. La morte precoce (a 42 anni) non gli permise di sviluppare praticamente “questa visione.”

2. Giambattista Vico (1688-1744) fu l’altro napoletano che realizzò il sogno di Scoto, ovvero una teoria sistematica della praxis, che tende a ricuperare il valore noetico dei fatti che sono sempre "unici". La conoscenza è del resto anche sempre un fatto che, in quanto tale, si iscrive in una storicità di fondo, e anche in una relatività. La Scienza Nuova, pubblicato la prima volta nel 1725, si riassume in due frasi celebri: Verum ipsum factum, il vero è il fatto stesso, e Verum et factum reciprocantur seu convertuntur. La verità è il risultato di un fare, e viceversa.

Difatti, Vico, come tanti altri, prova a mettere in relazione il modo ideale e quello reale, la filosofia (che si occupa di verità) e la filologia (che si occupa della certezza) ossia l’amore della saggezza e del linguaggio che esprime questa saggezza. Alla ricerca della genesi del mondo, e in reazione a Cartesio, per il quale si può raggiungere la verità con le idee chiare e distinte, Vico afferma dapprima che non si accede mai alla verità in quanto tale, ma solamente al verosimile. Inoltre la pretesa di avere delle idee chiare fa solamente inaridire la facoltà propria dell’uomo che è la creatività. Così per Vico, anticipando l’empirismo di Hume e di altri, la conoscenza del mondo è una realtà fattuale da rimettere sempre in gioco. Dio conosce il mondo, poiché l’ha fatto, l’uomo è a sua volta creatore della storia che lui stesso porta a compimento. Ed è così che l’uomo conosce se stesso, facendo e rifacendo il mondo. Ma per Vico la storia non è per niente lineare e progressiva. Alterna fasi diverse, progressive e regressive o decisamente decadenti, ciò che chiama "corsi e ricorsi della storia".

Vico fu infine tra quelli, come Gioacchino da Fiore, ad avere tentato una visione generale della storia in tre fasi, secondo il senso, la fantasia e la ragione. La prima fase, "felina" non distingue l’uomo dagli animali. La seconda fantastica approda all’emergenza di una creatività intensa (strumenti, miti, mestieri, ecc.). Finalmente è con l’età della ragione, come la nostra, che si accede a un’organizzazione razionale della società.

3. Alfred North Whitehead (1861 1947), grande scienziato (Principia Mathematica con Russell), si convertito alla filosofia, constatando, come Scoto, che pensiamo per concetti universali, ma viviamo di concetti particolari. Avrebbe potuto aggiungere: più si è unici (particolari), più si è universali.

L’originalità di Whitehead viene della scienza, offrendo l’esempio concreto della trasversalità che ogni tanto si impone al pensiero. In quello di Whitehead, Reality and process 1929, l’universo è al tempo stesso una realtà fisica e spirituale, un organismo in process. Questa parola chiave (inglese) ricupera al tempo stesso processo (processus) e processo (procès) in francese, tanto l’aspetto di procedimento che quello di processo legale, in altri termini una realtà-evento in permanente questione. Secondo il loro grado di complessità questi eventi si rivelano come associazioni che sole garantiscono la durata. Un uccello nell’albero, per esempio, è una parte di un tutto "strutturato" (unico) poiché possiede una proprietà che non avrebbe al di fuori da questa associazione (diremmo noi situazione). Questo è, evidentemente, uno sviluppo della nozione scotista dell’hecceitas.

In quanto scienziato Whitehead aveva ben compreso che la visione meccanicistica dell’universo era obsoleta. La scoperta quantistica di particelle-onde che possono essere al tempo stesso uniche e universalmente in connessione tra esse, apre prospettive inedite, che si possono anche sperimentare, dice Whitehead.

Come il suo compatriota Scoto, Whitehead reintroduce l’azione, e dunque la volontà, come motore della ragione. L’organismo è determinato da una creatività inglobante. Relazione e realtà si coniugano in queste entità in process, nascendo e morendo continuamente, come gocce di esperienza, ma fecondanti anche realtà successive. Ogni elemento, dunque, trasforma ed è trasformato dai reciproci rapporti. Da allora, essere cosciente è prendere parte all’abbondanza dell’universo, in un’empatia innamorata verso tutti. Whitehead suggerisce anche un’idea originale di Dio che agisce nel mondo in modo doppiamente articolato: immanente poiché ne è la causa, ma anche in modo trascendente (secondo i suoi termini) in quanto finalità.

Dio sarebbe allora ciò che avremmo voluto che Egli sia? Il fatto è che questo filosofo ha ispirato proprio una nuova teologia detta del Process (John B. Cobb, Charles Hartshorne, e Paul Tillich) e fu anche iniziatore del pensiero di Ludwig Wittgenstein.

4. Emmanuel Levinas (1905-1995) o il Volto dell’Altro, talmente questo tema è determinante nella sua opera. Dopo la guerra, di cui Levinas fu vittima, l’emergenza era di ritrovare una ragione compatibile con l’assurdità di ciò che aveva appena vissuto. Alunno di Husserl, il fondatore della fenomenologia, Levinas concentrò le sue ricerche su una Etica nuova, scoprendo così il valore particolare del "volto" dell’Altro, spesso sofferente, come l’Ecce homo che costantemente ci interpella. E ciò si rivela non più come un concetto prodotto da noi, né un fenomeno, ma un cammino in atto, originale e unico per sempre. Levinas prende allora le distanze anche nei confronti delle correnti da cui era uscito, riportando tutto alla singolarità umana.

Peraltro, dopo la Shoah, l’idea di un Dio Onnipotente aveva ricevuto un colpo "mortale" essendo diventata, anche per un credente… impotente nello spiegare ciò che era accaduto. Questo obbligava a riconsiderare l’etica in altri termini. Levinas lavorò allora sull’attività umana ma in una X-attitudine, non indifferente alla sofferenza degli uni e degli altri. Ed è alla Sofferenza universale, la Presenza di una Assenza fondamentale, che si potrà attribuire oramai un valore "transcendantale" senza che sia necessario affermare o negare Dio. Infatti, Levinas volendo dire “l’umano dell’uomo” deborda costantemente sull’Infinito della persona umana, un essere che non è che ciò che è, ma diviene: l’Esodo in tutto il suo splendore. È per questo che l’Altro ci trae fuori e ci interroga, non come oggetto, o anche come immagine divina... ma semplicemente col suo volto particolare, nella sua nudità innata, non potendo ridursi a niente altro che a se stesso. Ed è ancora l’hecceitas. Incontrare l’Altro è allora avere l’idea di ciò di cui non si può avere idea, o desiderare ciò che non potrà mai colmare il desiderio. Da qui la strana frase: "Il desiderio metafisico dell’assolutamente Altro è soddisfatto nella misura in cui esso non lo è".

Avvicinandosi a un altro ebreo celebre: Martin Buber, Levinas precisa che l’etica non si tiene né nella polis né nel "noi", ma in un rapporto io-tu in cui nessuno può sostituire nessuno. Sguardo verso il passato (memoria) e verso il futuro (progetto), questo pensiero strappa il soggetto dal suolo su cui crede riposare per "piantarlo" in una umanità che non smette di affermarsi e/o di disdirsi lungo la sua storia.

Ed è così che l’Etica di Levinas, che non poggia su una Morale ’regionale’ ma nel rispetto infinito verso il volto dell’Altro, ovvero della Persona umana, ha avuto un’accoglienza universale, al di là di ogni confessione. Questo volto trova un’eco biblica in Isaia (il servo sofferente) e certamente è l’immagine stessa di Ecce homo.

II. Il libro: Ecce homo, di Friedrich Nietzsche (I888)

Autobiografia originale, se ne esiste una, l’ultima opera di Nietzsche scritta alla vigilia della sua follia, merita una considerazione a parte, poiché essa riprendendo e rinnovando il genere autobiografico gli conferisce una dimensione nuova, filosofica, specifica. È la sola autobiografia che pure citando espressamente nel suo titolo Ecce homo: non si limita a un’evocazione verbale, ma, lo utilizza come modello, realizzando "a colpi di martello", secondo la sua espressione, l’incarnazione di se stesso, come una specie di incarnazione...

Bisogna dire che il modo di Nietzsche per liquidare una volta per tutte il Crocifisso, è quasi commovente. Le sue esclamazioni parodiche, traducono una sofferenza e una vera passione che meritano il suo titolo. Così Nietzsche dopo avere pubblicato, malgrado il silenzio assordante dell’epoca, dei capolavori come: La gaia scienza, Così parlò Zaratustra, Genealogia, Al di là del bene e del male, confessa nel suo ultimo libro:

"Coloro che credevano di avere capito qualcosa del mio proposito, non hanno fatto altro di me, bene o male, che qualcosa a loro immagine".

Questa è, in negativo, ancora l’hecceitas in questione. Nietzsche, sempre là e altrove, si rivela sempre altra cosa, pur restando uguale a se stesso. La sua opera forma una vera poiesis (nel senso greco), una "azione" di prodezza letteraria e filosofica, un tentativo di auto-presentazione e della sua propria incorporazione nel suo testo come si addice a ogni poesia che si rispetti...

Il denominatore comune dell’opera nicciana è finalmente quello di ergersi contro l’idea di una parola filosofica disincarnata, che sarebbe il prodotto di un soggetto cartesiano… Per lui la filosofia è solamente un "esegesi del corpo". Strano affare dunque, tra lui e il vero Ecce homo, un amore tragico, che permette al poeta di attribuirsi i fondamentali della persona che vuole a ogni costo abbattere.... Così la sua autobiografia è, certo, un’incarnazione, ma quella di un uomo oramai malato, non pazzo a dire il vero, almeno non ancora, di cui il desiderio di incorporazione è quasi un desiderio terapeutico, che esprime un sogno di guarigione di un male che già lo rodeva.

Ma Nessuno, in fondo, non può definire o demolire nessuno. A questo proposito, bisogna dire che Nietzsche, con i suoi enunciati magniloquenti come: “Perché sono un destino”, “Io non sono un essere umano, sono della dinamite” contribuiscono almeno a reintrodurre nella filosofia una dato essenziale, la volontà di potenza, che non è altro che il potere stesso della volontà, spesso per altro trascurato.

Scegliendo l’evocazione del principio della Passione di Cristo, Nietzsche che fu il primo a parlare della morte di Dio, ha esitato ad andare sino in fondo, evitando di dichiarare la morte fisica di Dio in Gesù Cristo, sulla croce. Ciò sarebbe stato logico con le sue idee, ma comportava in modo surrettizio un riconoscimento implicito della natura del Crocifisso, interamente umano, interamente divino. È ciò che del resto si può, mutatis mutandis, dire di ogni persona, Nietzsche compreso. Ma occorreva saperlo e occorreva farlo.

Nietzsche con ogni evidenza vuole essere finalmente, come l’Ecce homo, il solo autore del proprio destino. L’accanimento che mette a incorporarsi, come dice, ovvero a unire la sua parola e il suo fisico (incarnazione), la dice lunga sul nocciolo principale del messaggio dello Crocifisso, chiaramente espresso alcune ore prima del suo destino fatale nella Cena eucaristica. Si può ben dire che da allora Dioniso e il Crocifisso lungi dall’opporsi si rinviano l’uno all’altro, come il Verbo e la vita. Sì, Nietzsche si crede piuttosto Dioniso, ma "di fatto" egli è soprattutto il Crocifisso. Il non detto di Nietzsche è più forte del suo “detto”: finisce per ricostituire, a modo suo, l’Ultima Cena, in cui si può sentire quasi per incanto il suo canto del cigno, le parole stesse della consacrazione: hoc est corpus meum, questo è il mio Corpo. Nietzsche for ever. Inaudito!

III. X-Attitudine

Riconoscendo la centralità dell’ignoto, ma conosciuto in quanto tale, dunque certo, questa attitudine rivela non solo la base stessa di ogni hecceitas, ossia di un’identificazione umana; ma ancora di ogni ricerca, così come la sorgente del "dire". Minimalista, ma pegno di universalità, questa attitudine si trova nell’interconnessione tra realismo e idealismi, della parte del linguaggio, direbbe Proust; dimora dell’uomo, custode dell’essere, dice Heidegger; luogo natale, aggiungo, di ogni umanità. Il consenso al fatto originario, ovvero all’esperienza particolare a ciascuno, spesso sofferente (da ex perire = uscire dalla morte) in cui ogni discorso prende origine, che conduce alla vita e inversamente, esprime (sebbene non sempre chiaramente) il crogiolo in cui tutto è possibile, l’humus che vede ancora fede e ragione riunite per il meglio e per il peggio. X-attitudine così, orientata-reale "desiderante" è sufficiente a fare funzionare il linguaggio sul modo tutto accade come se... Essa, salvando il principio di non contraddizione (e di identificazione che va assieme), è salvata, a sua volta, da qualsiasi incoerenza e inconsistenza. Un realismo sottile, ma resistente, che chiamo chiastico, dal termine chiasmo, il segno dell’incognita algebrica, X, il punto tanto certo quanto invisibile formato dall’incrocio di due tratti asimmetrici, significando così una realtà essa stessa in process, ovvero una complicità genetica universale. In dettaglio:

a. Essere vero. X-attitudine non è un relativismo o un agnosticismo, in quanto tale, poiché suppone una certa relazione “verità-realtà” (distinte ma inseparabili), ma che è certo, seguendo Eraclito: colui che non attende l’inatteso, non lo riconoscerà mai. E così raggiunge il principio di… Parmenide: "Due sono le vie di ricerca possibile, l’una: l’essere è e non può non essere, ed è la via della persuasione che accompagna la verità. L’altra: l’essere è e non può non essere, ed è la strada che non porta da nessuna parte. I pretesi sorpassi della logica contraddittoria, sono spesso pato-logici. Varrebbero a rinunciare al consenso minimale universale, quello che permette la comunicazione tra gli uomini di tutti i tempi, ma invece la porta aperta a tutti coloro che pensando di sapere non fanno altro che "credere" a ciò che pensano, senza nessuna prova, che genera così una letteratura, spesso devota, ma fantasmagorica, piena di citazioni autoreferenziali, tautologiche, spesso divertenti, sempre deleterie.

b. Essere libero. È scritto che la verità rende liberi, ma la libertà conduce anche alla verità. Verità e libertà non sono e non possono essere antinomiche, senza mettere in questione chi parla, perché è nell’esperienza libera che la parola prende origine. È vero che l’oggetto di ricerca, come quello del desiderio, non è mai completamente chiaro, piuttosto chiaro-scuro, spesso "ostinato" perché resiste e persiste, e tanto meglio, poiché garantisce pure una certa realtà, l’autonomia del soggetto, e una varietà di modi di comprendere che possono costituire, nell’arte, lo scoppio dell’essere: la bellezza (Platone).
Ma l’uomo non può andare verso la verità, se non è già su questa strada. È logico. Il divenire in qualche modo esso stesso, "è", altrimenti non diventa. È un mistero, ma tra il mistero e l’assurdo, Parmenide ha scelto una volta per tutte.

Ma chi dice scelta dice volontà umana; l’unica che porta la contraddizione, poiché essa solamanente può vedere intellettualmente il bene e può scegliere praticamente il male. Per fortuna, le cose non stanno mai da una parte sola, o su una stessa linea, neanche su due linee parallele, ma si dispongono in vari e diversi livelli che permettono, dunque, molteplici scelte. L’uomo del resto, pur essendo un neotene (sempre "giovane", addirittura un prematuro fisiologico) ma un superdotato spirituale gode dei due emisferi del cervello che sono asimmetrici (a differenza che negli animali), in modo che ci può essere collaborazione tra i due, anche condivisioni, scambi di funzione, eccetera, essendo l’essere umano predisposto per un cammino liberamente ricreativo del suo proprio destino, nell’armonia di cui parla Spinoza.


c. Essere il proprio destino. È essere finalmente se stesso, una Persona, accettare la sua singolarità vivente, inalienabile, in un mondo in "process", capace di scenari diversi e dunque anche di quello che si vuole realizzare. Nel vangelo apocrifo di Tommaso è scritto: Quello che conosce il tutto, se è privato di se stesso è privato di tutto.

La parola “destino” (dal greco de-stans indica propriamente l’hecceitas: ciò che è là, proprio là, in questo preciso momento. Niente né nessuno vivono al posto di nessuno. Solo il presente è realmente presente, mentre il passato è passato e il futuro non essendo ancora, esiste solamente nel presente virtuale. Ma chi dice virtuale (da virtus, energia) dice pure sforzo (studium in latino). È là che la X dell’incognita ruota di novanta gradi e si trasforma in + (la croce) che implica spesso l’entrata in gioco di una "passione", spesso di una passione estrema.

Più che fare ricorso alle regressioni all’infinito della psicanalisi varrebbe meglio, credo, ricorrere alla tecnica del gioco nel bambino, ben contento di trovare chi vuole partecipare al suo gioco. È in questa complicità attiva che si può incontrare la salvezza e la salute che vanno sempre insieme. Da allora, essere il proprio destino vale a giocare il gioco, a entrare nella danza dell’universo rigenerantesi in permanenza, senza restare a margine del cammino; camminare, trascinando altri, in complicità concrete, che un metabolismo costante dei propri desideri traduce. È così come l’Ecce homo si rivela il pellegrino dell’impossibile, il fattore del suo destino.

Conclusione: x-certezza

È il ritorno del valore noetico dell’atto iniziale, ossia l’esperienza originaria per ciascuno che non coincide col Cogito cartesiano, dall’etimologia (strada di verità) del verbo “cogitare” che ci conduce verso una specie di "agitarsi con" (co-agitare) fino a una conclusione, ego sum (io sono), che non è una, o che allora è eccessiva, e non chiara del tutto, che può concludersi anche così: non sono ancora, non completamente, cosa che non ha niente in comune con l’accettazione certa di una realtà incerta. Questa non è qui un’idea, ma piuttosto un stato di "fatto" concreto e sicuro, e pertanto più fecondo di qualsiasi altro concetto, che del resto non si esclude. Sarebbe meglio allora intraprendere questo cammino in “process" uscendo dal caos iniziale in parecchie tappe, come per esempio:

- un Esodo: volontà di uscire del caos, che implica tuttavia l’emergenza del soggetto;

- un Metodo (dal greco andare qua e là) una strada che prende vie diverse e opposte, spesso arricchenti, ma necessitante sempre di un confronto;

- un Sinodo infine (= camminare con) ovvero un’intesa cordiale sul modo, se si può dire la "consensualità" che indica in modo preciso la comunione del senso e dei sensi nella divisione del pane e della parola. Alcune pietre miliari lungo la strada:

X-certezza tiene in risveglio la volontà, e dunque la libertà. Non è proprio niente, è anche molto, perché questa è la vita ed è così che si può accedere anche all’infallibilità dell’atto di amore. Perché non considerare parimenti l’infallibilità papale, in quanto testimonianza personale del Pontefice, dichiarando il suo amore per la persona di Cristo,l’Ecce homo salvatore degli uomini? È il kerigma. Tutto ciò che si aggiunge, non venendo dal Crocifisso, va veramente verso la tolleranza universale?

X-certezza è un “realismo critico” sotto sorveglianza, rispettoso di ogni credenza, lontano da imporre dei surplus culturali, in grado di mettere in impaccio ogni intesa possibile, ma anche una forza di individuazione che non permette nessuna fusione nella confusione, né un scioglimento finale della Personalità unica in un conglomerato cosmico, ideologico o altro.

X-certezza è anche tipicamente una “Ratio” (un calcolo strada facendo) tipicamente umana, come nella doppia articolazione del linguaggio: la localizzazione di unità discrete (tassonomia) che permette poi delle combinazioni creative propriamente transfinite, base attiva di ogni intesa umana.

X certezza infine è l’Incontro, in ogni suo aspetto, luogo genetico di verità, libertà e realtà, se esiste, legame sciamanico tra il vero e il fatto, l’intelletto e la volontà, soggetti e oggetti vari, senza nulla escludere, in una resilienza permanente, all’immagine stessa della Persona umana che "è" perché diviene, "una" perché multipla, infinitamente presente: insomma, l’Ecce homo.

Christian Pagano


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30.07.2017