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“Per me l’unica gente possibile sono i pazzi”

Antonella Iurilli Duhamel
(5.08.2009)

"...Per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno Ooohhh!" (1)

Il poeta franco canadese Jack Keruac andava pazzo per il Jazz e Charlie Parker era il suo idolo. Amava la sua libertà espressiva, il suo fraseggio ma soprattutto la rivoluzionarietà della proposta anticonvenzionale, spontanea e fluida. Insieme ad Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti e molti altri ha rappresentato dagli anni ’50 in poi la controcultura, il desiderio di rompere con gli schemi abituali.

Beat termine coniato da Keruac nel 1948 assume il significato di rotto, stufo e nello stesso tempo battente, pulsante e risulta significativo per quel nuovo movimento politico, culturale ed artistico nato alla fine degli anni ’50 in America in aperto contrasto con l’Establishment, e con la falsa immagine di una America post bellica, dove solo in apparenza tutti potevano avere il diritto ad avere un lavoro, una casa, un’automobile oltre ad un gran numero di moderni elettrodomestici.

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Antonella Iurilli Duhamel, "Lunare", acrilico su tela, cm 80x80

Gli artisti, i visionari dell’epoca- grazie alla loro sensibilità- percepirono la falsità e la temporaneità di questa idilliaca prosperità. Volevano vivere subito e non in età da pensione, rifiutando qualsivoglia manipolazione da parte delle istituzioni. Amavano piuttosto, lanciarsi per le strade in cerca di jazz bar dove perdere il proprio tempo ubriacarndosi di musica, di alcol e di poesia, per poi esausti ululare alla luna.

Ciò che accomunava Keruac e Ginsberg al Jazz era la comune voglia di guardarsi intorno e dentro, di porre domande e di trovare il coraggio di parlare con propria voce cercando prepotentemente la propria unicità. La ricerca di questa unicità costituiva per il beat la più autentica consolazione contro il marcio della terra, e nello stesso tempo rappresentava un potente mezzo di accusa contro l’oligarchia industriale e la sua burocazia. Jazz e Poesia come rivoluzione, come stato altro di coscienza in aperto contrasto con un modo di vivere ottuso e manipolato dagli interessi di quel potere senza faccia che cominciava a prendere sempre più piede in quegli anni.

Rappresentava quindi una via d’uscita, l’inizio di un viaggio senza fine lontano dalla stasi dell’ordinario e la sfiducia totale nelle apparenze di un mondo in cui solo poche cose sono come appaiono.

Molti di loro si sono impegnati e sacrificati scegliendo strade meno battute in campo politico, nell’arte e della psicoanalisi ecc., altri si sono rovinati e sono morti, ma i sopravvissuti sanno di certo, di essere stati parte di un tentativo nobile e glorioso.

“Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa, hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la din-amo stellata nel macchinario della notte, che in miseria e stracci e occhi ínfossati stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua fredda fluttuando sulle cime delle città contemplando jazz, che mostravano il cervello al Cielo sotto la Elevated e vedevano angeli Maomettani illuminati barcollanti su tetti di casermette che passavano per le università con freddi occhi radiosi allucinati di Arkansas e tragedie blakiane fra gli eruditi della guerra, che venivano espulsi dalle accademie come pazzi & per aver pubblicato odi oscene sulle finestre del teschio che si accucciavano in mutande in stanze non sbarbate, bruciando denaro nella spazzatura e ascoltando il Terrore attraverso il muro, che erano arrestati nelle loro barbe pubiche ritornando da Laredo con una cintura di marijuana per New York...”(2)

Forse questo spirito, questo sogno che sembrava perduto sta ritornando, ed insieme ad esso il bisogno di mettere insieme vecchie e nuove conoscenze per approdare ad una qualche certezza. Nel frattempo se vogliamo, possiamo rinverdire il rincordo di quegli anni e consolarci con la lettura di L’ultima Parola, un viaggio nel Jazz di Jack Keruac ed il sempre mitico l’Urlo di Allen Ginsberg, il tutto condito dal sottofondo dell’intramontabile Parker with strings.





(1) J. Keruac “On the Road”

(2)A.Ginsberg “The Howl”



Antonella Iurilli Duhamel



giovedì 5 luglio 2007


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